«I nomi non importano». L’onomastica delle Città invisibili di Italo Calvino more

published in Studi di onomastica e critica letteraria offerti a Davide De Camilli, a c. di M. G. Arcamone, D. Bremer, B. Porcelli, Pisa-Roma, Fabrizio Serra, 2010, pp. 263-272.

« I NOMI NON IMPORTANO ». L’ONOMASTICA DELLE CITTÀ INVISIBILI DI ITALO CALVINO Leonardo Terrusi Le ho chiamate tutte con nomi di donna : nomi magari con qualche risonanza orientale, di imperatrici bizantine per esempio, o nomi medievali. Ma i nomi non importano. 1. ono le parole – perentorie in clausola – con cui Calvino illustra la scelta dei nomi delle proprie Città invisibili. 1 A esservi profilata è la coincidenza dell’immaginaria toponomastica con nomi di donna : cinquantacinque, da Diomira a Berenice, seguendo l’ordine delle descrizioni di Marco Polo a Kublai Kan. Scelta che è stata fatta risalire all’incombenza, dietro ogni città, di un archetipo femminile perduto, una « prima città che resta implicita » : 2 la città natale di Marco, una ‘Venezia-madre’, città storica, contrapposta a quelle utopiche del libro. 3 Ma essa rafforza anche l’impressione di essere dinanzi a un suggestivo canzoniere in prosa, 4 dai microtesti intitolati ognuno a una donna-città, a emblematizzare il valore interiore e mentale di queste descrizioni urbane, secondo l’antico paradosso lirico che fa della donna il correlativo di altri discorsi, altre prospezioni di sé. Si staglia tuttavia, nell’affermazione riportata in esergo, la recisa negazione finale. Essa imporrebbe già in limine la rinuncia a qualsiasi tentativo di scavo intorno a eventuali funzioni e significati dei nomi, indicandone una gratuità sostanziale rispetto al senso dell’opera. È la stessa rapidità liquidatoria dell’autocommento però a destare qualche sospetto, risultando notabile in un autore come Calvino, solitamente prodigo di attenzioni per l’onomastica, propria e altrui ; 5 e ancor più in un’opera come le Città, in cui tutto è, al contrario, studiatissimo, geometricamente disposto, imbricato in regole rigorose. A entrare in collisione con la formula negativa sono anche le informazioni sull’avantesto delle Città, disponibili grazie alla pubblicazione di alcuni autografi da parte di Mario Barenghi. 6 Dopo aver elaborato Nell’intervista intitolata Nel regno di Calvinia, « L’Espresso », xviii, 45, 5 novembre 1972. Si cita, come in tutti gli altri casi, da I. Calvino, Romanzi e racconti (d’ora in poi rr), ed. diretta da C. Milanini, a cura di M. Barenghi e B. Falcetto, Milano, Mondadori, 1991-1994, ii, pp. 357-498. 3 Cfr. G. Bonura, Le città invisibili ovvero il ‘corpo’ di Calvino, « Uomini e libri », ix, 1973, p. 29 ; M. Zancan, Le città invisibili di Italo Calvino, in Letteratura italiana, a cura di A. Asor Rosa, Le Opere, iv, Il Novecento, ii, Torino, Einaudi, 1996, pp. 875-929 : 897-898 ; A. Frasson-Marin, Structures, signes et images dans Les villes invisibles de Italo Calvino, « Revue des études italiennes », 23, 1977, pp. 23-48 : 28 ; R. Ludovico, Le città invisibili di Italo Calvino : le ragioni dello scrittore, Thesis, Montreal, McGill University, Department of Italian Studies, 1997, p. 66. 4 Non del tutto traslato è forse il senso delle affermazioni d’autore : « le città invisibili sono nate come poesie » (Le strane città invisibili, « Messaggero veneto », 24 novembre 1972) ; « ultimo poema d’amore per la città » (conferenza di New York dell’‘83, poi Presentazione all’ed. Milano, Mondadori, 1993, p. ix). 5 Cfr. I. Antonovic, L’attenzione onomastica di Italo Calvino, « Rivista Italiana di Onomastica », iii, 2, 1997, pp. 469-499. In un sondaggio di « Epoca », nel 1952, egli dichiara di prediligere « nomi che, pur non significando niente direttamente, abbiano un loro potere evocativo, siano una specie di definizione fonetica dei rispettivi personaggi » (ivi, p. 477). 6 Gli abbozzi dell’indice. Quattro fogli dell’archivio di Calvino, in La visione dell’invisibile. Saggi e materiali su Le città invisibili di Italo Calvino, a cura di M. Barenghi e G. Canova, B. Falcetto, Milano, Mondadori, 2002, pp. 74-95: p. 85. 2 1 S 264 leonardo terrusi già tutti i testi che avrebbero costituito il corpo dell’opera, ma prima di mettere a punto il sistema delle rubriche che diverrà l’espediente fondamentale del macrotesto definitivo, Calvino traccia in uno dei fogli preparatori un elenco di cinquantacinque nomi (associati a una breve definizione, corrispondente alla caratteristica principale della relativa città), quarantatré dei quali resisteranno sino alla fine, con scambi reciproci tra nome e tipologia cittadina e qualche più drastica revisione. Un altro foglio autografo attesta come, anche dopo il compimento delle rubriche e l’elaborazione della contrainte combinatoria che governerà la scansione dei vari capitoli, in molti casi due o tre nomi fossero posti ancora in alternativa, tra progressive cancellature e ripensamenti. Tutte testimonianze insomma di come il minuzioso lavorio preparatorio dell’opera coinvolgesse pienamente le scelte onomastiche. Sorge allora il sospetto che la loro asserita trascurabilità nasconda una sorta di strategia diversiva ; diretta a stornare il lettore dai significati di superficie, ricavabili da troppo facili equazioni nomen/ res, per dirigerlo verso sensi più riposti e profondi. È il sospetto che i nomi, proprio in questo, molto dicano sulle strategie di scrittura delle Città. 