SUI LAVORI DI RECUPERO DEL PATRIMONIO STORICO-ARTISTICO DELL’AUDITORIUM SAN VITO DI BARCELLONA POZZO DI GOTTO more

Barcellona Pozzo di Gotto, 2010-2011, pp. 168

1 FILIPPO IMBESI SUI LAVORI DI RECUPERO DEL PATRIMONIO STORICO-ARTISTICO DELL’AUDITORIUM SAN VITO DI BARCELLONA POZZO DI GOTTO PREMIO REGIONALE DI STORIA E TRADIZIONI LOCALI HISTORIAE SICILIAE XXI EDIZIONE 2010/2011 OPERA VINCITRICE DEL PREMIO ALTA PROFESSIONALITA’ STORICO-ARCHITETTONICA Copyright © 2010- 2011 Comune di Barcellona Pozzo di Gotto Tutti i diritti riservati Nessuna parte di questa pubblicazione può essere tradotta, riprodotta, copiata o trasmessa senza l'autorizzazione dell'autore. Sono vietate le opere derivate. Ogni eventuale violazione dei diritti d'autore sarà perseguita secondo le leggi vigenti. «Felice, cantò un poeta, colui che può penetrare le prime cause e le prime raggioni delle cose. Ugualmente rendesi difficile a risapere le prime origini delle popolazioni, non risparmiandosi la bella Roma, e si lascia, non senza vergogna, ricorrere alla mitologia. Per l'istessa Sicilia, nostra isola, di quante favole non è ripiena l'istoria?». Arciprete Domenico Principato - inizi del XIX secolo CHIESA DI SAN VITO - CENNI STORICI* L’ex chiesa di San Vito, oggi auditorium, è la più antica testimonianza storico-architettonica dell’antico nucleo di Pozzo di Gotto, casale di Milazzo fino al 1639, e in seguito citta regia e centro autonomo, unitosi con Barcellona in un’unico comune nel 1835. Sebbene la tradizione locale riporti che essa fosse stata anticamente di rito greco, questa informazione non trova alcun riscontro nei documenti: infatti, le più antiche notizie rintracciate risalgono soltanto al 1572 e al 1573, biennio in cui furono concessi ai procuratori della chiesa due appezzamenti di terre site nel territorio di Pozzo di Gotto1. Anticamente intitolata al Santissimo Rosario, risultava dotata di un semplice cappellano nel 1585, anno in cui l’arcivescovo di Messina concesse al «Venerabile preti Giuseppe Mamuni, cappellano dell’ecclesia di Santo Vito di Puzzo De Gotto», la facoltà di «administrare tutti li sacramenti per * Per le fonti da cui sono state estratte le informazioni storiche di seguito riportate e per approfondimenti si rimanda alle appendici II e III. Abbreviazioni utilizzate: LM = Archivio dell'Arcipretura di Santa Maria Assunta in Pozzo di Gotto, Documenti preziosi. Scritture di Concessione dal 1572 al 1697. Libro Magno; DPB = Archivio dell'Arcipretura di Santa Maria Assunta in Barcellona Pozzo di Gotto, Documenti degli Arcipreti delle due Sezioni Pozzo di Gotto e Barcellona; GSV = Archivio dell'Arcipretura di Santa Maria Assunta in Barcellona Pozzo di Gotto, Giuliana della Matrice Chiesa di San Vito; RDD = Archivio dell'Arcipretura di Santa Maria Assunta in Barcellona Pozzo di Gotto, Registro dei defunti della chiesa di San Vito (anni 1766-1876); LEM= Archivio dell'Arcipretura di Santa Maria Assunta in Barcellona Pozzo di Gotto, Libro d'esito della Matrice Chiesa di San Vito della città di Pozzo di Gotto dal 1750 al 1835; PL = Archivio dell'Arcipretura di Santa Maria Assunta in Barcellona Pozzo di Gotto, Biblioteca Arcipretale n.° 2, Costumanze della Chiesa Matrice di San Vito e Pratiche Litugiche di essa registrate in tutto il 1860 e seguenti; BP = Archivio dell'Arcipretura di Santa Maria Assunta in Barcellona Pozzo di Gotto, Biblioteca Arcipretale n.° 5, Chiesa Madre, Storia Parrocchiale. 1 DOC. II e III, interamente riportati in appendice. 