L’”ardimentoso progetto” di Vito Capialbi, numismatico e antiquario more

in “Quaderni Ticinesi di Numismatica e antichità classiche” 2009, pp. 83-109.

83 GIORGIA GARGANO L’«ARDIMENTOSO PROGETTO» DI VITO CAPIALBI, NUMISMATICO E ANTIQUARIO1) «Che ne dice S.V. di questo ardimentoso progetto di uno scioccarello, il quale si giace nell’estrema Calabria senza libri, et toto divisius orbe? Se nol gradisce, il compatisca almeno, giacché non altro che compatimento possono sperare gli uomini di basse conoscenze, come io sono». Così chiudeva un’epistola del 1830 scritta da Vito Capialbi a Francesco Carelli, affermato numismatico e collezionista napoletano. Il conte Capialbi non poteva ancora sospettare quanto fosse «ardimentoso» tale progetto, cioè l’edizione di almeno una parte della sua collezione numismatica. La collezione è oggi proprietà dello stato italiano, parzialmente esposta nel Museo Archeologico Statale di Vibo Valentia, ma ancora sostanzialmente inedita2). Il poco che se ne conosce può tuttavia considerarsi sufficiente per iniziare a delineare le caratteristiche della ricerca numismatica che Vito Capialbi svolse nel corso di una vita segnata dalla curiosità intellettuale. Un serio limite alle ricerche è costituito dal fatto che, mentre sono note la collezione di reperti ar1) 2) Desidero ringraziare affettuosamente la dr. Maria Teresa Iannelli, direttore del Museo Archeologico Nazionale «Vito Capialbi» di Vibo Valentia, per avermi proposto, consigliato e aiutato nel corso della stesura di questo articolo, che deve essere considerato un primo abbozzo delle tematiche che lo studio di una collezione tanto complessa merita, e la dr. Marisa Vitale, addetta al monetiere del Museo Nazionale di Reggio Calabria, per la disponibilità e la sollecitudine. CAPIALBI 1849a, pp. 89-91, ep. XXIV del 27 maggio 1830. Notizie sul monetiere Capialbi ricorrono nelle indagini sulle collezioni antiquarie calabresi (D’ANDREA 2008, p. 163; PAOLETTI 2005, pp. 150-155; PAOLETTI 2003; PAOLETTI 2000, pp. 95-100; GUZZO 1996, p. 197; IANNELLI 1993, p. 54; PAOLETTI 1989, pp. 487-493). Una sommaria descrizione della consistenza e delle monete più importanti è in PROCOPIO 1955, mentre sulla figura di Vito Capialbi numismatico, cfr. GARGANO 2005, dove è anche schedata una ridotta campionatura di monete magnogreche della collezione. Ad oggi è stato pubblicato in dettaglio solo il nucleo delle monete puniche d’argento di età annibalica (VISONÀ – FAZIO 1995). Tutte le notazioni sulle monete della collezione Capialbi che verranno riportate nell’articolo hanno come fonte lo spoglio delle schede di catalogo e degli elenchi generali e, tranne che per gli esemplari in Gargano 2005, non sono state sottoposte al mio esame autoptico. Pertanto ritengo plausibile qualche inesattezza sia nel conteggio degli esemplari sia nell’identificazione dei tipi. 84 GIORGIA GARGANO cheologici, di epigrafi, di opere d’arte e quella di manoscritti e incunaboli, resta a oggi completamente sconosciuta la consistenza della grande biblioteca di famiglia, custodita dagli eredi nel palazzo Capialbi di Vibo Valentia, tassello imprescindibile per la ricostruzione della attività e della molteplicità degli interessi culturali del conte 3). Questo contributo vuole mettere sul tappeto una serie di possibili filoni di ricerca su questa collezione, che possono trovare linfa sia negli studi di carattere antiquario sia nell’analisi delle monete stesse, per un gran numero delle quali è in fase di progettazione una nuova esposizione multimediale presso il Museo vibonese. Le più antiche notizie sull’esistenza di una raccolta di monete risalgono al 1819, quando, non ancora trentenne, Vito Capialbi scriveva ad Antonio Steinbüchel, direttore dell’I. R. Gabinetto delle Medaglie e Antichità di Vienna, per proporre uno scambio delle monete doppie che venisse a colmare eventuali lacune nelle reciproche collezioni 4). In una famiglia da tempo dedita alle raccolte di antichità (Capialbi con orgoglio ricordava il proprio antenato Galeazo, che nel 1514 aveva appeso all’esterno del proprio palazzo montelionese 5) la collezione lapidaria da lui curata, dimostrando con ciò una sensibilità non comune per l’epoca 6)), non pare esistesse una collezione di monete, nonostante che fosse consuetudine tra le grandi casate nobiliari del XVI e XVII secolo arricchire le proprie residenze di un medagliere privato e relativa biblioteca, il cosiddetto studiolo 7). Se tuttavia l’impulso iniziale ad un’attività di raccolta di monete poté venire a Vito Capialbi da quella che era una vera e propria moda, radicata nella tradizione delle Wunderkammern germaniche, nella quale narcisismo curiosità pragmatismo e vanità potevano giocare un ruolo, presto si trasformò in un reale impegno di studio che, mentre non chiudeva le porte alla casualità dei rinvenimenti che venivano ad arricchire il proprio medagliere, lo motivava ad una continua ricerca di carattere strettamente storico-numismatico e ad un costante sforzo di aggiornamento bibliografico. Difatti, a differenza della maggioranza delle collezioni numismati3) 4) 5) 6) 7) Sulle collezioni citate, cfr. DE CESARE 1991; BUONOCORE 1987-88; PANARELLO 2008; NAMIA 1978. CAPIALBI 1849a, pp. 32-33, ep. II del 1 luglio 1819. Monteleone è il nome che la città, oggi Vibo Valentia, ha avuto fino al 1927. CAPIALBI 1832 in PAOLETTI 2003, p. 19; SETTIS 1975 in SETTIS 1987, p. 13. Il primo museo lapidario pubblico nella penisola italiana viene inaugurato a Brescia nel 1480, dove le epigrafi vennero murate nel palazzo di Monte Vecchio. DESANTIS 2004, p. 32 e p. 40. Sul gusto del collezionismo di antichità, e in particolare di monete, del XVII e XVIII sec., cfr. l’utile sintesi di CANTILENA 1989, pp. 67-73. Sul contesto culturale vibonese all’epoca di Vito Capialbi, cfr. il recente volume di FLORIANI – D’ANDREA 2008. L’«ARDIMENTOSO PROGETTO» DI VITO CAPIALBI 85 che antiquarie, che mira al possesso dell’oggetto bello e prezioso 8), Vito Capialbi riserva uguale peso alle monete dell’antichità romana e a quelle dell’età greca, e in special modo a quelle provenienti dalla Sicilia e dalla Magna Grecia. Lo stato di conservazione di buona parte degli esemplari della collezione tradisce la lunga giacitura nel terreno, recando i segni di consunzione tipici delle monete che non sono state trovate in tesoretto e che hanno circolato a lungo. Inoltre, a differenziare la Capialbi dalla maggioranza delle collezioni antiquarie, una grande percentuale delle monete è di bronzo, dunque un metallo non nobile: tale scelta non parrebbe dettata dal caso, dato che trova riscontro nell’interesse scientifico del Capialbi, che approfondì lo studio di molti esemplari enei (cfr. infra). Dunque, l’acquisizione e l’arricchimento della collezione procedette piuttosto sui binari della conoscenza che non su quelli del mero piacere collezionistico. È intuibile che un fattore determinante in questo senso dovette essere il traffico locale di antichità e in particolare di monete circolanti diffusamente nel territorio calabrese e di facile reperimento; un’attenta rilettura delle epistole tuttavia ha documentato come Capialbi fosse solito intessere rapporti anche con lontani collezionisti per acquisire nominali di proprio interesse: così ad esempio nel caso di una emissione della zecca di Valentia, che ricercava attraverso Francesco Carelli, o di una moneta assente nella sua collezione che riceveva da Paolo Pellicano di Reggio Calabria. Fonte di approvvigionamento di monete dovettero essere anche i numerosi amici e corrispondenti, che nelle epistole ora ringraziava per aver riempito un vacuum ora ammoniva a non inviare le monete senza precauzioni, poiché le lettere gli giungevano prive del contenuto 9). 