2. La critica, cursoriamente sensibile al tema, non sempre è parsa disposta ad assecondare l’understatement d’autore, rintracciando talora nell’etimo di singoli nomi una spia connotativa della natura della città cui sono assegnati. Pier Vincenzo Mengaldo sostiene che Irene « è nome e paradigma di “città da lontano”», 1 traendone conferma di una “poetica dell’estraniamento” delle Città. Peter Kuon, accostando la qualità espressiva dei nomi calviniani ai toponimi dell’Utopia di Thomas More, si sofferma su risonanze allusive celate nell’etimo, come per Perinzia, di cui il nome tradirebbe la «condanna al tramonto». 2 Compendia tale tipo di suggestioni interpretative Anna Ferrari, che concede ampio spazio a connotazioni etimologiche sottese a nomi come Melania, ‘città nera’, la cui essenza consisterebbe non a caso « nella morte che rapidamente sopravviene a cambiare gli interpreti », Eutropia, città che nonostante il continuo mutamento rimane identica a se stessa, compiendo il destino contenuto nel nome, ‘buon cambiamento’, o Aglaura, « città “sbiadita, senza carattere, messa lì come viene”, in contrasto col nome, « splendido, fulgido, magnifico ». 3 Un’ipotesi critica alternativa rimarca semmai l’alone intertestuale di questi nomi. Carlo Ossola, nel riconoscere lo « straordinario repertorio di archeologia e utopia che è la nomenclatura » delle Città, vi individua prelievi dalla mitologia, Bibbia e classicità, letteratura e musica. 4 Giuseppe Conte rileva che i nomi delle Città sono tutti « già usati nelle fonti letterarie più svariate, dalla poesia e dal romanzo alessandrini fino all’epica tassiana, dal mito greco alla sua rilettura romantica », 5 riferimenti precisati da Barenghi in autori classici (Orazio, Ovidio), medievali (Paolo Diacono, Rustichello), rinascimentali (Ariosto, Tasso), moderni (Goethe, Puškin) fino alle « “turcherie” (Voltaire, Galland) e i diversi generi di teatro, tra cui il libretto d’opera ». 6 È una questione, quella degli echi letterari evocati dai nomi delle Città, 1 L’arco e le pietre (Calvino, “Le città invisibili”), in La tradizione del Novecento. Da D’Annunzio a Montale, Milano, Feltrinelli, 1975, pp. 430-451: p. 430. In effetti, la città e la distanza era la definizione abbinata al nome nel primo elenco. 2 Critica, e progetto dell’utopia : Le città invisibili di Italo Calvino, in La visione, cit., pp. 24-41: p. 39, n. 35. Già il titolo citerebbe la capitale di Utopia, Amauroto (< gr. a;maurov~ ‘appena visibile’) per G. Rizzarelli, La città di carta e inchiostro : Le città invisibili di Italo Calvino e la letteratura utopica, «Italianistica», xxxi, 2002, pp. 219-235: p. 221. 3 Dizionario dei luoghi letterari immaginari, Torino, utet, 2006, ss.vv. 4 L’invisibile e il suo ‘dove’ : ‘geografia interiore’ di Italo Calvino, « Lettere italiane », xxxix, 1987, pp. 220-251 : p. 248. 5 Il tappeto di Eudossia, in Calvino, la letteratura, la scienza, la città, a cura di G. Bertone, Genova, Marietti, 1988, pp. 44-49 : p. 46. 6 Gli abbozzi, cit., p. 83. Anche la Ferrari correla il tema portante di alcune città con l’intertestualità dei loro nomi : il tema amoroso di Cloe con il Dafni e Cloe di Longo Sofista ; il « continuo movimento da un porto all’altro » di Leandra l ’ onomastica delle città invisibili di italo calvino 265 che meriterà un’indagine più sistematica, alla ricerca del codice onomastico complessivo dell’opera. Utilizzando le indicazioni d’autore e gli spunti avanzati dagli studiosi, potranno delimitarsi alcuni specimina, corrispondenti a più o meno precisi ambiti di pertinenza letteraria. Quello classico anzitutto, pur non chiamato in causa dall’autocommento, cui si dirigono nomi come Aglaura, Bauci, Fillide, Laodomia, Pirra (di generica ascendenza mitologica, ma tutti presenti, in particolare, in Ovidio, 1 come la Corinna degli abbozzi poi sostituita), e ancora Argia, Berenice, Pentesilea e Cloe, che, oltre al romanzo alessandrino, richiama, con Lalage e gli stessi Fillide e Pirra, i Carmina oraziani. Al microcatalogo classicheggiante si ascriveranno anche Perinzia e Andria, eroine eponime di due commedie menandree da Terenzio contaminate nell’Andria, non a caso in posizioni consecutive nell’elenco originario degli abbozzi autografi (nn. 24-25). Pienamente rispondente alle indicazioni d’autore è il gruppo di nomi di « imperatrici bizantine » : Anastasia, Eudossia, Eufemia, Eutropia, Irene, Procopia, Zoe. Più che assumere risonanze neutramente ‘storiche’, essi paiono rievocare personaggi e vicende avvolti da tonalità romanzesche, e più precisamente da quell’aura di esotismo decadente che caratterizza una diffusa mitologia culturale (la corte di Bisanzio raffinata e corrotta), esercitante un costante appeal su certa storiografia (sin dal Decline and Fall of the Roman Empire di Gibbon, che attesta tutte le imperatrici citate) e sui generi letterari più inclini a simili suggestioni. 2 Osservazione da addurre a sostegno, più che della tesi ingenua di un’allusione a uno di questi testi, dell’estenuata tradizione culturale che grava su tali nomi, di cui è difficile che l’opzione onomaturgica d’autore fosse ignara. In qualche modo gravitanti nella stessa area sono il nome di Ipazia, celebre filosofa alessandrina del iv-v secolo, protagonista di molte trasposizioni letterarie, e quelli di Isidora ed Eufrasia, sante orientali coeve. Vi si dovrebbe includere anche Teodora, moglie di Giustiniano, sulla cui leggenda nera non occorre spendere parole ; ma la presenza tra le Città di una Marozia rende possibile un’altra caratterizzazione, essendo Teodora e Marozia due duchesse (madre e figlia) tristemente note nella Roma del x secolo. Tra i nomi ‘medievali’, oltre all’espunto Rosmunda, la cui fama rimonta all’Historia Langobardorum di Paolo Diacono (rinverdita in teatro dal ’6 all’‘800 : vedi l’omonima tragedia alfieriana), è anche Moriana, antico nome della Maurienne (in Alta Savoia), e, nella forma Moriane, del « paese dei Mori » della Chanson de Roland (vv. 909, 2317). Si tratta cioè di un toponimo, vero o immaginario che fosse, dunque di un’eccezione nel sistema dei nomi di donna delle Città ? 