7 salute dell’anime dell’habitatori di detto loco»2. Soggetta fin dalle sue origini alla giurisdizione della Curia Arcivescovile di Messina, fu oggetto di lunghi contenziosi con l’arciprete di Milazzo che ne reclamava l’amministrazione ecclesiastica, ricadendo Pozzo di Gotto nella giurisdizione territoriale milazzese3. Gravemente danneggiata da un incendio avvenuto nel XVII secolo, il 10 aprile del 1723 fu eretta arcipretura del casale di Pozzo di Gotto da Giuseppe Migliaccio, arcivescovo di Messina. Dopo una lunga serie di cappellani e parroci (tra cui vi furono Serafino Majo4, Matteo Valveri5, Placido Siragusa6, Giuseppe Carrozza7, Lorenzo Sottile8, Mario Catalfamo 9 e Biagio Sacco10), il 2 3 DOC. V. I documenti rinvenuti, interamente riportati in appendice (DOC. I, VI, VII, VIII, X, XI, XIII), rivelano il lungo contenzioso che, dal 1571 fino al 1639 (anno di separazione di Pozzo di Gotto da Milazzo), interessò la giurisdizione ecclesiastica della chiesa di San Vito, soggetta ab antiquo alla chiesa messinese, ma ricadente nel’influenza territoriale di Milazzo. 4 Serafino Majo fu eletto cappellano della chiesa di San Vito con atto emanato il 30 ottobre del 1617 dal vicario generale di Messina. Così si riporta nel Libro Magno: «Nos don Federicus Portio […] canonicus metropolitane messanensis ecclesie et in spiritualibus et temporalibus vicarius generalis Messane, sede vacante, dilecto nobis in Cristo, reverendo don Serafino Maijo ruri Putei de Gotto huius messanensis diocesis, salutem in domino […] insuper divi cultus servitium gerendum in ecclesia parrocchiali sub titulo Sancti Viti dicti ruris tibi commendamus et ob id in vice parrocchum et cappellanum dicte parochialis te constituimus et deputamus cum facultate in ibi missas celebrandi et omnia ecclesiastica sacramenta ad munus parrocchiali spectanti ministrandi […] Quare universis et singulis presbiteris, clericis et officialibus nostris ac personis ecclesiasticis nobis subditis praecipimus et mandamus quatenus te eumdem don Serafinum Maijo in talem delegatum et vice parrochum ac cappellanum […] Datum Messane die 30 octobris 1617. Don Federicus Portio vicarius generalis. Joannes Dominicus Cammaroto magister notarius» (LM, cc. 3r-4v). 5 La nomina a cappellano di Serafino Majo, come sembra, non fu accettata dai procuratori della chiesa di San Vito, i quali, appena un mese dopo, nominarono don Matteo Valveri «cappellanum maiorem» della chiesa. Così, infatti, si legge nel Libro Magno: «Die XXX° novembris prime indictionis 1617. Joannes Philippus Monforti, Joannes Michael Scattaregia, Joseph Rizzo, Domicus Alexi et magister Natali Genovisi ruris Putei de Gotto, presentes cogniti, veluti procuratores et rectores ecclesie Sancti Viti existentis in rure Putei de Gotto […] in solidum vigore presentis actus electionis, eligerunt et eligunt, nominaverunt et nominant cappellanum maiorem ipsius ecclesie don Mattheum Valveri sacrae teologiae doctorem ruris presenti […] idoneum, sufficientem et habilem per offitio predicto et hoc vita durante ipsius don Matthei» (LM, introduzione – c.1v). 6 Placido Siragusa fu eletto cappellano della chiesa di San Vito con atto emanato il 3 febbraio del 1623. Così si riporta nel Libro Magno: «Die 3 febrarii Ve indictionis 1623 […] Rectores et procuratores matrici ecclesie Sancti Viti […] eligerunt et eligunt cappellanum maiorem dicte ecclesie don Placidum Siragusa sacerdotem […] et hoc stante morte quondam don Matthei Valveri» (LM, cc. 2r-3v). 7 I procuratori della chiesa di San Vito, nel «die 22 novembris XVe indictionis 1628», essendo «don Placidus Siragusa, veluti cappellanus dicte ecclesie, reperitus infirmus in lecto», avevano disposto che «post mortem dicti de Siragusa» fosse eletto «cappellanum maiorem dicte ecclesie don Ioseph Carrozza, sacerdotem Putei de Gotho» (LM, c. 4v). 