8) 9) Spesso la formazione di una collezione partiva dalla selezione di un criterio di acquisizione. Nel XVI secolo, ad esempio, venivano ricercate le monete che riproducessero i ritratti di uomini celebri dell’antichità, nell’ottica di una forma di materializzazione dei personaggi citati dalle fonti storiche e in continuità con lo spirito propagandistico che si attribuiva al mezzo monetale; oppure si collezionavano le monete romane che recavano come tipi monumenti e opere d’architettura che il tempo aveva cancellato. È evidente come siffatti criteri di scelta finissero col condizionare l’attenzione dei collezionisti sulla moneta romana piuttosto che su quella greca. Lo stesso Capialbi non fu del tutto immune da questo vezzo: la collezione conta almeno un denario d’argento per ogni anno dell’età romana repubblicana. CANTILENA 2001, pp. 13-14. CAPIALBI 1849a, ep. CXXXV a Paolo Pellicano, del 26 ottobre 1834: «In primo luogo devo ringraziare il rispettabilissimo signor canonico Paturzo, e per la memoria, che serba di me, e per lo dono prezioso della monetina Reggina favoritami. Dessa mi è stata tanto più gradita, in quanto fra le quattro varietà in argento, e le venti, e più in rame, che possedeva non vi era il tipo di questa, laonde l’ho subito riposta al suo sito colle altre, notando il dono dell’ottimo, e rispettabile amico.»; ep. CXXVIII del 19 giugno 1833, al signor Carlo Rodriguez canonico della cattedrale di Lipari: «La moneta antica, che scrivete racchiudermi nella lettera non l’ho rinvenuta. In altra 86 GIORGIA GARGANO Pertanto la collezione Capialbi, anche se non confrontabile in ricchezza e consistenza con altre sette e ottocentesche, quali la Santangelo 10) o la Farnese 11) di Napoli, ma certamente tra le collezioni numismatiche antiquarie più importanti della Calabria, ha in sé anche la peculiarità di riflettere il senso di una ricerca di carattere storico-numismatico, che inevitabilmente quanto frequentemente portava il Capialbi ad ignorare il pregio estetico del pezzo. Molte delle monete sono state raccolte, acquistate, aggregate alla collezione, anche quando di non grande valore venale, con il fine, comune al collezionista al numismatico e all’archeologo, dell’individuazione di un inedito o di una nuova interpretazione da elaborare su un pezzo già noto. Diverso discorso deve essere fatto relativamente all’acquisizione di monete da scavo archeologico, in particolare dalle indagini condotte in terreni di proprietà della famiglia, i cui resoconti si rivelano preziosi per la sensibilità dimostrata dal Capialbi nel tentativo di ricostruire, per quanto possibile, i contesti indagati. Prima di approfondire questo aspetto, sarà forse utile richiamare alla memoria lo stato della legislazione del Regno delle Due Sicilie all’epoca in cui il Capialbi visse; legislazione complessa e articolata, nata dalla constatazione che molta parte degli oggetti rinvenuti nel Regno veniva immessa sul mercato internazionale delle opere d’arte, privando i territori di provenienza di un bene 12). La fiata vi avea pregato di tenere simili oggetti presso di voi per non andare miseramente dispersi. Fate dunque così, ed a suo tempo, quando saranno in qualche numero, ben condizionati li manderete in Messina a qualche amico comune, da cui io curerò di ritirarmeli». CAPIALBI 1849a, pp. 66-69, ep. XVI del 18 giugno 1828 ad Andrea Lombardi, consigliere d’Intendenza a Potenza: «In quanto alle medaglie, che bramate di Reggio, e di Vibone Valenza, io posso procurarvene alcune, ed altre di argento Siracusane. Mi dite che ne avete moltissime di altre città italo-greche. Dovreste pazientare indicarmi di quali articoli potreste disfarvene (sic), e darle a cambio. Io ne bramerei qualcheduna de’ Lucani, ma coll’iscrizione LOUKANOM, non nel genitivo NWN, delle quali ne posseggo quattro. Mancano alla mia raccolta della vostra Lucania Atinum, Grumentum e Ursentum. Ho una quantità di Eracleesi, Metapontine, Turine, Posidoniati, e Velesi, tutte in argento, delle quali potrei anche darne a cambio. Desidererei le Turine col nome di Copia di bronzo ma non col bove cornupeta; le Pestane di bronzo colla leggenda Paistano o pistun ed anche qualche metapontina di bronzo». Della zecca dei Lucani sono conservate nella collezione quattro monete: una con il tipo di Zeus /Aquila stante (inv. 5279; SNG Milano CRN, IV,1, nn. 4-5; seconda metà III sec. a.C.; HN 1457, unità, 207-204 a.C.) e tre con i tipi di Ares/Atena gradiente a d. (inv. 5280-5282; HN 1454, doppia unità, 209-207 a.C.). GIOVE 1996, pp. 191-208; MILANESE 1996a, pp. 171-180; GIOVE 2001, pp. 21-24; MILANESE 2005, pp. 113-116. CANTILENA 2001, pp. 13-16. Sulla collezione Farnese in genere, FORNARI SCIANCHI – SPINOSA 1995. Problema sollevato per primo da Carlo III di Borbone in un bando del 25 settembre 1755, dove si affermava: «tutto ciò che di più pregevole è stato dissotterrato, s’è dal 10) 11) 12) L’«ARDIMENTOSO PROGETTO» DI VITO CAPIALBI 87 fondamentale importanza della preservazione del nesso tra opere e territorio era stata formulata già nel 1602 dai Granduchi di Toscana e metabolizzata nel tempo da tutti gli stati italiani. Ad esempio, nel 1802 papa Pio VII emanava il cosiddetto Chirografo Papale, un documento che sottolineava il sentimento di appartenenza alla città di Roma attraverso la conservazione delle opere antiche nei luoghi in cui erano state collocate ab origine; a questo documento sarebbe seguito l’editto Pacca, curato dal Canova, del 1820 13), che viene considerato il punto di partenza di tutta la legislazione sulla tutela sulla quale era improntata ancora la legge italiana n. 1089 del 1939. Quanto al Regno delle Due Sicilie, nel 1808 un decreto firmato da Giuseppe Bonaparte dichiarava obbligatoria la richiesta di licenza di scavo anche in terreni di proprietà del richiedente, con l’obbligo di sorveglianza da parte di figure incaricate dalle autorità e assoluto divieto di «estraregnazione» dei reperti. Veniva così nominato Michele Arditi come Direttore Generale del Museo di Napoli e Soprintendente degli scavi di Antichità, che doveva avvalersi degli Intendenti delle Province e del Direttore Generale degli Scavi 14): questi ultimi avevano l’incombenza di relazionare sugli scavi effettuati, in modo che lo stato potesse esercitare una sorta di diritto di prelazione sull’acquisizione e la destinazione dei reperti. Di fatto tali provvedimenti non vennero quasi mai attuati, a causa della vastità del territorio da coprire e della carenza di personale addetto. Va aggiunto che, coerentemente con i principi in base ai quali il decreto veniva formulato, l’opera dei collezionisti locali veniva tollerata, dato che contribuiva ad impedire la dispersione dei materiali all’estero 15). Nel 1822, sotto Ferdinando I di Borbone, la legge venne ampliata e perfezionata, con la creazione di una Commissione di Antichità e Belle Arti che aveva l’incarico di vigilare sul patrimonio artistico e di rilasciare le licenze per l’esportazione. La sorveglianza degli scavi veniva ora delegata agli intendenti delle province e al direttore del ReRegno estratto, onde il medesimo ne è ora assai povero, dove gli Stranieri de’ lontani paesi se ne sono arricchiti». EMILIANI 1978, pp. 111-112 e pp. 130 -145. Della corrispondenza di Carelli con Capialbi resta testimonianza nell’epistola XXXI di CAPIALBI 1849a. Sul significato di riscatto sociale e di possibili prospettive di vita migliori del Mezzogiorno alla luce della gloria della civiltà meridionale dell’età magnogreca, talvolta anche in contrapposizione all’accentramento napoletano, come motore e propulsore degli studi locali, cfr. GALASSO 1989, pp. 20-21. Sullo stato di decadenza della Calabria, cfr. CAPIALBI 1849a, pp. 123-131, ep. XLII del 18 luglio 1833. A ribadire il concetto, ricordiamo l’apertura della Lettera sulla Mamerto Brezia: «Questi esercizi letterari sollevano lo spirito trasportandolo in quei felici tempi de’Crotoniate, de’Locresi, de’Reggini, degl’Ipponiati, e di tanti cultissimi popoli, che abitarono le nostre contrade; e consolano il cuore delle anime sensibili» (CAPIALBI 1834 in PAOLETTI 2003, pp. 51-56). 13) 14) 15) 88 GIORGIA GARGANO al Museo, che si potevano avvalere rispettivamente dei Sindaci municipali e dei soci corrispondenti della Reale Accademia Ercolanese di Archeologia 16). Il Capialbi ricevette il prestigioso incarico di corrispondente a partire dal 1830 17) e fu uno dei pochissimi che ne attuarono i doveri connessi al di fuori del territorio di Napoli, dove la maggioranza dei soci risiedeva. L’intensa stagione di scavi intrapresi dal Capialbi trovava ulteriore stimolo sia nella possibilità di intessere sempre più numerosi e proficui rapporti intellettuali con ogni parte d’Europa sia nei dettagliati resoconti che aveva inviato a Roma in qualità di socio dell’Instituto di Corrispondenza Archeologica sin dal 1829. Grazie a questa attività, poté divenire il referente in territorio calabrese di studiosi italiani e stranieri ed è grazie a quanto è edito del suo epistolario (e sarebbe utile poter prendere visione anche della documentazione inedita ancora in mano agli eredi) che possiamo trarre dati anche sulle località di rinvenimento delle monete in suo possesso: per citare un esempio, rispondendo a Pietro Bellotti, commissario onorario dell’Instituto di Corrispondenza Archeologica, a proposito della difficoltà di scavare a Locri, Vito Capialbi scriveva: «Io posseggo circa 60 pezzi di vasellame in quel territorio da’ particolare rinvenuti, molte medaglie, e talune iscrizioni in marmo, e sopra mattoni». È possibile, secondo il Paoletti, che l’intermediario di questi acquisti fosse l’amico Paolo Pellicano, collezionista locrese del quale si dirà meglio in seguito18). Molto più ricche di dettagli invece le descrizioni sui contesti di rinvenimento delle monete rinvenute negli scavi hipponiati19). In questa sede ci limiteremo a ricordare, per esemplificare il metodo descrittivo seguito da Capialbi, come ne «Il giornale degli scavi di Montelione» ricordi la moneta d’oro brettia rinvenuta in loc. Cofinello, ma sporadica, oggi assente dalla collezione: «Dessa fu da me acquistata, e con tutti gli oggetti rinvenuti si conserva nella mia raccolta. Rappresenta nel diritto una testa di Nettuno col solito diadema volto a sinistra, il tridente dietro, e sotto una testa di bue; nel rovescio evvi una donna velata volta a sinistra, assisa sopra un ippocampo, che si dirige verso la dritta: un Amorino sulla coda del detto animale, che lancia coll’arco un dardo, e dal lato destro una formica. Al basso la leggenda BRETTIWN» 20). 