3 In realtà, anch’esso coincide con un antroponimo letterario, eponimo del Romance del veneno de Moriana del Cancionero llamado Flor de inamorados (1562). Alla storia altomedievale appartiene Valdrada, nome della concubina sposata nell’862 dall’imperatore Lotario II, ma poi rinchiusa in monastero dopo il reintegro della legittima moglie Theotberga : vicenda quasi naturalmente orientata agli sviluppi melodrammatici cui sarà piegata, specie nel ’700 (come nella Tietberga di Vivaldi su libretto di Lucchini, 1717). Stringente è la connotazione letteraria di altri due nomi ‘medievali’ del primo elenco : Bertrada, che in tal forma rinvierebbe a un personaggio dell’Adelchi, e Malvina, attestato nei Canti di Ossian di McPherson e da qui dilagato in letteratura e libretti ottocenteschi (Elena e Malvina di Romani, 1824 ; Malvina di Scozia di Cammarano, 1851, ecc.). col Leandro mitico che « attraversava a nuoto l’Ellesponto » ; le palafitte su terreno asciutto di Zenobia con l’omonima regina di Palmira, città fitta di colonne nel deserto ; i trampoli di Bauci col personaggio ovidiano mutato in tiglio. 1 Per Aglauros cfr. Met., ii, 737 sgg., per Pyrrha Met., i, 348 sgg. ; Fillide e Laodomia sono due mittenti delle Heroides. 2 Irene è già nel De claris mulieribus boccacciano ; Eudossia, vedova di Valentiniano III, forzata a sposare l’usurpatore Petronio Massimo, in tragedie sino all’‘800 ; Eutropia, sorella di Costantino, in drammi del ’600 ; Procopia, che segue il marito in guerra, nella storiografia tragica del ’7-’800 ; Anastasia, moglie segreta di Tiberio II, in vari melodrammi, ecc. 3 Altri casi di apparente coincidenza con veri toponimi sono Andria, Isaura (città dell’Asia minore), Olinda (Brasile). 266 leonardo terrusi Già questi esempi mostrano come il riferimento del nome a una temperie storico-culturale sia filtrato da una tradizione letteraria ben connotata. La motivazione filologica (i nomi orientali e medievali come mimesi del prototesto di Marco Polo/Rustichello) è attenuata, se non annullata, dal deliberato anacronismo che caratterizza tali allusioni. Se di nomi orientali e medievali si tratta, essi sono di coniazione (o comunque di mediazione) quasi sempre moderna, suggerendo che quelli delle Città non sono l’Oriente e il Medioevo tout court, ma una delle modalità con cui tali categorie sono raffigurate in una certa tradizione occidentale. A dimostrarlo massivamente è una tipologia onomastica che si mostra attinta dalla moda orientaleggiante diffusa tra ’700 e ’800 nella novellistica francese, e confluita nel teatro e nella librettistica coevi : nomi da turquerie, insomma, la cui presenza, intuita da Barenghi, rivela proporzioni impressionanti. Lo esemplifica la copiosa serie di nomi in Z- (dettaglio già in sé contornato da un’aura orientaleggiante e pseudosemitica, pur priva di radici etimologiche) : 1 Zaira, Zenobia, Zemrude, Zirma, Zobeide, Zora. Se il primo evoca la Zaïre di Voltaire, 2 ripresa dalla Zaira di Romani musicata da Bellini (1829) e Mercadante (1831), lo stesso Zenobia, nome di solida letterarietà della regina di Palmira, ha vaste incidenze nel melodramma sette-ottocentesco (Radamisto di Händel, da L’amor tirannico o Zenobia di Lalli, drammi di Metastasio e Apostolo Zeno) ; Zora è nell’Adina rossiniana (1826), libretto di Bevilacqua Aldobrandini da testo di Romani ; 3 Zobeide si propaggina da Les Mille et une nuits di Antoine Galland (1704) a tutta una serie di drammi coevi (Alturno e Zobeide di Giannini, Alì Bassà di Giannina di Mussi, Zobeida del Cradock), sino all’omonima ‘tragedia fiabesca’ di Carlo Gozzi. La menzione di Gozzi diviene più significativa se si accostano altri casi. Come quello di Zemrude, il cui precedente sulle prime parrebbe la Zemroude 4 dell’Histoire du prince Fadlallah, fils de Ben Ortoc, roi de Moussel, compresa in un altro incunabulo del gusto favolistico orientale, Les Mille et un jours, pubblicato tra il 1710 e il 1712 da François Pétis de la Croix con Alain René Lesage : anche in questo caso il nome giunge a Gozzi, che dalla prima parte dell’Histoire trae I pitocchi fortunati. 5 Ancor più eloquente è il caso di Zirma, anch’esso personaggio di una ‘favola’ gozziana, lo Zeim re de’ Geni, tratta da una novella di Galland (l’Histoire du prince Zeyn Alasnam et du roi des Génies) : il nome non compare però nel prototesto, risultando dunque innovazione gozziana e rafforzando il valore della convergenza con la città calviniana. Ma le coincidenze sono ancora più estese : la città di Clarice porta il nome di una principessa della ‘fiaba’ di Gozzi forse più nota, l’Amore delle tre melarance, e di un personaggio del Re cervo ; Adelma quello di una principessa tartara della Turandot (dall’Histoire du prince Calaf et de la princesse de la Chine, de Les Mille et un jours di Pétis) ; 6 Smeraldina, tipico nome di servetta da Commedia, è nell’Amore delle tre melarance, Zobeide, ne L’augellino belverde e in altre fiabe di Gozzi ; 7 Armilla è nome di ninfe letterarie 8 (in Guarini e in poeti barocchi), ma anche di una principessa d’Oriente de Il corvo gozziano ; Pompea, poi eliminato da Calvino, è il nome del ‘simulacro’ di cui s’innamora il protagonista de L’augellino belverde ; Leandra si riscontra, pur al maschile, nell’Amore delle tre melarance e nel Re cervo, in coppia proprio con Clarice. Cfr. E. De Felice, Dizionario dei nomi italiani, Milano, Mondadori, 1986, ss.vv. Zelmira e Zoraide. Coniato su zahir ‘fiorente’, zahr ‘fiore’, o al-zahir ‘protettore’, con « generica impronta araba » : ivi, s.v. Zaira. 