8 Lorenzo Sottile fu eletto cappellano della chiesa di San Vito con atto del 17 febbraio 1633, e confermato il 26 febbraio dello stesso anno. I procuratori della chiesa, come si riporta nel Libro Magno, nel «die XVII° febrarii 2e indictionis 1633», dovendo provvedere ad «eligere cappellanum maiorem ipsius ecclesie, stante auctoritate sibi actributa per summum ponteficem vigore litterarum apostolicarum datarum in alma Rome», nominarono «don Laurentium Suttili cappellanum maiorem dicte ecclesie» (LM, cc. 2v-3v). 9 I procuratori e rettori della chiesa di San Vito nominarono don Mario Catalfamo cappellano e parroco con atto emanato il 14 aprile del 1646. Così si riporta nel Libro Magno: «Die vigesimo tertio aprilis 14 indictionis millesimo sexcentesimo quatragesimo sexto […] reverendum don Marium Catalfamo sacerdotum […] eligerunt et eligunt, nominaverunt et nominant in cappellanum et parochum parochialis ecclesie Sancti Viti ad effectum celebrandi cultum divinum et administrandi sacramenta fidelibus cum Deo cura et diligentia» (LM, cc. 5r-6v). 10 Biagio Sacco, prima di questa nomina, era stato incaricato da Giuseppe Gigala, arcivescovo di Messina, a «esercitare l’officio di luogotenente di parocho e vicario forano» di Pozzo di Gotto, stante l’incurabile malattia del cappellano Mario Catalfamo (DOC. XV). La nomina di Biagio Sacco «in parochum, seu cappellanum maijorem» (12 febbraio 1679) avvenne per atto dei procuratori della chiesa di San Vito (DOC. XVI) e seguente conferma (14 settembre 1679) dell’arcivescovo messinese Giuseppe Gigala (DOC. XVII). 8 primo arciprete nominato in essa fu Giuseppe Crisafulli11, cui si deve, nel periodo compreso tra il 1732 e il 1735, un intervento di ampliamento e rifacimento della struttura (decorata con pregevoli decorazioni barocche), in parte alterata dal terremoto del 5 febbraio 1783 e da un intervento di rimaneggiamento avvenuto nel 180212. Arricchita di rendite e beni sotto le arcipreture di Francesco Florelli13, Melchiorre Rossitto14, Domenico Principato15, Francesco Alicò16 e Melchiorre Consiglia17, perse d’importanza nel 1863 quando, essendo arciprete Giuseppe De Luca, fu privata del titolo di matrice, attribuito alla limitrofa chiesa di Santa Maria Assunta18. Da allora in poi la chiesa di San Vito fu oggetto di una lenta parabola discendente, culminata con l'abbattimento della torre campanaria nella seconda metà del secolo scorso e con il rifacimento della copertura lignea avvenuto nel biennio 1993-1994 (dopo l'acquisto dell'intera struttura da parte del comune di Barcellona P.G.). 11 Il pozzogottese Giuseppe Crisafulli, eletto parroco il primo marzo del 1721 (DOC. XXIX), fu artefice, insieme alla sorella Fortunata, della creazione dell’arcipretura di Pozzo di Gotto, avendo legato alla chiesa una ricca rendita, come riportava tra l’altro anche l’arciprete pozzogottese Giuseppe de Luca in una sua memoria manoscritta («il parroco de tempore Don Giuseppe Crisafulli, Dottore in Teologia, e sua Sorella Donna Fortunata, fanno esibire dal Municipio al Diocesano un’aumento di Congrua all’annuale di onze 21, che il parroco percepiva dalla Chiesa, donando il fratello due fondicoli in Protonotaro, Territorio di Castroreale e la Sorella un fondicolo nella Contrada Serro dè Giardini, Territorio di Pozzo di Gotto, tutti e tre, per Relazione di un Esperto, capaci di dare l’annua rendita di onze sette e tarì 21. In vista del quale assegno, stipulato a 7 Aprile 1723 in Notar Sottile e Lombardo da Castroreale, i di cui atti son conservati da questo Dottor Notaro Stefano Alicò, Monsignor Arcivescovo addivenne a concedere il titolo di Arcipretura alla Parrocchiale di Pozzo di Gotto, e rendere inamovibile la persona dello Arciprete», DOC. XXIX). Il Crisafulli, morto l’11 ottobre del 1738, fu sepolto nella chiesetta di San Giuseppe (DOC. XXVII), nella quale è ancora presente la sua lapide sepolcrale. 