16) 17) 18) 19) 20) Per notizie e studi sulla legislazione sui beni culturali nel Regno delle Due Sicilie, cfr. le sintesi di DELLA NEGRA 1989, pp. 84-89 e MILANESE 1996b, pp. 275-280. Su questa e le numerose altre onorificenze del Capialbi, PAOLETTI 2003, pp. XXIIXXVII. CAPIALBI 1849a, ep. CXXVII; PAOLETTI 1989, p. 481 no. 20 e p. 488, no. 47. Sulla storia della subcolonia locrese di Hipponion e della ricerca archeologica sul territorio, ANSP 1989 e IANNELLI -AMMENDOLIA 2000. Si tratta di una dracma dei Bretti, con il tipo di t. di Poseidon /Anfitrite su ippocampo, databile intorno al 209 a.C. (HN, 1946-1951) e battuta nella zecca di Crotone (ARSLAN 1989, pp. 47-49). L’«ARDIMENTOSO PROGETTO» DI VITO CAPIALBI 89 Sempre dalla necropoli in loc. Cofinello: «Trè medaglie furono trovate nel detto sepolcro, tutte coperte di terra e ruggine, l’una d’argento di terza grandezza a Terina perviene, e le altre due di bronzo di prima grandezza son brezzie. La Terina mostra nel dritto una testa di donna volta a destra, ornata di monile, orecchini e larga fascia alle trecce: avanti ha la leggenda TERINAIWN, e dietro la trinacria. Nel rovescio evvi la Vittoria alata sedente su una base a sinistra, tiene un uccello sulla destra mano stesa, e poggia la sinistra sulla base medesima: le due brezzie poi rappresentano nel dritto una testa barbata e galeata a sinistra con una spiga sotto; e nel rovescio una Vittoria che corona un trofeo, in mezzo vi è un caduceo, e la leggenda BRETTIWN all’intorno 21)». E ancora: «Vicino al teschio si ritrovarono alcune monetine greche di bronzo, cioè: due ipponiati di terza grandezza colla testa di Apollo o di Bacco laureata da un lato, e colla Cerere o Proserpina dall’altro, dove suol esserci la doppia leggenda: EIPONIEWN e LANDINA (o meglio PANDINA, come con una conservatissima medaglia del nostro cimelio abbiamo stabilito e confermato): altra brezzia di terza grandezza colla testa della Vittoria alata a sinistra da un lato e con Giove all’impiedi a destra che lancia il fulmine dell’altra; ma queste trè sono mal conservate, le leggende son corrose, e perciò di niun pregio. La quarta non così, giacché sebbene è della terza grandezza e di bronzo, pure chiaramente fa scorgere la testa di Apollo da destra laureata, ed avanti la leggenda MESMAIWN, e nel rovescio un cavallo che galoppa a destra e sopra una stella. Questa monetina è preziosissima perché ci offre un articolo inedito di Mesma» 22). 21) 22) CAPIALBI 1832, p. 30. Associato alle monete nella sepoltura, venne ritrovato anche un grande vaso a figure rosse (riconosciuto dal Paoletti come «un vaso nuziale di ottima maniera nolana». PAOLETTI 2003, p. 30, no. 38). La moneta di Terina, a proposito della quale richiamiamo la rarità dell’uso di monete d’argento come obolo di Caronte, è una dracma con i tipi della testa femminile/Nike alata seduta su cippo, inquadrabile intorno al 300 a.C. (ROSS HOLLOWAY-JENKINS 1983, nn. 106-117; TALIERCIO MENSITIERI 1993, pp. 131-186, pp. 150-159; HN, 2641-2642). Per il significato della triskeles, o trinacria, sulla moneta, TALIERCIO MENSITIERI 1993, p. 157, no. 167. Le due monete brezzie sono doppie unità con il tipo Ares/Nike che incorona un trofeo (HN, 1975, 214-211 a.C., SNG CZ II, 53, 215-203 a.C.). Per la moneta con il tipo di Pandina, vedi ultra; la terza moneta citata è una mezza unità dei Bretti con i tipi di t. di Nike/Zeus con fulmine e scettro (HN, 1982, 214-211 a.C.; SNG CZ II, pp. 56 ss., 215-203 a.C.); l’ultima moneta è un nominale non identificato della zecca di Medma, inquadrabile nel IV sec. a.C., con i tipi di Testa di Apollo/Cavallo e stella a otto raggi (HN, 2432, IV sec. a.C.; GORINI 1985, pp. 127-140, p. 137, no. 7, secondo il quale la moneta potrebbe celebrare la libertà riconquistata forse dopo la tirannide siracusana, quindi essere riconducibile all’età timoleontea). 90 GIORGIA GARGANO Sempre alla necropoli di Cofinello crediamo vada riferita quest’altra notizia: «Giorni sono nel sepolcreto ipponiate, in un fondo di mia spettanza, dai villani si sono aperti otto sepolcri, dei quali il maggior numero delle stoviglie furono sottratte, ed a me fu portato piccola cosa in vasi e rimasugli di corazze. Andato sopra luogo e frugato attentamente il terreno si è ritrovata una moneta di oro siracusana delle Ocrie col tripode e testa di Apollo» 23). Con quest’ultima descrizione entriamo in un altro ambito della articolata attività che ha fatto di Capialbi non solo un collezionista, ma anche un archeologo ante litteram: da un lato, gli studi storici e topografici condotti sull’antica Medma, dall’altro, che è quello che in questa sede interessa, gli studi numismatici. L’interesse per la disciplina numismatica venne coltivato da Capialbi per tutta la vita, fondandolo sull’intuizione del significato storico che le emissioni monetarie potevano prendere, ad esempio nei casi in cui erano la sola testimonianza, accanto alle fonti storiche, che documentasse l’esistenza di un centro antico, come nel caso di Medma, o antichi rapporti di alleanza, come nel caso delle monete KRO/ME 24) o, infine, nel caso delle monete hipponiati, nei cui tipi ravvisava influenze siracusane 25). Registriamo in Capialbi lo sforzo costante di approfondire alcune delle problematiche sviluppate dalla conoscenza della numismatica magnogreca, che in quegli anni cominciava ad acquisire uno spessore grazie alla pubblicazione di alcune delle più importanti collezioni dell’Italia meridionale. Alludiamo in primis a Francesco Antonio Pellicano, legato a Capialbi da vincoli di parentela, la cui grande collezione numismatica è forse 23) 24) 25) ZANGARI 1922, p. 310, epistola del 18 febbraio 1837. È impossibile identificare l’aureo citato dal Capialbi, anche se sarà probabilmente uno dei venti esemplari della collezione dei pezzi da cinquanta litre di elettro con i tipi di testa di Apollo/tripode-lebete (inv. 7099; 7103-7120; SNG Deutschland, München, 5, 1977, t. XXXVIII, 2057); segnaliamo anche dodici elettri siracusani da venticinque litre con i tipi di Apollo/lira (inv. 7121-7131, 7134; SNG Deutschland, München, 6, 1980, t. 36, 1205). Entrambe le emissioni vanno riportate al regno di Agatocle e sono inquadrabili tra il 310 e il 304 a.C. Oggi le monete con la doppia leggenda KRO/ME tendono a ritenersi emissioni crotoniati con l’abbreviazione del nome di un magistrato. CAPIALBI 1848 in PAOLETTI 2003, pp. 155 ss.; HN, 2141, 2162. In un’epistola inviata a Teodoro Panofka, il segretario dell’Istituto di Corrispondenza Archeologica di Roma, Capialbi scriveva: «Ella ben sa che tra i Siracusani, ed i nostri Ipponiati poscia da’Romani detti Vibonesi, e Valentini vi passarono ne’remoti secoli varie e molteplici relazioni sociali, come leggermente si può ravvisare da’ tipi, e dalle forme delle medaglie comuni ad entrambi i popoli, e dalla di loro storia». CAPIALBI 1849a, pp. 62-63, ep. XIV. In effetti, sia dal punto di vista ponderale che da quello tipologico, l’influsso siracusano è ben documentabile su tutte le serie monetali hipponiati. TALIERCIO MENSITIERI 1993, pp. 134 ss. L’«ARDIMENTOSO PROGETTO» DI VITO CAPIALBI 91 dispersa26), autore del Catalogo delle antiche monete locresi (Napoli 1834), nel quale pubblicò alcune delle monete della Capialbi (contrassegnate nella pubblicazione con la sigla MC) tenendo presenti molti