3 E in melodrammi minori come Zulima (1801), Il califfo e la schiava (1819), Fatima e Selim (1824). 4 Anonima nell’originale in turco (R. Robert, Lectures croisées d’un conte oriental. Pétis de la Croix (Les Mille et Un Jours, 1710), Mlle Falques (Contes du sérail, 1753), « Féeries », 2, 2004-2005, Le conte oriental, pp. 29-45 : 38, n. 23). 5 Cfr. A. Beniscelli, La finzione del fiabesco : studi sul teatro di Carlo Gozzi, Casale Monferrato, Marietti, 1986, p. 89. 6 Trasposta in dramma da Lesage, poi in opere forain note a Gozzi (ivi, p. 94). Ovviamente, nell’originale non compare Adelma, introdotto da Gozzi, al pari di Tartaglia, Pantalone, Truffaldino e Brighella. 7 Calvino include l’Uccel bel-verde nelle sue Fiabe italiane (1956), annotando che Gozzi ne adatta la trama da Grimm e Galland « a continuazione dell’Amore delle tre melarance » (ed. Milano, Mondadori, 1993, pp. 1123-1124). 8 Circostanza che deporrebbe pure per un valore ‘allusivo’ al tema della città, abitata da ninfe e naiadi. 2 1 l ’ onomastica delle città invisibili di italo calvino 1 267 Circostanze in sé non dirimenti, data l’ampia circolazione dei nomi. Eppure, l’eventualità di un attingimento di Calvino dal corpus onomastico di Gozzi si rafforza se si tien conto che nell’elenco provvisorio nomi ‘gozziani’ come Armilla, Adelma, Smeraldina e Zemrude sono disposti consecutivamente (nn. 46-49 dell’elenco) ; e così Zirma, Clarice e Leandra (40-42), suggerendo una loro coniazione contestuale. Altri nomi riportano comunque alla stessa area. Tamara ha il nome della protagonista del « conte indien » di Stanislas Marquis de Boufflers, Tamara ou le lac des pénitens (1810) ; lo stesso Despina, che a tutta prima richiama un personaggio del Così fan tutte di Mozart-Da Ponte (come l’espunto Zerlina), di ambientazione semmai italiana, è anche nome della figlia del re di Cafria nel Ricciardetto di Forteguerri, poema eroicomico settecentesco (edito più volte nel ’900 come classico per ragazzi), 2 e di personaggi melodrammatici del ’6-’700. 3 Sempre all’opera, pur d’argomento non turchesco, ricondurrebbero Isaura (Giuramento di Mercadante, Isaura da Firenze di Parravano, Gerusalemme di Verdi e Cammarano), Melania (Riconoscenza rossiniana), e forse Ersilia (Romolo ed Ersilia metastasiano, 1765) e Ottavia (Incoronazione di Poppea di Monteverdi, 1643). Bisognerà a questo punto ricordare il non occasionale interesse di Calvino per i generi drammatici, segnatamente melodramma e opera, anche d’ispirazione turchesca. 4 Già nel 1958 lo scrittore aveva approntato un testo (rimasto inedito) per un’opera buffa, adattata dal suo Visconte dimezzato, del compositore Bruno Gillet ; ma ancor più significativo è che vi si scorga una significativa coincidenza onomastica : nella lettera che accompagnava l’invio delle prime sei arie compare, per il ragazzo che canta nel prologo, il nome Zerlino, 5 riecheggiato dallo Zerlina degli appunti preparatori delle Città. Ancora, da una « suggestione della turquerie, della librettistica di riferimenti orientali », 6 nascono le Porte di Bagdad, azione scenica del ’77, 7 in cui è una Zobeida ; in quella intitolata Il naufrago Valdemaro s’affaccia Fillide. Esempi di un’attenzione quasi professionale per il mondo dell’opera ma anche di un’opzione onomastico-culturale ben radicata. In proposito, non si tacerà l’ancor più lunga durata di alcuni nomi di Città nell’intera produzione calviniana. Zobeida e Zaira, con Dorotea, compaiono nel Barone rampante (1957) ; Teodora è l’io narrante de Il cavaliere inesistente (1959), in cui sono anche Eufemia e Sofronia, Aglaura è ne La formica argentina (uscita nel ’52), Ottavia ne La signora Paulatim (1958) ; Diomira ne Il coniglio velenoso, racconto del ’54 poi confluito in Marcovaldo (1963), in un altro episodio del quale (Il piccione comunale, del ’52), si riscontra il poi espunto Guendalina. Il radicamento di alcuni nomi cittadini nel repertorio calviniano è comprovato da riprese successive : nel racconto Lo specchio e il bersaglio (uscito a fine ’78) 8 riemergono gli espunti Ottilia e Corinna (che è anche in Se una notte d’inverno un viaggiatore, 1979) ; Olivia in Sotto il sole giaguaro. Casi che servono a confermare l’ininterrotta fascinazione subita da Calvino, in tutte le fasi della sua sperimentazione letteraria, di questa onomastica, ma anche, se 1 Clarice e Leandro sono ne Il prodigo goldoniano, La prima sera dell’opera di Gherardi Rossi, La notte di Albergati Capacelli, ecc. ; Leandra è titolo del poema cinquecentesco di Durante da Gualdo e nome di un personaggio del Don Quixote. 2 Cfr. l’ed. Paravia (1956), in cui Despina compare sin dal titolo, Despina e Ricciardetto. 3 Cfr. P. D’Achille, Sul nome della Despina mozartiana, « Rivista Italiana di Onomastica », viii, 2, 2002, pp. 393-402, che nega la derivazione dalla Fiordispina ariostesca (per un etimo greco con possibile mediazione rumena), difesa invece da B. Porcelli, Despina e l’onomastica di Così fan tutte di Da Ponte-Mozart, ivi, xiii, 1, 2007, pp. 168-172. 4 Tra l’altro scrive per Adam Pollock la cornice della Zaide (’79), incompiuto Singspiel mozartiano sul ‘ratto del serraglio’, annotando che quello si era rivolto a lui « in quanto autore delle Città invisibili (l’Oriente favoloso) » (rr, p. 1290). 5 Cfr. Barenghi, Nota in rr, iii, p. 1281. 6 C. Varese, Una complessa continuità. Calvino librettista e scrittore in versi, in Italo Calvino. Atti del Convegno internazionale (Firenze, 26-28 febbraio 1987), a cura di G. Falaschi, Milano, Garzanti, 1988, pp. 349-368 : p. 359. 