12 Si vedano i DOC. XXI e XXII. 13 Francesco Florelli, eletto arciprete di Pozzo di Gotto il 20 gennaio del 1739, morì il 9 novembre del 1765 (DOC. XXVII). 14 Melchiorre Rossitto, eletto arciprete di Pozzo di Gotto il 10 gennaio del 1766, morì il 6 settembre del 1785 (DOC. XXVII). 15 L'arciprete Domenico Principato nacque nel 1729 e morì il 19 gennaio del 1815 a 86 anni, come si rileva dal suo certificato di morte (RDD, vol. V, anni 1766-1815, n.° 4 del 1815): «Anno Domini 1815, die 19 ianuarii, venerabilis archipresbiter, sacrae theologiae doctor, don Dominicus Principato, anni 86, omnibus sacramentis refectus, animam deo reddidit; cuius corpus sepultum fuit in ecclesia matrice Sancti Viti. Praesente venerabilis locumtenentis don Franciscus Alicò» (Nell'anno del Signore 1815, nel giorno 19 di gennaio, il venerabile arciprete don Domenico Principato, di 86 anni, dottore in sacra teologia, ristorato con tutti i sacramenti, rese l'anima a Dio; il suo corpo fu sepolto nella chiesa madre di San Vito. Presente il venerabile reggente don Francesco Alicò). 16 L'arciprete Francesco Alicò, succeduto a Domenico Principato, era nato nel 1780. Morì a 67 anni nel 1847 e fu sepolto nella chiesa di San Vito. Così si riporta nel suo certificato di morte (RDD, vol. VII, anni 1843-1858, n.° 144 del 1847): «Anno Domini 1847, die 14 mensis octobris, canonicus don Franciscus Alicò archipresbiter, aetatis suae anni 67, cum omnibus sacramentis refectus, animam Deo reddidit; cuius corpus sepultum fuit in hac matrice Divi Viti. Praesente toto clero» (Nell'anno del Signore 1847, nel giorno 14 del mese di ottobre, il canonico arciprete don Francesco Alicò, di 67 anni di età, ristorato con tutti i sacramenti, rese l'anima a Dio; il suo corpo fu sepolto in questa chiesa matrice di San Vito. Presente tutto il clero). 17 L'arciprete Melchiorre Consiglia, nato nel 1772 da Salvatore Consiglia e Giuseppa Bellinvia, morì a 90 anni il 10 agosto del 1862. Così si legge, infatti, nel suo certificato di morte (RDD, vol. VIII, anni 1859-1876, n.° 65 del 1862): «Anno Domini 1862, die 10 augusti, reverendissimus archipresbiter doctor don Melchior Consiglia, filius legitimus et naturalis quondam domini Salvatori et quondam donne Iosephe Bellinvia, aetatis suae anno 90mo, sacramentis ecclesiae solemniter munitus cum interventu totius cleri et archiconfraternitatis Sanctissimi Sacramenti, ut moris est, obiit et sepultus est in hac ecclesia matre Divi Viti prope suos predecessores» (Nell'anno del Signore 1862, nel giorno 10 di agosto, il reverendissimo arciprete dottor don Melchiorre Consiglia, figlio legittimo e naturale del defunto signor Salvatore e della defunta signora Giuseppa Bellinvia, nell'anno novantesimo della sua età, solennemente munito, com'è usanza, con i sacramenti della chiesa, mediante l'intervento di tutto il clero e dell'arciconfraternita del Santissimo Sacramento, morì ed è sepolto in questa chiesa madre di San Vito vicino i suoi predecessori). 18 DOC. XXI e XXVII. 9 STATO DI CONSERVAZIONE PRIMA DELL'INTERVENTO DI RESTAURO All’atto della redazione del progetto, l'ex chiesa di San Vito si presentava in condizioni di completo degrado dovuto all'abbandono della struttura dopo i lavori di adeguamento strutturale e di realizzazione della copertura eseguiti nel biennio 1993-1994. All'interno della chiesa, preliminarmente alla fase progettuale, in particolare, si riscontravano: - un evidente e grave deterioramento dell'intonaco sulle pareti delle tre navate e del corpo annesso, un tempo adibito a sagrestia; - efflorescenze saline con ampie zone umide e presenze di muffe su cornici e decori in stucco, muri e affreschi; - infissi fatiscenti per il perdurare delle situazioni di precarietà del monumento; - mancanza di notevoli parti di apparato decorativo, intonaci e finiture; - vistosi fenomeni di umidità di risalita e di infiltrazione capillare nel patrimonio plasticodecorativo interno, soggetto nel tempo a interventi invasivi e irreversibili; - superfetazioni su decorazioni, stucchi e cornici. Il quadro complessivo degli elementi effettivamente recuperabili dell'antico e ricco patrimonio storico-artistico originario era in prima analisi molto esiguo. 