dei suggerimenti che negli anni il Capialbi gli aveva proposto nel corso di fitti scambi epistolari27). Anche in questi frangenti non possiamo trascurare di sottolineare l’apertura mentale di Vito Capialbi e la sua giusta collocazione piuttosto nell’ambiente scientifico che in quello dei collezionisti: non pare albergare in lui la gelosia del custode di antichità, quanto l’ambizione e la curiosità propri di chi ha interessi di carattere scientifico. I rapporti epistolari da lui curati e considerati il più efficace sistema per sprovincializzare le proprie fonti di aggiornamento, partono da un interesse specifico, poi sovente sfociano in duraturi rapporti d’amicizia, come nel caso di Francesco Carelli o del canonico Andrea de Jorio28). Emergono con grande chiarezza dalle epistole l’umiltà dello studioso e il garbo dell’uomo, consapevole di come la vastità dei propri interessi rischiasse talvolta di trasformarsi in un limite, e per questo fosse solito sottoporre le proprie intuizioni ai consigli e ai suggerimenti di illustri «colleghi». E come, per colmare le proprie lacune, metodicamente aggiornasse la propria biblioteca di archeologia e numismatica29). Inoltre, di grande attualità ci pare la convinzione che non dovesse venire trascurato l’impegno della comunicazione delle acquisizioni scientifiche: 26) 27) 28) 29) PAOLETTI 1989, p. 481 no. 20 e p. 488 no. 47; il Paoletti sottolinea la necessità della conoscenza della collezione Pellicano per un’indagine esaustiva della storia del monetiere Capialbi, nonché per una visione completa della storia del collezionismo calabrese. Dei numerosi e significativi scambi epistolari di argomento numismatico con il Pellicano, vale la pena ricordare l’epistola CXXXV del 25 novembre 1832, dove particolarmente dettagliata e tecnica è la descrizione di alcuni nominali di zecca brettia e locrese, e la recensione fatta dal Capialbi sulla pubblicazione dell’amico uscita sul giornale napoletano «Il topo letterato», II, 10, s.d., p. 78. Si veda, a titolo di esempio, quanto scrive Capialbi a Nicolantonio Gangemi il 15 dicembre 1822: «Devo sul principio ascrivere a mia mala fortuna il non aver fatto la sua personale conoscenza nella breve dimora da me passata in codesta capitale, avendo saputo dal signor Canonico Jorio la dottrina, e perizia di lei per quanto riguarda la numismatica, specialmente del nostro regno, scienza, di cui vivo passionatissimo, e se il ciel benigno avesse concesso di venir lei in questo collegio, in sua compagnia moltissimo avrei potuto apprendere, ed istruirmi negli studi da me prediletti». CAPIALBI 1849a, ep. VI. Basterebbe questo tema per riempire pagine e pagine. Qui ci limiteremo a sottolineare che Capialbi consulta e cita le più importanti opere di numismatica magnogreca dell’epoca, unitamente alle opere storiche di interesse locale che possono supportare le proprie intuizioni sulla storia delle località indagate. Possiamo supporre che Capialbi forse possedette e di certo lesse, conobbe e approfondì questi volumi, la maggior parte dei quali citati nelle sue pubblicazioni: F. M. AVELLINO, Italiae veteris numismata, Napoli, 1808 e supplementi del 1814; G. BARRIO, De antiquitate et situ Calabriae libri quinque, Roma, 1571; F. CARELLI, Nummorum veterum Italiae descrip- 92 GIORGIA GARGANO non solo lui stesso diffuse e pubblicò una larghissima parte delle novità che scaturivano dalle proprie attività di scambio e soprattutto di scavo archeologico 30), ma gli capitò di proporre ad altri di pubblicare gli inediti della propria collezione. Sono ad esempio, oltre al già citato Pellicano, i casi del De Dominicis, che inserì alcune monete della Capialbi nel suo Repertorio Numismatico; del Tafuri, al quale Capialbi inviò «60 e più disegni di monete arabo-sicole in oro»; del cav. Giulio Cordero di San Quintino, al quale «ho rimesso i disegni di alcune monete ripercosse colla marca SC.LS» 31). tio, Napoli, 1812, A. DE DOMINICIS, Repertorio Numismatico; J. I. ECKEL, Doctrina Numorum Veterum, Vienna, 1792-1798, G. FIORELLI, Monete rare di città greche, Napoli, 1843; G. FIORELLI, Monete inedite dell’antica Italia, Napoli, 1845; S. HAVERKAMP, Catalogo della collezione numismatica della collezione della regina Cristina di Svezia, L’Aia, 1742; N. IGNARRA, De Buthysiae Agone, Napoli, 1807; D. MAGNAN, Bruttia numismatica e Lucania numismatica, Romae, 1773; G. MICALI, L’Italia avanti il dominio de’ Romani, Firenze, 1810; J. MILLINGEN, Considérations sur la numismatique de l’ancienne Italie e Supplément aux considérations, Florence, 1841; T. E. MIONNET, Déscription de Médailles antiques Grecques et Romaines – supplément, Paris, 1806-1813; F. PARUTA, Sicilia Numismatica, Lugduni, 1723; F. A. PELLICANO, Catalogo delle antiche monete locresi, Napoli, 1834; J. L. REYNIER, Precis d’une collection des médailles antiques, Genève-Paris, 1818; D. SESTINI, Lettere e dissertazioni numismatiche, Brutti-Mesma, vel Medama, Livorno, 1789-1806; P. ZACCARIA, Introduzione allo studio delle antiche medaglie, Roma, 1772. Non sono citati nelle opere edite di Capialbi gli «Annalen der Numismatik» di SCHILICHTERGROLL, pubblicati a Lipsia dal 1804 in lingua tedesca, opera conosciuta dall’Avellino, che, nel primo numero della sua rivista, del 1808, dichiarò di essersi ispirato appunto agli Annalen. Capialbi conosce invece la Révue Numismatique, stampata dal 1838, e il Numismatic Chronicle, edito a partire dal 1838. L’attenzione con cui acquistava i volumi della biblioteca è riflessa in un brano di una lettera spedita a Giulio Minervini, a proposito della vendita della biblioteca dello zio, Francesco Maria Avellino: «Dal Catalogo della Biblioteca Avellino ho fatto una notarella, che le accludo per norma, delle cosucce che bramerei. È possibile che non tutti si potessero avere, anche per la massima che io ho di non incantare, ma prendere a prezzo di catalogo, sia qualunque quello assegnato a’ libri; perché con questo metodo son io che scelgo, e con ogni altro sarei trascinato dalla volontà altrui» (da NAMIA 1998, p. 26). Sull’attenzione al proprio aggiornamento bibliografico di carattere numismatico, cfr. anche CAPIALBI 1849a, pp. 105-107, ep. XXXII del 3 febbraio 1831. La conoscenza della biblioteca di Vito Capialbi, oggi di proprietà degli eredi, deve considerarsi imprescindibile qualora si voglia approfondire l’aspetto del Capialbi studioso di antichità. Sul tema della letteratura numismatica all’epoca, cfr. PANVINI ROSATI 1980. Sul significato sociale e culturale delle biblioteche locali sette e ottocentesche, e in particolare su quella di Vito Capialbi, cfr. LOMBARDI SATRIANI 2008, pp. 7-9 e CAMPENNÌ 2008, in particolare pp. 140-142. Per la vasta bibliografia di Vito Capialbi, rimandiamo a PAOLETTI 2003, pp. XXIII-XLVI. CAPIALBI 1849a, pp. 23-26, ep. VIII, XXIV, LII. Le monete «arabo-sicole» vennero pubblicate nel 1844 presso la stamperia dell’Iride di Napoli a cura di Domenico Tafuri, con le illustrazioni del principe di S. Giorgio, Domenico Spinelli, parecchio tem- 30) 31) L’«ARDIMENTOSO PROGETTO» DI VITO CAPIALBI 93 Egli stesso si proponeva di scrivere opere di numismatica, più volte annunciate ma che non fece in tempo a pubblicare e che possiamo supporre conservate tra i manoscritti inediti in mano degli eredi: tra queste, la massima importanza avrebbe ancora oggi lo studio sulla monetazione di Hipponion e Valentia 32), che di certo ampliava uno dei temi ricorrenti nelle epistole, e cioè la corretta lettura della leggenda «PANDINA» sulle monete di bronzo hipponiati, fino ad allora trascritta come «LANDINA» 33) e le fitte discussioni con il Carelli sul bronpo che dopo Capialbi aveva inviato il materiale richiesto, tanto che il 14 aprile 1836 aveva scritto a Carlo Antonio de Rosa, marchese di Villarosa: «Da circa cinque anni il sig. Michele Tafuri mio buono amico mi richiese i disegni di circa settanta fra le duecento, e più delle mie monete Arabo-Sicole in oro. Gli mandai i disegni, e poscia le impressioni in cera. Nel 1834 mi mostrò che buon numero delle mie, come inedite, ne aveva fatto incidere sulle tavole della opera, che intendeva di pubblicare colle spieghe del sig. Principe di S. Giorgio. Mi dica: si è pubblicata più quell’opera, o è rimasta come tutte le altre opere imperfette de’ nostri regnicoli? Il sig. Tafuri mi diceva che per pubblicarla aspettava notizie da Sicilia; ed allora io gli annunziai che per queste novelle ricerche il lavoro arrenava da non veder più la luce. Chi sa se i miei sospetti si fossero verificati!» (CAPIALBI 1849a, pp. 158-160, ep. LV). Dopo