7 Scritta per i bozzetti di Toti Scialoja e destinata a una trasmissione televisiva per ragazzi (rr, iii, p. 1270). 8 Sul « Corriere della Sera » ; concepito in origine come terza fiaba teatrale per i bozzetti di Scialoja (ivi, p. 1236). 268 leonardo terrusi non a smentire, a rendere certo meno cogenti interpretationes etimologico-connotative, per la pendolarità di nomi identici in contesti differenti. Echi letterari eterogenei ma indubitabili risuonano in altri nomi di Città. Alla favola indirizza Trude, nome di strega di una favola dei Grimm, Frau Trude (inclusa nell’antologia Fiabe scelte e commentate da Italo Calvino uscita negli « Struzzi » nel ’70) ; alle Scritture Bersabea, variante di Betsabea frequente pure nel melodramma, 1 e Tecla, forse memore, oltre che della martire orientale, dei Promessi Sposi. Altre mediazioni si colgono nello shakespeariano Olivia, in Fedora, nome di femme fatale russa in un dramma di Giordano (da Sardou); ovviamente in Sofronia, che dal Decameron a Machiavelli arriva a Tasso 2 (cui può ascriversi, con cambio di genere, anche Olinda); in Dorotea, attestato in Ariosto (Lena), nel Vecchio amoroso di Giannotti, in Lope de Vega, Don Quixote, Arminio e Dorotea di Goethe e nel Gil Blas de Santillana di Lesage, che Cosimo Piovasco di Rondò legge nel Barone. 3 Agnizioni di lettura suscitano gli espunti Ottilia (le goethiane Affinità elettive ; ma anche, si noti, l’operetta Al cavallino bianco), Cunegonda (Candide di Voltaire), Guendalina (moglie del mago Merlino delle leggende bretoni), Olga (Eugenij Onegin di Puškin) ; e non sarebbe difficile documentare analoghe risonanze per Getullia, Leonia, Margara, Maurilia e il poi espunto Domiziana, come anche per gli apparentemente più ‘comuni’ Cecilia e Margherita. Un piccolo gruppo di nomi, infine, potrebbe celare allusioni ad autori o artisti di cui non sfugge la consentaneità con il Calvino di quegli anni, configurandosi come omaggio e conferma di una linea culturale e letteraria. È il caso di Odile, titolo di un romanzo di Queneau (1937), 4 o quello di Raissa, nome della prima moglie di De Chirico, eponima di un suo famoso quadro del 1929, Bagnante (Ritratto di Raissa) ; 5 non quello di Diomira, che pur ricorda la zia Diomira del parodico Cappuccetto Rosso delle Favole al telefono di Rodari (1962) ; ma l’uso calviniano già ne Il coniglio velenoso nel ’54 ribalta il verso di un eventuale ‘prestito’. 6 A una certa mitologia culturale del ’900 rinvierebbe Eusapia, nome della celebre medium Eusapia Palladino (da Manganelli sottoposta a un’‘intervista impossibile’ nell’omonimo programma radiofonico del ’74-’75, cui prese parte lo stesso Calvino), che non a caso si presterebbe, sin dall’elenco originario, a una città dei morti sotterranea. 3. Si tratta, come si vede, di un corpus eterogeneo quanto a fonti, significati e motivazioni di scelta, che in singoli casi potrebbero essere di ordine connotativo o intertestuale, ma la cui cifra comune è la costante ricerca, ben visibile anche in superficie, di riferimenti letterari. Si potrebbe dedurne che vi si manifesti l’istanza di un riattraversamento dell’universo culturale occidentale, dei suoi ‘pre-testi’ fondativi : istanza immanente a tutta l’opera, secondo una vocazione che oggi si definirebbe postmoderna e che forse è più precisamente borgesiana. 7 Attraverso i nomi, l’opera si popolerebbe di fantasmi dell’immaginario occidentale. Eppure, 1 2 3 4 5 « Città triste », Raissa è in effetti percorsa da brividi ‘metafisici’. Cfr. anche Viaggio nelle città di De Chirico (1983), in cui Calvino, descrivendo una mostra dell’artista al Beaubourg, costruisce un’altra ‘città invisibile’. 6 Sui rapporti tra i due cfr. A. Asor Rosa, Gianni Rodari e le provocazioni della fantasia, in Le provocazioni della fantasia. Gianni Rodari scrittore e educatore, a cura di M. Argilli et alii, Roma, Editori Riuniti, 1993, pp. 5-21. Diomira, nome del Centro-Nord, specie toscano, è attestato ne Lo scialo di Pratolini, Cicognani e Moretti, Giudizio universale di Papini, e parodicamente nel suo Dizionario dell’omo selvatico (Diomira Doppiopetto nata Saltimbocca). 7 Cfr. C. Segre, “Le città invisibili” di Calvino e la vertigine epistemica, « Strumenti critici », xix, 2004, pp. 43-53. 269. Cfr. Bersabea ovvero Il pentimento di David del Pietragrua, o David e Bersabea di Paolo Rolli. Evocato dall’autore per la Sofronia del Cavaliere inesistente (cfr. Antonovic, L’attenzione, cit., p. 481). Lesage è fonte del nome Turcaret nel Barone rampante (lo annota Calvino nell’ed. scolastica del ’65 : ivi, p. 484). Citato da Calvino in un saggio su Queneau poi raccolto in Perché leggere i classici, Milano, Mondadori, 1995, p. l ’ onomastica delle città invisibili di italo calvino 269 a ben giudicare, Calvino applica all’interno della tradizione un criterio di selezione assai più precisamente orientato, diretto, si è visto, verso i generi in cui l’esotismo e l’artificiosità erano più ingenui e anzi costitutivi (melodramma, 1 favola), o, in alternativa, verso un repertorio che si direbbe ‘scolasticamente’ consunto (la storiografia tragica dei nomi bizantini, ecc.). Si è di fronte, in altri termini, a un esotismo esibitamente ingenuo, già per così dire immobilizzato e cristallizzato, ed evidentemente sfruttato da uno scaltrito autore novecentesco come Calvino con piglio ironico, con l’occhio disincantato di chi tutto ha già sperimentato. È anche questo il segno, sub specie onomastica, del recupero di generi « bassi » o di un’« estetica della contaminazione », identificabili come istanze postmoderne ? 