10 11 ANALISI E STUDI PRELIMINARI Preliminarmente alla fase progettuale, sono stati condotti studi, analisi e ricerche volte all’acquisizione di elementi utili al recupero della struttura. Gli unici elementi storici datati rinvenuti nell’ex chiesa erano i seguenti: - Frammenti di una lapide su cui è riportata la seguente iscrizione: «Supra urnam ad sacerdotum ossa tumulanda a laicis sejuncta constructam anno Domini MDCCCII» (Sopra la tomba costruita nell'anno del Signore 1802 per seppellire le ossa dei sacerdoti, separate dai laici); - Quattro lapidi funerarie (di cui una non più leggibile), relative alle sepolture degli arcipreti Melchiorre Consiglia19, Francesco Alicò20 e Domenico Principato21, poste nelle prossimità della cappella laterale sinistra; - Il capitello della prima colonna sinistra della chiesa su cui è riportata la data 1732; - Una lapide marmorea realizzata nel 176922. Partendo da queste indicazioni, sulla scorta della documentazione riguardante l'ex chiesa di San Vito rinvenuta presso l'archivio dell'arcipretura di Santa Maria Assunta in Pozzo di Gotto, è stato 19 Così si legge sulla lapide funeraria di Melchiorre Consiglia: «Sacrae theologiae doctor Melchior Consiglia, sextus huius paroecle archipresbiter, hic situs est, pastor bonus sacris ministeriis ab adolescentia addictus, evangelicam concionem aliaque religionis negotia nunquam intermisit. animam suam pro ovibus suis dedit. E vivis ereptus X augusti MDCCCLXII, annum agens LXXXX» (E' qui sepolto il dottore in sacra teologia Melchiorre Consiglia, sesto arciprete di questa parrocchia, buon pastore consacrato da giovane ai sacri ministeri. Mai tralasciò l'assemblea evangelica e gli altri servizi della religione. Diede l'anima per i suoi fedeli. Strappato dai vivi il 10 agosto del 1862, avendo 90 anni). 20 Sulla lapide funeraria di Francesco Alicò è leggibile soltanto la seguente epigrafe: «Sacrae theologiae doctor Franciscus Alicò, huius paroeclae archipresbiter et pastor, ob morum […] sacrum canonum et singularem […] officii munere diligentiam omnium […] laudatus vita cessit XI mense octobris anni MDCCCXLVII, aetatis suae LXVII. Sacerdos Michael Angelus Alicò […] » (Il dottore di sacra teologia Francesco Alicò, arciprete e pastore di questa chiesa, come usanza […] dei sacri canoni e singolare […] nel dovere del mandato la cura di tutte le cose […] lodato, finì la vita nel mese di ottobre dell'anno 1847, di sua età 67. Il sacerdote Michelangelo Alicò […]). 21 Sulla sua lapide funeraria (su cui è collocato lo stemma arcipretale costituito da un cappello dal quale pendono 6 fiocchi per parte) è leggibile soltanto il seguente testo: «XIX JAN […] CXV» (da identificare con XIX JANUARII MDCCCXV, cioè 19 gennaio 1815, giorno della morte di Domenico Principato). 