la pubblicazione, invece, ringraziava il Tafuri per il dono del volume, approfittando per imbastire una discussione sulle monete con leggende in caratteri cufici (CAPIALBI 1849a, pp. 261-263, ep. LXXXV, pp. 261-263). Per i rapporti con Giulio Cordero, CAPIALBI 1849a, pp. 117-119, ep. XXXVII del 24 gennaio 1833, dove tra l’altro il Capialbi scrive: «Ho risposto al signor Tafuri che niuna medaglia, da me conosciuta per Longobarda, posseggo da poterle presentare. Ne ho, è vero, alcune in oro con lettere arabe, e greche; ma l’ultime ho stimato sempre de’ nostri Re Normanni, e le prime Saraceniche. Se ella bramasse di queste i disegni non avrebbe che comandare per esser servita. Ho sempre creduta cosa sciocca tener nascosto le cose antiche, le quali devono essere tantopiù divulgate, in quanto più fossero rare. Questo sistema ho adottato con l’illustre Carelli, con Tafuri, con de Jorio, con de Dominicis; con altri, e con l’Instituto di Corrispondenza Archeologica, al quale rimetto, per non lasciare indietro, anche le piccole quisquilie». Cfr. in proposito GRIERSON 1991. Dai cataloghi della collezione Capialbi è desumibile la presenza di 129 monete con leggende in caratteri cufici, che coprono un arco cronologico compreso tra il IX e il XII sec. d.C. (inv. 5909-5938; 6049-6054; 6056-6057; 6069; 6095-6103; 6105-6106; 6110-6120; 7190 -7215; 7232; 7271-7309). Una breve nota ne è in CASTRIZIO 2005, p. 111, rilevante soprattutto in merito ai problemi ancora aperti sulla circolazione dei roba’i arabi in Calabria, la loro frequente confusione con le monete emesse in età normanna e l’individuazione delle fonti di reperimento delle monete da parte di Vito Capialbi. CAPIALBI 1843, p. 14. CAPIALBI 1849b, p. 171; tra le numerose epistole di argomento «Pandina», citiamo le seguenti VIII, X, XXIII, XCIX e in particolare la XIII, nella quale il Capialbi si dilunga sull’identificazione della divinità e che è utile per seguire il dotto metodo deduttivo per l’identificazione della tipologia: «La testa giovanile del dritto potrebbe essere un Bacco, anche per gli elementi NUS-Nusoj, ed il bocale, che in alcune dietro al capo si vede. La donna stante dal rovescio per le spighe, e pe’ papaveri po- 32) 33) 94 GIORGIA GARGANO zo con al D/ la testina cornuta di divinità fluviale e al R/ la clava, alla fine dal Carelli riconosciuta come battuta dalla zecca di Hipponion 34). Per tornare brevemente a quanto già accennato, Capialbi intervenne sul dibattito relativo all’ubicazione dell’antica Medma congetturando l’esistenza di due centri: Mesa e Medama, sulla base del rinvenimento delle monete medmee che recavano due differenti leggende: «MESMAIWN» e «MEDMAIWN»; le due città, entrambe di età greca, si sarebbero dovute localizzare nei pressi dell’odierna Rosarno, dove erano frequenti i rinvenimenti di reperti di età greca, mentre dal confinante territorio di Nicotera provenivano solo resti di età romatrebbe essere creduta una Cerere. Forse la qualifica di PANDINA potrebbe esserle stata attribuita pel giro fatto dalla Dea alla ricerca di Proserpina rapita da Plutone, che poi ritrovò nell’Inferno. Allora omnia movit Ceres. È noto che quando Pancione figlio di Eritonio regnava nell’Attica Cerere e Bacco andarono in quella regione. La prima ricercando la figlia Proserpina si rivolse in Eleusi, ove istruì Triptolemo nella coltura del grano, ed il secondo Nusoj insegnò al suo ospite Icario la piantagione della vite. In una corniola della mia raccolta Cerere tunicata tiene colla sinistra l’asta pura, e colla destra le spighe, e somiglia moltissimo alla figura delle nostre medaglie, e sappiamo da Teocrito negl’Idilli che “… Ipsa Ceres rideat/Manipulos, et papavera utraque manu tenens”. Che se taluno non Cerere, ma Proserpina di lei figlia, tanto dagl’Ipponiati adorata credesse indicarsi dalla nostra medaglia, io non sarei alieno di acconsentirci, tanto perché a lei convengono le caratteristiche dell’immagine indossate, ed i papaveri, quanto perché Proserpina, Venere, Cerere, Diana o la Luna, quae circuit orbem, sono divinità, che spesso si confusero nell’antica Teogonia; ed Apuleio, che voleva parlare alla Luna (Metamorph. Lib. XI) non sapendo qual fosse il di lei proprio nome sive tu Ceres… seu tu Venus… seu Phoebi soror… seu Proserpina, l’appellò Regina Coeli, e Pandeia appunto si nomina da Omero (Hymm. in Lunam) la figlia della Luna». Nella collezione Capialbi sono conservati trentaquattro bronzetti hipponiati con il tipo di testa di Apollo/Pandina (inv. 6396; 6401; 64036431; 6434; 6442; 6447). Entrambe le monete appartengono alla seconda fase della monetazione di Hipponion nella definizione di HEAD 1911, p. 100 (330-325 a.C.) e di TALIERCIO MENSITIERI 1993, pp. 139-146. Per le molteplici valenze del tipo di Pandina, cfr. anche DE SENSI SESTITO 1999, pp. 39-74 e pp. 146 segg.; sul significato del granchio nei toponimi e nelle monete di età brettia, DE SENSI SESTITO 1999, pp. 143-146 e 88. Altre allusioni alla preparazione di pubblicazioni di carattere numismatico sono in CAPIALBI 1849a, pp. 93-95, ep. XXVI dell’11 luglio 1830 ad Odoardo Gerhard («Le iscrizioni inedite, o mal lette si stan lavorando unitamente ad alcune inedite medaglie della mia raccolta. Sì le une che le altre, co’ rispettivi disegni saranno inviate appena che si termineranno») e in ZANGARI 1922, p. 317, lettera dell’8 giugno 1838 («Vi rendo infinite grazie delle avvertenze datemi per la mia lettera sopra Mesa ed ho già pregato monsignor Rossi per avere le variazioni se pur vi sono dello Stefano Bizantino nella voce MESMAIWN vedremo. Voi prometteste che ne parlavate al cav. Avellino. Fatelo e specialmente in quanto alle medaglie, e se egli, ch’è dottissimo, ne conosce altre, avvisatemele distintamente per aggiungerle nel mio lavoro. Ho fatto disegnare la inedita del mio museolo e la farò imprimere. Delle altre edite, e già conosciute non ho creduto farne spesa»). 34) L’«ARDIMENTOSO PROGETTO» DI VITO CAPIALBI 95 na 35). L’attenzione per queste monete fu costante e ne raccolse quante poté, specialmente del tipo con la testa di Apollo / cavallo sormontato da una stella, che riteneva essere un inedito e la cui incisione pubblicò nella prima delle due opere su Medma 36). La sua forte relazione con il territorio di Medma / Rosarno emerge anche dalle informazioni che gli giungevano dei principali rinvenimenti numismatici dalla zona: «Nell’aprile 1824 avvisato dal P. Maestro Armentano, fu mio grande amico, il quale predicava il quaresimale in Montelione, e poscia divenne vescovo di Mileto, che nelle vigne di Rosarno erasi scoperto un ricco ripostiglio di medaglie greche d’argento, mi conferii subito sopra luogo, e mi riuscì a caro prezzo acquistarne 386 medaglie di squisitissimi, e rari conii della magna Grecia, con buon numero di incussi medaglioni, trovati nel vigneto denominato Favara di D. Antonino Gangemi. Molte medaglie greche di argento con 90 locresi di oro, delle quali 30 le comprai io, furono rinvenute nelle vigne di D. Tomaso Lagani, luogo denominato la Torre nel febraio del 1841; e 180 tetradrammi, o siano medaglioni Siculi in argento di diverse grandezze e città, si trovarono a 14 marzo 1845, proprio in contrada denominata le Vigne, e terre Favara di Rosario Agasi, de’ quali 120 vennero in mia mano: oggetti tutti usciti dagli scavi praticati nelle vigne prossime a Rosarno da que’ naturali in voler piantare, o propagginare le viti. (…) Le numerose figuline letterate per altro sono tutte romane, e niuna greca ho potuto osservarne, come una sola medaglia Mesmea mi è riuscito vedere tra migliaia e migliaia di nomismi usciti da quelle scavazioni, che sono caduti sotto i miei occhi» 37). Pure nella stringatezza della descrizione, cogliamo dal Capialbi alcuni elementi significativi sulla circolazione monetaria dell’antica Medma, tematica pe35) 36) 37) CAPIALBI 1848, pp. 155 ss. e CAPIALBI 1849b, pp. 188 ss. La posizione di Capialbi sulla duplicità di Mesma e Medama non poggia su alcun fondamento storico. Per la storia degli studi su Medma, PAOLETTI – SETTIS 1981, pp. 47-54 e PAOLETTI 2001. Nella collezione Capialbi sono presenti tredici monete battute dalla zecca di Medma, di cui, in particolare, otto bronzi con il tipo del volto femminile frontale/Apollo (inv. 6677-6684. SNG CZ II, 578-579, 350 a.C. ss.; HN, 2426 ss., IV sec. a.C.); due con il tipo di Apollo/cavallo e stella (inv. 4417 e 6685; HN, 2432, IV sec. a.C.); tre con il tipo della testa femminile a d./figura maschile seduta su roccia a s. (inv. 4414-4416; HN, 2435, IV sec. a.C.; SNG CZ II, 580-581, 350 a.C. ss.). CAPIALBI 1849b, p. 186. Sui rinvenimenti rosarnesi in località Favara, oggi localizzabili tra via dell’Ospedale e via Fiandra, e in loc. Torre, corrispondente oggi alla loc. Calderazzo, cfr. PAOLETTI – SETTIS 1981, pp. 79 e 87. Nella collezione Capialbi sono presenti sei dioboli battuti dalla zecca di Locri, con i tipi di Aquila con serpente nel becco/doppio fulmine (inv. 6582-6587. POZZI PAOLINI 1977, pp. 279-284, gruppo 2; probabile età di Alessandro il Molosso; HN 2346, terzo quarto del IV sec. o primo quarto del III sec. a.C.). 