2 Ciò che più conta è che, in un’opera come questa, deliberatamente inscritta in uno spazio antirealistico e iperletterario, l’effetto divenga in un certo senso paradossale. Nel loro estremismo consapevolmente artificioso, i nomi assumono infatti, rispetto al codice di genere e allo stesso orizzonte d’attesa del fruitore, una risonanza in massimo grado ‘comune’ e ‘generica’, annullando e cauterizzando di fatto ogni reale effetto di straniamento che in sé nomi esotici come quelli prescelti avrebbero potuto comportare, e al contempo ogni loro individualità connotativa o intertestuale. La ricercatezza onomastica delle Città appare dunque quanto di più lontano da una volontà di preziosismo alessandrino, di arte allusiva o intertestualità, se con questi termini s’intenda l’istituirsi di una raffinata dialettica tra nascondimento del referente culturale cui si allude (da parte dell’autore) e agnizione (da parte del lettore), con il nome che dunque ‘comporta’ un carico aggiunto di significati evocativi. La letterarietà dell’onomastica calviniana, più che diretta al recupero attivo dei significati che il nome possiede nel contesto d’origine e alla loro offerta al lettore come surplus interpretativo, sembra consistere nell’ostentarne l’appartenenza a un piano non più riconoscibile come patrimonio individuale di un autore o di una tradizione specifica, bensì a quello di un immaginario logorato dall’uso. La funzione dei nomi assume così un tratto passivo e generico, depotenziando ogni carattere di originalità, vitalità e creatività onomastica, ogni reale allusività. Nomi ‘morti’, dunque, come la letteratura da cui si attingono. Ma più che sottolineare l’utilizzo « citatorio » e « necrofilo » della tradizione, 3 si rimarcherà qui come la qualità così descritta dei nomi renda manifesta la ricerca, da parte del Calvino delle Città, di una sorta di ‘grado zero’ onomastico, di nomi che in virtù del loro carattere mediato e artificioso dissipino sin da subito qualsiasi potenziale significativo, divenendo mere etichette denotative, necessarie unicamente a distinguere, per così dire, una città dall’altra, un capitolo dall’altro della scansione macrotestuale. È la negazione di ogni visione cratilea del nome, di ogni corrispondenza dell’onomastica letteraria con qualche tipo, pur speciale e specifico, di verità. Anche in ciò la costruzione del testo, secondo la concezione del Calvino di quegli anni, coincide con un’operazione testardamente artificiale, con la rinuncia preliminare e consapevole a ogni diretta correlazione tra reale e scrittura. In questo senso i nomi « non importano ». 4. Resterebbe da indagare l’eventuale coerenza di tale onomastica con la struttura rigorosamente chiusa dell’opera, in cui la distribuzione lineare e sintagmatica delle cinquantacinque città, ripartite paradigmaticamente, cinque alla volta, in undici serie tematiche (Le città e la memoria, Le città e il desiderio, ecc.), risponde a un criterio combinatorio-matematico che si 1 Anche quando non si tratti di nomi esclusivi del libretto d’opera o di melodramma, la più parte di essi trova ospitalità in quella tradizione : più che a indicarne una derivazione precisa, ciò vale comunque a connotarne la natura. 2 Cfr. U. Schulz-Buschhaus, Critica e recupero dei generi. Considerazioni sul ‘Moderno’ e sul ‘Postmoderno’, « Problemi », 101, 1995, pp. 5-15. 3 Cfr. C. Benedetti, Pasolini contro Calvino : per una letteratura impura, Torino, Bollati Boringhieri, 1998, p. 194. 270 leonardo terrusi configura come vera e propria contrainte, per usare i termini dell’Oulipo, alle cui ricerche Calvino era interessato in quegli anni. Una regola che vincola cioè la distribuzione dei vari testi cittadini a un meccanismo rigoroso, accostato da Mengaldo alla retrogradatio cruciata della sestina, diversamente poi descritto da Ossola e definitivamente ricostruito da Claudio Milanini, che vi riconosce un criterio di alternanza scalare riassumibile in una figura geometrica : struttura che intratterrebbe un rapporto significativo con le categorie tematiche in cui sono incluse le città, coincidendo « gli accostamenti “esterni” […] con relazioni sostanziali, con nessi “d’affinità o di contrasto” ». 1 Sarebbe lecito aspettarsi che anche l’onomastica, come pressoché tutti gli altri aspetti testuali, sia sottoposta a un meccanismo struttural-costrittivo di qualche tenore, come in altri testi calviniani d’ispirazione oulipienne. 2 Ma per quanti tentativi si facciano, il meccanismo di distribuzione dei nomi appare riluttante a ipotesi combinatorie, come all’eventualità che sussista un nesso significativo tra nomi e categorie. I nomi sfuggirebbero nelle Città a qualunque contrainte, occupando lo spazio del gratuito. Avrebbe dunque ragione Stefano Bartezzaghi a leggervi una pura « paidia verbale », « una zona libera da preoccupazioni di senso » ? 3 Si tratterebbe, tutt’al più, di quell’« onomastica irrealistica, ironicamente libresco-emblematica », notata per l’intera produzione di Calvino. 4 E ciò liquiderebbe la questione. Ma è forse proficuo verificare l’esistenza di un nesso tra la realizzazione del ‘grado zero’ onomastico di cui si è discusso e il senso globale dell’opera. Questione delicata e complessa, stante l’inafferrabilità volontaria, l’andamento labirintico che ne attraversa l’apparente compattezza. Un dato è certo : le Città sono ‘luoghi mentali’ ; tanto per la voce narrante di Marco, 5 quanto per la prospettiva d’autore, nella quale esse divengono occasione per intrecciare un serrato dialogo con la contemporaneità, sul piano teoretico-linguistico, filosofico, narratologico, ma anche su quello della realtà urbanistica, politica e sociale di quegli anni. Semplificando, ogni città diviene ‘figura’ di un tema novecentesco, metonimia, per così dire, cui agganciare suggestioni statutariamente leggibili, e così lette, in plurime direzioni allegoriche. 