96 GIORGIA GARGANO raltro finora mai affrontata nella storia degli studi: in primo luogo, la scarsità di circolante medmeo in loco, che il Capialbi sottolineava con una perentorietà inconsueta nel suo modo di esprimersi 38). In secondo luogo, apprendiamo del rinvenimento di un ripostiglio di monete incuse e pare anche a doppio rilievo d’argento della Magna Grecia, dato di un certo interesse per la storia del circolante nel comprensorio della piana di Gioia Tauro in età arcaica. Difatti, sebbene sia un dato acquisito che i ripostigli non rispecchiano le prove raccolte dagli scavi archeologici sul circolante reale, va tuttavia segnalato che dagli scavi della vicina Gioia Tauro, antica Metauros, non sono mai stati documentati rinvenimenti di monete di età arcaica, sebbene sia ipotizzabile l’esistenza di centro abitato, forse con funzioni emporiche, da mettere in relazione con la necropoli di loc. Pietra 39). Il rinvenimento dei 90 aurei locresi insieme a molte monete d’argento, purtroppo di zecche non specificate probabilmente perché non viste dallo stesso Capialbi, plausibilmente andrà riportato ad un altro ripostiglio, analogamente al rinvenimento delle monete d’argento siciliane. Possiamo supporre che sovente il Capialbi venisse interpellato dai fortunati scopritori di «tesori», sia per l’essere un rinomato intenditore di monete antiche sia, ovviamente, in qualità di generoso acquirente. Tanto non basta tuttavia a contestualizzare le monete della collezione: riterremmo un azzardo ascrivere gli aurei locresi della Capialbi al rinvenimento rosarnese. Vale la pena però di ricordare, per fornire qualche possibile indicazione sulla provenienza degli argenti magnogreci meglio conservati della raccolta, alcuni celebri rinvenimenti di tesoretti in Calabria negli anni in cui il Capialbi visse e incrementò la propria raccolta: anche se in nessun caso viene citato tra gli acquirenti, riteniamo dovesse come minimo esserne informato. Negli anni immediatamente precedenti al 1825, Francesco Maria Avellino, dal 1808 direttore del Real Museo Borbonico di Napoli e corrispondente assiduo del Capialbi, acquistò forse un intero tesoretto costituito da 381 monete incuse e a doppio rilievo della Magna Grecia, poi immesse nel medagliere del museo napoletano 40). Nel 1838 a Gerace si rin38) 39) 40) Un’altra dichiarazione del genere è in CAPIALBI 1832, p. 55, dove dichiara: «senza esagerazione avrò visto sopra 10.000 medaglie coll’iscrizione BRETTIWN», cioè monete brettie; in effetti gli scavi archeologici dei siti di tarda età ellenistica e repubblicana in Calabria vanno rivelando come il volume delle emissioni della confederazione brettia sia percentualmente considerevole, specialmente in relazione al breve arco cronologico di attività della zecca. Cfr. tra gli altri i dati editi dai siti di Castiglione di Paludi (LUPPINO – PARISE – POLOSA 1996; POLOSA 1999a; POLOSA 1999b), di Oppido Mamertina (VISONÀ 1999 a, 1999b, 1999c), di Crotone - Capo Colonna (ARSLAN 2005), di Caulonia antica (GARGANO c.s.). Cfr. la sintesi di SABBIONE 1990 e le osservazioni di COSTAMAGNA 1999, pp. 252 ss. Bisogna ricordare come non venisse ancora sentita all’epoca una inconciliabilità, o almeno una distinzione di ruoli tra collezionisti, studiosi e direttori di museo, come L’«ARDIMENTOSO PROGETTO» DI VITO CAPIALBI 97 venne un ripostiglio di monete contenente 20 didrammi di Pirro 41), più un numero non specificato di monete di Siracusa, siculo-puniche e di pegasi. Il nucleo venne presto messo in vendita a ricchi collezionisti, tra i quali i Santangelo 42). Ancora nel 1844 ad Ardore, vicino Locri, sarebbe stato rinvenuto un ripostiglio di circa 500 monete, contenente incusi di Sibari e Caulonia e argenti dei re dell’Epiro. Lo Schultz riporta infine nel 1842 il rinvenimento, in una località non specificata della Calabria, di oltre mille monete d’argento della Magna Grecia, una parte delle quali venne ancora una volta acquisita dai Santangelo 43). Ribadiamo che è probabile che il Capialbi fosse al corrente di questi grandi ritrovamenti e che dovevano essere occasioni del genere quelle nelle quali arricchiva la sua collezione numismatica. Come è stato dimostrato dal Paoletti e come crediamo di aver documentato anche con le poche citazioni di scambi epistolari del Capialbi, non è più credibile l’ipotesi che la collezione si fosse formata con i soli materiali provenienti da Monteleone e dai suoi dintorni, come avrebbe potuto far sospettare anche il mediocre stato di conservazione di molti nominali. Se difatti una parte delle monete dovette essere integrata alla raccolta invece, un secolo dopo, l’Orsi sottolineava, nell’incertezza di conferire a Vincenzo Capialbi il ruolo di ispettore onorario della Soprintentenza. Sul ripostiglio in questione, AVELLINO 1833, pp. 167-168. N. F. Parise ha dimostrato come il ripostiglio sia stato erroneamente smembrato nella pubblicazione di IGCH (IGCH 1880 e 1991; PARISE 1974-75; PARISE 1982). CAPIALBI 1849a, p. 37, ep. III del 9 aprile 1820 al sig. colonnello Gabriele Pepe Comandante la Provincia di Reggio: «ho acquistato giorni or sono una bella medaglia in argento di mezzana grandezza, la quale credo di Siracusa, e siccome rappresenta Pirro Re Epirota, che venne in aiuto de’ Siracusani contro i Cartaginesi, così voglio descrivervela per vostro piacere. Evvi dunque da una faccia la testa di Cerere coronata di spighe, e dietro al capo un fulmine; e dall’altra parte una Pallade all’impiedi stolata, galeata ed armata di scudo, che vibra colla destra una lancia: al lato destro una cornucopia, e nella leggenda le lettere PURROU BASILEWS. Il contorno della testa di Cerere è bellissimo, e veramente greco. I tipi della medaglia ricordano la fortezza, e la ricchezza de’ Siciliani, e le loro vittorie ottenute sotto la guida di Pirro». Nel monetiere Capialbi sono conservate due ottoboli d’argento di Pirro con il tipo della testa di Persefone coronata di spighe/Atena con elmo crestato, scudo ovale e lancia (inv. 4667 e 4668), tra il 295 e il 272 a.C. a cui si deve aggiungere un argento catalogato come falso antico (inv. 4652). RAOUL -ROCHETTE 1840, p. 51, no. 3; Giove 1996, p. 199, no. 53 e p. 196. Al cav. Michele Santangelo, cultore di numismatica e proprietario della collezione che di lì a pochi anni sarebbe stata ceduta al Reale Museo Borbonico, il Capialbi dona una moneta di Medma «col cavallo» (CAPIALBI 1849a, epistola LXXI del 5 febbraio 1840); è possibile che Vito Capialbi avesse personalmente conosciuto il Santangelo allorché questo dirigeva alcuni scavi a Locri in qualità di intendente della Basilicata, Calabria e Capitanata (Milanese 1996a, p. 172). Per la bibliografia recente sulla collezione Santangelo, vedi nota 8. GIOVE 1996, p. 196. 41) 42) 43) 98 GIORGIA GARGANO per la provenienza da fortuiti ritrovamenti o dagli scavi hipponiati del Capialbi, un’altra parte venne raccolta per il suo significato storico e, anche se marginalmente, per il suo valore artistico o economico. Dal 1853, anno della morte di Vito Capialbi, in poi, la storia della collezione si costruisce più su assenze e lacune documentali che su notizie certe: gli eredi non coltivarono la passione dell’avo e probabilmente smisero di rimpinguare la raccolta di monete, se non sporadicamente con qualche emissione dell’età di Umberto I e dei coevi regni europei. Il «museolo» però restava aperto a quanti desiderassero visitarlo e la leggendaria fama di liberalità di casa Capialbi non veniva tradita: nel 1873, per esempio, Theodor Mommsen veniva a Monteleone, per studiare le epigrafi della collezione, e a distanza di tempo ancora ringraziava i Capialbi per le dimostrazioni di ospitalità. Dopo l’unità d’Italia, uno dei primi provvedimenti del neonato Ministero della Pubblica Istruzione fu il censimento delle collezioni archeologiche e degli scavi in Italia: della collezione di Vito Capialbi nel 1874 veniva denunciato l’abbandono «perché i di lui figliuoli non sono versati nell’archeologia» 44). Nel 1900 ne viene redatto da Ettore Gabrici, per conto del Museo di Napoli, un primo elenco sommario 45), che mentre descrive compiutamente i reperti della collezione archeologica, si limita a stimare il numero delle monete in circa 4000 e, con un pizzico di malcelata delusione, annota: «il suo raccoglitore aveva stanza nel territorio dove anticamente circolarono a preferenza le monete delle indicate città. Ma se da una parte diciamo di essere compresi, fra le monete greche, dei pezzi rari e di ottima conservazione, non possiamo tacere che grandissimo è il numero dei pezzi comuni e logori». A questa relazione si farà riferimento nel 1911, quando Paolo Orsi, Regio Soprintendente ai Musei e agli scavi di Antichità per la Calabria (istituzione nata nel 1908), propone al Ministero l’acquisto della collezione. È necessario qui aprire una parentesi sui contrastati rapporti di Orsi con la famiglia Capialbi, che emergono anche dalla sola discussione sulla raccolta numismatica, che Orsi non poté mai visionare e della quale arrivò a dubitare che gli eredi potessero essersi disfatti 46). 