6 Ciò che forse più conta è che tale dialogo assuma un senso volutamente aperto, inconcluso, frammentario, per la stessa natura caotica del reale. Proprio questo, con apparente paradosso, detta l’adozione di strutture razionalistiche e matematico-combinatorie, compiendo ciò che Calvino prospettava in Cibernetica e fantasmi. 7 Nelle Città « l’applicazione razionalistica » è « tanto più accanita quanto meno la realtà risulta razionalizzabile », e il libro, « che appare e per tanti aspetti è il suo più costruito, nello stesso tempo è anche il più dissolto ». 8 Una generale chiave di lettura per definire il progetto delle Città potrebbe stare allora non nel concetto di utopia (pur evocato dalla tematica urbanistico-immaginaria e dall’esplicita ripresa di utopisti come Fourier), 9 ma in una formula in qualche modo opposta : ciò che Michel Foucault, nella Prefazione de Le parole e le cose (uscito nel 1966 e tradotto l’anno dopo in italiano), definiva con il termine di eterotopie, luoghi reali (a differenza delle utopie), ma Cfr. C. Milanini, L’utopia discontinua. Saggio su Calvino, Milano, Garzanti, 1990, pp. 130-131 e 134. Come Piccolo sillabario illustrato o in Hommes illustres + 7 : cfr. Antonovic, L’attenzione, cit., p. 490. 3 Calvino giocatore. Regole e giochi della scrittura nello spazio, « Elephant & Castle », 2004, pp. 5-6 : paidìa, giusta la terminologia di R. Caillois, è il « gioco fanciullesco, di spontaneità e di euforia », opposto al ludus, « gioco come esercizio intellettuale, confronto con regole molto stringenti », che prevarrebbe in tutti gli altri aspetti dell’opera. 4 Cfr. P. V. Mengaldo, Aspetti della lingua di Calvino, in Tre narratori : Calvino, Primo Levi, Parise, a cura di G. Folena, « Quaderni di Retorica e Poetica », 1, 1987, pp. 9-55 : pp. 20-21. 5 « Confessa cosa contrabbandi », gli rinfaccia Kublai, « stati d’animo, stati di grazia, elegie ! » (p. 442). 6 Per averne un’idea cfr., p. es., Zancan, Le città, cit., o Rizzarelli, La città di carta, cit. 7 Come ricostruzione del ‘labirinto’ del mondo per criticamente comprenderlo o, all’opposto, « conferma delle cose come stanno e come si sanno ». Aperto è il dibattito su quale delle due vie Calvino percorra nelle Città. 8 Mengaldo, L’arco, cit., p. 413. 9 Cfr. Kuon, Critica, cit., che rimarca però l’accezione critica dei modelli utopici in Calvino (p. 27). 2 1 l ’ onomastica delle città invisibili di italo calvino 271 che, come preciserà lo stesso filosofo in un saggio del ’67, « costituiscono una sorta di controluoghi » : specie di utopie effettivamente realizzate nelle quali i luoghi reali, tutti gli altri luoghi reali che si trovano all’interno della cultura vengono al contempo rappresentati, contestati e sovvertiti ; […] luoghi che si trovano al di fuori di ogni luogo, per quanto possano essere effettivamente localizzabili […] luoghi che sono assolutamente altro da tutti i luoghi che li riflettono e di cui parlano. 1 Al di là della possibile caratterizzazione delle singole città di Calvino quali eterotopie, ‘contro-luoghi’ foucaultiani, al di là anche di precise analogie testuali, 2 ciò che si vuol suggerire è piuttosto un accostamento tra il senso complessivo delle Città e l’accezione più ampia del concetto introdotto dal filosofo francese. In quest’ottica, ancor più significativo è il contesto in cui questi lo introduceva, ne Le parole e le cose : la reazione – di riso, ma soprattutto di sconcerto – dinanzi al paradossale elenco che Borges dice tratto da « una certa enciclopedia cinese », in cui gli animali erano divisi in : a) appartenenti all’Imperatore, b) imbalsamati, c) addomesticati, d) maialini di latte, e) sirene, f ) favolosi, g) cani in libertà, h) inclusi nella presente classificazione, i) che si agitano follemente, j) innumerevoli, k) disegnati con un pennello finissimo di peli di cammello, l) et caetera, m) che fanno l’amore, n) che da lontano sembrano mosche. 3 Il catalogo borgesiano, scrive Foucault, turba « tutte le familiarità del pensiero […] facendo vacillare e rendendo a lungo inquieta la nostra pratica millenaria del Medesimo e dell’Altro ». 4 E anzi suscitando il sospetto dell’esistenza « di un disordine peggiore che non l’incongruo e l’accostamento di ciò che non concorda » ; è appunto un esempio di eterotopia, corrispondente alla dimensione dell’eteroclito, in cui « le cose sono ‘coricate’, ‘posate’, ‘disposte’ in luoghi tanto diversi che è impossibile trovare per essi uno spazio che li accolga, definire sotto gli uni e gli altri un luogo comune » (ivi, p. 7). La funzione è opposta a quella delle utopie : se queste « consolano », le eterotopie « inquietano », minando e devastando la ‘sintassi’ che tiene insieme « le parole e le cose » (ivi, p. 8). Eterotopia, dunque, come sconvolgimento di tassonomie consolidate, regno dell’eteroclito, proposta di un ordine paradossale, che scompagina l’apparente solidità della logica occidentale ; collocata non a caso nell’Oriente favoloso (l’enciclopedia cinese), « una regione precisa », conclude Foucault, « il cui solo nome costituisce per l’Occidente un grande serbatoio d’utopie » (ibidem). Sembra quasi un’anticipazione delle Città invisibili, inquietante atlante orientale governato dal paradosso e dall’eccezione. In appoggio a tale accostamento, particolarmente significativo è un passo della cornice, in cui Kublai afferma di aver costruito un modello mentale da cui dedurre tutte le città possibili, modello che « racchiude tutto quello che corrisponde alla norma ». Dunque, afferma l’imperatore, « siccome le città che esistono s’allontanano in vario grado dalla norma, mi basta prevedere le eccezioni alla norma e calcolarne le combinazioni più probabili » (p. 413). È una tassonomia nel senso classico : stabilita la ‘norma’, se ne deducono le eccezioni possibili. Marco risponde, ribaltando esattamente il ragionamento, che il modello di città da cui dedurre tutte le altre è una città fatta solo d’eccezioni, preclusioni, contraddizioni, incongruenze, controsensi. Se una città così è M. Foucault, Eterotopia, luoghi e non luoghi metropolitani, Milano, Mimesis, 1994 [1967], pp. 9-20 : p. 14. P. es. il passo delle Città : « l’altrove è uno specchio in negativo. Il viaggiatore riconosce il poco che è suo, scoprendo il molto che non ha avuto e che non avrà » (p. 379), riecheggia l’esempio foucaultiano dello specchio come forma di eterotopia, o meglio come dimensione di passaggio tra essa e l’utopia. 3 J. L. Borges, L’idioma analitico di John Wilkins, in Altre inquisizioni, Milano, Feltrinelli, 19835, pp. 102-105 : p. 104. 4 M. Foucault, Le parole e le cose. Un’archeologia delle scienze umane, Milano, Rizzoli, 1985 [1966], p. 5. 2 1 272 leonardo terrusi quanto c’è di più improbabile, diminuendo il numero degli elementi abnormi si accrescono le probabilità che la città ci sia veramente. Dunque basta che io sottragga eccezioni al mio modello, e in qualsiasi ordine proceda arriverò sempre a trovarmi davanti una delle città che, pur sempre in via d’eccezione, esistono. Ma non posso spingere la mia operazione oltre un certo limite : otterrei delle città troppo verosimili per essere vere. (ibidem) Partendo cioè dal tracciato di tutte le eccezioni possibili, è dalla loro sottrazione che si ottengono gradualmente città realmente esistenti (o potenzialmente tali). Forse è ciò che si compie nel libro : la costruzione di un ‘catalogo’ di “eccezioni, preclusioni, contraddizioni, incongruenze, controsensi” ; di un’eterotopia, insomma, un catalogo borgesiano-foucaultiano. Sebbene l’obiettivo resti quello di accostarsi, pur ‘in negativo’, alle città che possono esistere : ma la via verso la realtà, per la scrittura, coincide con la dannazione volontaria in un percorso eterotopico. Solo percorrendolo disperatamente fino in fondo si può tentare di raggiungere, forse casualmente, una meta. Una cifra eterotopica o più genericamente eteroclita agisce costitutivamente a molteplici livelli nelle Città. Essa è già implicita nella stessa genesi compositiva del libro. In una lettera a Claudio Varese del ’73, Calvino dichiara che i vari testi cittadini sono nati « pezzo per pezzo », come microtesti sparsi e occasionali, e, « se ora il libro si presenta come una costruzione elaborata e conclusa, questa costruzione è venuta all’ultimo sulla base del materiale che avevo accumulato ». 1 Solo l’ideazione successiva di una struttura macrotestuale dà cioè origine al libro, interagendo dialetticamente con la sua natura geneticamente aperta e frammentaria. Un altro dettaglio, di natura linguistico-stilistica stavolta, denuncia la stessa tendenza : la frequenza di quelle « elencazioni o enumerazioni protratte », che, pur costanti nel suo stile (oscillando tra ‘catalogo’, espressione di « un’arte combinatoria che aggrega e distingue con precisione gli aspetti del mondo », e, all’opposto, ‘enumerazione caotica’, « pluralità disordinata, dispersa, inorganizzabile », « scialo e tritume, senza centro nella sua ridondanza »), 2 trovano nelle Città uno dei luoghi di applicazione più significativi. Condizione necessaria per la costruzione di un insieme non coeso come questo è che sussista un qualche ordinamento, una griglia che accosti l’inaccostabile, provocando esso stesso l’‘effetto-eterotopia’. Ciò che infatti realmente sconvolge, e anzi crea l’eterotopia, è che i suoi eterogenei e paradossali elementi costitutivi siano inseriti in una “serie” ordinata, che pretenda di accomunarli denunciandone l’inassimilabilità. È il semplice fatto che i vari elementi appaiano in sequenza alfabetica, nota Foucault, a realizzarla nel catalogo borgesiano : « ciò che sopravanza ogni immaginazione, ogni pensiero possibile, è soltanto la serie alfabetica (a, b, c, d) che lega a tutte le altre ognuna di queste categorie ». 3 Anche per le città calviniane, tessere di un quadro discontinuo, di uno spazio borgesianamente e foucaultianamente eterotopico, sorge la necessità – per trasformare i microtesti in macrotesto, dare forma al labirinto e trasformarlo in una, per quanto caotica, enumerazione –, di un’ordinazione altrettanto neutra e impassibile. Dare un nome alle città, distinguerle l’una dall’altra, ma trasformando i nomi in semplici nomenclature, alla stregua di lettere di un ordine alfabetico. A garantire tale funzione, interviene il ‘grado zero’ onomastico di cui si è detto : nomi come ‘cartellini’, che permettano di distinguere i vari pezzi del gioco montato da Calvino, così rendendo possibile ciò che solo è possibile alla letteratura : la costruzione di un’eterotopia, di una tassonomia in negativo che valga come sfida pur disperata al ‘labirinto’. In Dialogo sulle “Città invisibili”, « Studi Novecenteschi », ii, 1973, p. 126. Mengaldo, Aspetti, cit., pp. 38-39. Sul catalogo calviniano come stimmate postmoderna cfr. M. Di Gesù, Palinsesti del moderno. Canoni, generi, forme nella postmodernità letteraria, Milano, FrancoAngeli, 2005, p. 70. 3 Foucault, Le parole, cit., p. 6. 2 1
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