44) 45) 46) LUSCHI 1989, pp. 503-504. Le notizie di qui in poi riferite sono state tratte dai documenti d’archivio conservati presso la Soprintendenza Archeologica della Calabria con la seguente collocazione: provincia di Catanzaro, cartella XXXII, pos. 32/1 Vibo Valentia. Uno degli elementi della diffidenza di tanti nobili e intellettuali locali nei confronti di Paolo Orsi si spiega anche così, secondo Roberto Spadea: «Alla gente di fuori l’intellighenzia calabrese risponderà molte volte con atteggiamento ostile e geloso racchiudendosi nell’angusto cerchio delle proprie case. Il timore di una colonizzazione esterna fa chiudere gli occhi e non permette serene valutazioni dei fatti, dei progetti e delle proposte». SPADEA 1985, p. 693. Sugli interessi numismatici di Paolo Orsi, GAGLIARDI 1935 e GORINI 1991. L’«ARDIMENTOSO PROGETTO» DI VITO CAPIALBI 99 Paolo Orsi visitò per la prima volta casa Capialbi il 9 luglio 1912, quando la proprietà della collezione era passata al conte Vincenzo. Nonostante che l’edizione dei taccuini stilati dall’Orsi in occasione delle sue giornate montelionesi sia di data recente 47), crediamo valga la pena riproporli in questa sede per sottolineare il trasporto con il quale Orsi conduceva il proprio lavoro: «Ho passato la notte insonne, pensando continuamente alla bellezza in taluni insigne dei bronzi C., all’insufficienza assoluta del catalogo Gabrici, alla necessità di rifarlo con buone fotografie per pubblicare i pezzi più salienti, infine alla necessità di salvare allo stato la raccolta». Quel giorno Orsi non poté prendere visione del «monetario» ma «mi si è assicurato che esiste. Lo voglio credere». Il conte Cesare, nipote di Vincenzo Capialbi, non intendeva mostrare il «mobile numismatico», arrivando a dire all’Orsi che neppure lui lo aveva mai visto. Si trattava probabilmente di una resistenza alla cessione della collezione allo stato e forse i Capialbi non avevano chiaro cosa potesse significare una «notifica». Dall’altro lato, legittimamente l’Orsi mal tollerava il differimento della schedatura della collezione e temeva che la raccolta di monete potesse essere immessa nel mercato antiquario. Infatti, nel 1913 coinvolgeva nella questione l’ispettore onorario di Mileto, Francesco Pititto, scrivendogli una lettera personale del 2 dicembre: «Ella che a Montelone ha tante relazioni e se non erro anche nella famiglia Capialbi, è pregata di indagare con molta accortezza e con tatto diplomatico se i conti Capialbi conservino ancora il loro medagliere nella nuova palazzina sotto il castello o se, come corre voce, esso sia stato venduto». Facendo seguito ad un’altra missiva del 17 settembre 48): «La prego con molta accortezza e circospezione indagare se la raccolta numismatica dei conti Capialbi sia stata clandestinamente venduta, o se sia ancora conservata dalla famiglia». La data dell’appuntamento con la famiglia Capialbi veniva di mese in mese rinviata, in attesa del trasferimento delle collezioni nella nuova residenza di famiglia nei pressi del castello normanno svevo. Frattanto, il conte Vincenzo Capialbi esprimeva il desiderio di divenire ispettore onorario, ma Orsi esitava: «come combinare le sue qualità di collezionista con quelle di agente dello stato?». L’ultimo tentativo di visionare la collezione è del 1921, e ancora una volta vano: «quando i due conti mi dichiararono che la biblioteca coi suoi codici, coi suoi incunaboli, coi suoi libri e manoscritti calabresi è ora allo stesso stato di 12 anni fa in un avvolto (?) terragno sotto masse enormi di polvere mi cascarono le 47) 48) Tutte le citazioni dei taccuini sono tratte da SPADEA 1989, pp. 523-525. ROMANO 2006, p. 263. 100 GIORGIA GARGANO braccia, perché vedo un abbandono inconsapevole di tutti quei tesori che mai verranno messi in uso ed a disposizione non dei seccatori, ma degli studiosi». Qualche tempo dopo, alla presenza del sottoprefetto di Monteleone e del conte Capialbi, Orsi redigeva e firmava questa dichiarazione: «Oggi il conte Cesare alla presenza di testimoni qui sotto firmati mi ha dichiarato essere sua intenzione di regalare allo stato la raccolta Capialbi (libri e oggetti d’arte) purché non venga mai allontanata da M.leone e lo stato provveda a sue spese a restaurare casa Capialbi od almeno quella parte di essa che contiene resti medievali…». Dichiarazione che il Capialbi si guardava bene dal sottoscrivere, mentre veniva firmata dai testimoni della promessa: «P. Orsi, F. Valenti, E. Gagliardi»49). Sarà con l’intercessione di quest’ultimo, sodale dell’Orsi, personaggio influente in città e ispettore onorario di Monteleone, che nel 1934 si riuscirà a redigere un elenco preliminare delle monete, che vengono stimate approssimativamente in 5000. Ma nella relazione del Crispo al Soprintendente seguita a questa visita, si riteneva: «assai prematura una proposta di cessione in tutto o in parte allo stato, tanto più che i proprietari sono tenacissimi conservatori del loro tesoro e non sono da temere dispersioni». Nel 1947 il Ministero decide di procedere alla notifica della collezione ai sensi della legge n. 1089 del 1939 e il vincolo per l’«eccezionale interesse artistico e storico» viene siglato il 22 dicembre 1948. È questo un momento cruciale della vita della collezione Capialbi ed è l’occasione, per il Soprintendente dell’epoca, Giulio Iacopi, di tracciare, in una lettera al Ministero, un profilo dell’attività della Soprintendenza in relazione alla collezione Capialbi ma anche ad altre collezioni private calabresi, della quale vale la pena estrapolare alcuni passi: «Le collezioni esistenti in Calabria appartengono quasi tutte a privati e non raggiungono (dal punto di vista archeologico, che è quello che interessa a quest’ufficio) l’eccezionale interesse richiesto dalla legge vigente, tuttavia questa Soprintendenza riteneva che alcune di esse meritassero la notifica perché erano legate a uomini ed eventi locali, perché era prevedibile il loro incremento e perché erano le uniche rappresentative del luogo e quindi conosciute e citate da studiosi e turisti locali italiani e stranieri, per esempio, la collezione Capialbi di Vibo Valentia. Si ri49) Sui rapporti di fiducia, di scambio intellettuale e di amicizia tra Orsi e il «marchesino» Gagliardi, riteniamo una sintesi eccellente il necrologio di Enrico Gagliardi scritto da Umberto Zanotti Bianco (ZANOTTI BIANCO 1951-53). Enrico Gagliardi si può considerare il continuatore monteleonese della passione numismatica di Vito Capialbi: la sua competenza in materia di monete, che lo avvicinava all’Orsi una volta di più, è testimoniata dalla grande raccolta numismatica, che alla sua morte decise di donare alla Soprintendenza Archeologica di Siracusa. L’«ARDIMENTOSO PROGETTO» DI VITO CAPIALBI 101 badisce che la notifica dei complessi artistici e storici come tali non è un’innovazione della legge 1 giugno 1939 n. 1089; non si può quindi parlare sotto l’impero delle leggi precedenti di una notifica di collezioni. È verissimo che la notifica delle collezioni e serie di oggetti è un’innovazione introdotta dalla legge vigente. Ma se ciò è innegabile, risulta pur vero – ed è notevole – che esistono negli atti di questo ufficio una quantità di notifiche di collezioni fatte ai tempi di Paolo Orsi e di Edoardo Galli. L’Orsi poi ha, a buon diritto, anticipato la disposizione legislativa contenuta nell’art. 5 perché persino il modulo su cui è stata redatta questa speciale dichiarazione è stampato ad hoc. Quel benemerito soprintendente ha inteso così di notificare in una sola volta i pezzi che avrebbe dovuto notificare singolarmente e con maggiore perdita di tempo. In tal modo egli riuscì a vincolare i pezzi noti e gli ignoti, perché le notifiche quasi sempre mancavano di relazioni illustrative e di fotografie allegate. Tale agire dell’Orsi, quantunque illegale, non sollevò mai eccezioni e ancora oggi siffatte notifiche adempiono ottimamente al loro ufficio. Per le ragioni suesposte quest’ufficio riteneva suo dovere di confermare le notifiche anticipatrici dell’Orsi e del Galli, limitandole però a poche collezioni significative, perché riteneva che se la notifica delle collezioni calabresi era stata imposta dall’Orsi quando ancora non esisteva una specifica norma positiva, a maggior ragione si sarebbe dovuto mantenere ora che la legge vigente la prevedeva». Effettuata la notifica, restava però il problema della collezione numismatica, che non era stata ancora schedata a causa della scarsità di fondi e per la descrizione della quale si continuava a far riferimento alla scarna e datata descrizione del Gabrici. Solo nel 1955 Giuseppe Procopio potrà procedere ad un’ispezione e farne una descrizione sommaria, che è finora la sola e più documentata edizione della collezione 50), e nella sua relazione scrive: «mi pregio di far presente che il conte Cesare Capialbi ci tiene molto a che il medagliere non vada disperso e credo che sarebbe disposto a cederlo allo stato a buone condizioni purché gli si garantisse l’esposizione della collezione in una saletta del museo nazionale di RC intitolata alla memoria del suo avo archeologo Vito Capialbi», ma suggerisce che la famiglia potrebbe essere disposta ad una vendita allo stato a un prezzo congruo. Le monete che il Procopio prende in visione sono ancora conservate nei cartocci confezionati durante le guerre borboniche e aperti, dal 1860, solo due volte, per consentirne la visione al Gabrici e al Gagliardi. Nella pubblicazione sugli Annali dell’Istituto Italiano di Numismatica, che segue prontamente l’ispezione, il Procopio traccia un quadro delle principali zecche della Magna Grecia e della Sicilia documentate ed un elenco quantitativo delle monete romane, bizantine, medievali e moderne. È questo il momento in cui Alfonso de 50) PROCOPIO 1955, pp. 172-181. 102 GIORGIA GARGANO Franciscis, Soprintendente Archeologico della Calabria, sollecita il Ministero alla Pubblica Istruzione a non perdere tempo nelle operazioni di valutazione perché: «finché vivrà il vecchio conte Cesare Capialbi non vi è nessun timore di dispersioni o sottrazioni della collezione stessa. Il pericolo ci sarà solo dopo la sua morte in quanto nessun membro della famiglia è amatore di cose antiche né si sente legato idealmente alla collezione così come il vecchio conte». Sulla collezione numismatica continua tuttavia il braccio di ferro tra la famiglia, che chiede gli elenchi allegati alla notifica di vincolo, e la Soprintendenza Archeologica, consapevole di quanto aveva dichiarato Procopio, cioè che: «agì con tatto per ammansire il Capialbi, ma dichiarò poi che i pezzi del medagliere erano quelli che il Capialbi aveva voluto fargli vedere e che, invece, l’inventario della raccolta archeologica era completo». Dal Ministero, che tradisce la visione di matrice antiquaria nella quale ancora all’epoca la scienza numismatica veniva relegata, viene suggerito che della collezione vengano acquisite solo le monete mancanti nel medagliere del Museo Nazionale di Reggio Calabria. A questo scopo e fino al 1974 Enrica Pozzi viene incaricata di una nuova ispezione e schedatura della collezione, ormai trasportata a Napoli, ma il suo ruolo andrà ben al di là del semplice lavoro numismatico. Sarà lei a diventare nei fatti l’intermediaria tra la famiglia Capialbi, con la quale avrà prolungati contatti, la Soprintendenza Archeologica della Calabria e il Ministero; dopo lunghe trattative, la collezione viene infine acquisita dallo Stato Italiano nel 198851). È così che «l’ardimentoso progetto» del Capialbi vede l’inizio. 51) Dagli elenchi cortesemente messimi a disposizione dalla Soprintendenza Archeologica, si constata che il numero di pezzi ceduti allo stato dalla famiglia Capialbi è leggermente superiore al numero di 3442 indicato dal Procopio. Divise tra il Museo Nazionale di Reggio Calabria e il Museo Archeologico Statale di Vibo Valentia sono conservate 3865 monete antiche in totale, alle quali vanno aggiunti 547 tra monete medievali, moderne e pezzi monetiformi (medaglie, tessere d’argento, di bronzo e di piombo, pesi, capsule e, soprattutto, sigilli di piombo). Tra le monete antiche, sono attestate le seguenti zecche: Italia meridionale: Aesernia (3), Larinum (5), Cales (7), Capua (1), Neapolis (30), Suessa (4), Teanum (1), Arpi (14), Azetium (1), Luceria (23), Rubi (1), Salapia (3), Teate (6), Venusia (3), Brundisium (6), Graxa (2), Orra (2), Taras (96), Lucani (4), Heraclea (19), Laus (4), Metapontum (46), Poseidonia (31), Sybaris (10), Thurii (74), Copia (3), Velia (51), Bretti (244), Caulonia (12, Consentia (2), Croton (64), Hipponium (92), Valentia (134), Locri (103), Medma (13), Nuceria (10), Pandosia (1), Petelia (6), Regium (122), Skylletion/Scyllaeum (3), Terina (89). Sicilia greca: Aitna (8), Agrigentum (4), Calacte (3), Catana (12), Centuripae (2), Cephaloedium (2), Gela (13), Kainon (11), Leontini (13), Lilybaeum (7), Lipari (3), Mamertini (38), Messana (37), Naxos (2), Segesta (1), Siracusae (249), Tauromenion (5). Grecia: Corinto (4), Apollonia tracia (1), Oeniade (1), Corcyra (1), Mileto (1). Egitto tolemaico: 1. Macedonia: 1. Epiro: 2. Monete puniche (cartaginesi, siculo-puniche, sardo-puniche, bruzio-puniche ): 51. Romane: 1228; Bizantine: 75; Arabe: 103. L’«ARDIMENTOSO PROGETTO» DI VITO CAPIALBI BIBLIOGRAFIA 103 AA.VV. 1989 = AA.VV., Le collezioni del Museo Nazionale di Napoli, Roma, 1989. AA.VV. 1996 = I Greci in Occidente. La Magna Grecia nelle collezioni del Museo Archeologico di Napoli, Napoli, 1996. ASNP 1989 = Giornate di Studio su Hipponion – Vibo Valentia, «Annali della Scuola Normale Superiore di Pisa», s. III, vol. XIX, 2, 1989. ARSLAN 1989 = E. A. ARSLAN, Monetazione aurea ed argentea dei Bretti, Glaux 4, Milano, 1989. ARSLAN 2005 = E. A. ARSLAN, Archeologia urbana e moneta: il caso di Crotone in R. BELLI PASQUA, R. SPADEA (a cura di), Crotone nel VI e V secolo a.C., Crotone, 2005, pp. 91-141. BUONOCORE 1987-88 = BUONOCORE M., (1987-88), La collezione epigrafica Capialbi a Vibo Valentia in «Atti della Pontificia accademia romana di archeologia. Rendiconti», 60, 1987-88, pp. 267-276. 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VISONÀ, I ritrovamenti monetali: considerazioni generali in L. COSTAMAGNA, P. VISONÀ (a cura di), Oppido Mamertina. Ricerche archeologiche nel territorio e in contrada Mella, Roma, 1999, pp. 389-392. ZANGARI 1922 = D. ZANGARI, Vito Capialbi ad Agostino Gervasio (lettere inedite) in «Rivista Critica di Cultura Calabrese», a. II, fasc. IV, 1922, pp. 307-320. ZANOTTI BIANCO 1951-53 = U. ZANOTTI BIANCO, Enrico Gagliardi in «Archivio Storico per la Calabria e la Lucania», 1951-53, pp. 177-179. L’«ARDIMENTOSO PROGETTO» DI VITO CAPIALBI 107 TAV. I 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 108 GIORGIA GARGANO TAV. II 14 L’«ARDIMENTOSO PROGETTO» DI VITO CAPIALBI 109 ILLUSTRAZIONI Tutte le monete sono inediti della collezione conservati presso il monetiere del Museo Archeologico Statale «Vito Capialbi» di Vibo Valentia. Tav. I fig. 1 fig. 2 fig. 3 fig. 4 fig. 5 fig. 6 fig. 7 fig. 8 fig. 9 fig. 10 fig. 11 fig. 12 fig. 13 Tav. II fig. 14 Bretti, ag, 214/13 – 211/10 a.C. (inv. 5510, mm. 19). Bretti, doppia unità, 215-203 a.C. (inv. 5573, mm. 24 x 26). Hipponion, ae, ultimi due decenni del IV – inizi del III sec. a.C. (inv. 6388, mm. 18). Hipponion, ae, ultimi due decenni del IV – inizi del III sec. a.C. (inv. 6403, mm. 15). Hipponion, ae, inizi del III sec a.C. (inv. 6443, mm. 20). Medma, ae, IV sec. a.C. (inv. 4417, mm. 16). Metaponto, triobolo, 325-275 a.C. (inv. 5330, mm. 21). Rhegion, dracma, 494/3 – 480 a.C. (inv. 6686, mm. 15 x 17). Siculo punica, ag, IV-III sec. a.C. (inv. 5662, mm. 28). Siracusa, el (50 litre), 310-304 a.C. (inv. 7099, mm. 14). Siracusa, el (25 litre), 310-304 a.C. (inv. 7121, mm. 12). Taranto, litra, 325-280 a.C. (inv. 5270, mm. 11). Terina, statere, 420-400 a.C. (inv. 6746, mm. 20). Copia della notifica della collezione, dell’anno 1912.
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