22 In questa lapide, collocata sul prospetto di via Garibaldi, così si riporta: «Deo optimo maximo, Carolo III Hispaniarum, Ferdinando IV eius filio et utriusque Siciliae regibus. Excellens et reverendus don Joannes Spinelli, sanctae protometropolitanae messanensis ecclesiae archiepiscopus, una cum illustrissimis et reverendissimis episcopis don Carolo Mineo pactensi suffraganeo et don Cajetano Garbato amatensi, in hoc Sancti Viti principe templo V martii MDCCLXIX excellentem et reverendum don Scipionem Ardoino ex principibus Alcontres magnatibus Hispaniarum I classis, patritium messanensem, abbatem Sanctae Luciae in regno Siciliae, regium cappellanum maiorem, sollemni ritu, episcopum Zenopolis consecravit. Spectabili vestrae illustrissimae dominationi, don Petrus Bonomo, don Paulus Alberti, don Felix Casdia, don Antoninus de Libreris iurati et vestrae illustrissimae dominationi don Franciscus Franza syndicus posteris consulentes memorialem lapidem poni curarunt» (A Dio ottimo massimo, a Carlo terzo di Spagna, a Ferdinando IV, suo figlio, entrambi re delle due Sicilie. L'insigne e reverendo don Giovanni Spinelli, arcivescovo della santa protometropolitana chiesa di Messina, insieme agli illustrissimi e reverendissimi vescovi don Carlo Mineo, suffraganeo pattese, e don Gaetano Garbato, amatense, in questo importante tempio di San Vito, il 5 marzo del 1769, con rito solenne, consacrò vescovo di Zenopoli l'insigne e reverendo don Scipione Ardoino dei principi d'Alcontres, di prima classe nei grandi di Spagna, patrizio messinese, abate di Santa Lucia nel regno di Sicilia, gran cappellano regio. Alla spettabile vostra illustrissima dominazione, i signori giurati don Pietro Bonomo, don Paolo Alberti, don Felice Casdia, don Antonino de Libreris, e alla vostra illustrissima dominazione il sindaco don Francesco Franza, curarono di collocare una lapide a ricordo per i posteri). La notizia di questa consacrazione fu riportata anche da padre Giovanni Parisi nella sua storia di Santa Lucia (G. Parisi, Alla ricerca di Diana Facellina. S. Lucia e il "Melan" nel mito e nella storia, tipografia S. Cuore, S. Lucia del Mela, 1973, pp. 246-247). 12 possibile ricavare preziose informazioni e indicazioni utili alla redazione del progetto. In modo particolare, è stato possibile rilevare l'esistenza di una cripta, costruita nel 1802 a spese della chiesa e del clero, sita un tempo nelle prossimità dell'altare maggiore23. La documentazione rinvenuta ha inoltre consentito di poter rilevare rifacimenti della struttura avvenuti nel XVII secolo e nel 180224. Quest’ultimo intervento, il più recente, riguardò la realizzazione di alcuni corpi annessi alla chiesa (ancora oggi esistenti), il rifacimento di ampie parti di copertura, modifiche alle superfici plastiche degli altari e rifacimenti di coloriture. Per conoscere lo stato di conservazione delle superfici oggetto d’intervento, sono state condotte accurate analisi di laboratorio eseguite dalla SIRAM srl, che hanno fornito preziose indicazioni sullo stato di degrado e di conservazione del monumento. Le analisi condotte (inerenti 36 campioni sottoposti a prove mineralogiche, chimico-fisiche e biologiche) hanno consentito anche di far emergere una profonda differenziazione tra le superfici plastiche oggetto di interventi invasivi ed irreversibili, e quelle ancora recuperabili e riconducibili a stadi decorativi seicenteschi e settecenteschi. In modo particolare è stato possibile individuare numerose tracce di antiche cromie presenti negli altari e nelle cappelle. Per ottenere altre informazioni propedeutiche alla fase progettuale, sono stati eseguiti alcuni saggi Microscopia del lapideo (calcarenite) di una delle colonne della chiesa. Le analisi comparative, effettuate dalla Siram srl, fanno desumere che esso provenga dall’area del siracusano. Foto in sezione lucida di un campione di malta prelevata nella cappella laterale sinistra. I clasti sono composti da quarzo, frammenti di rocce metamorfiche, frammenti di cocciopesto e frammenti di rocce carbonatiche. stratigrafici sulle superfici decorative degli altari mediante la rimozione degli scialbi e delle incrostazioni. Le indagini effettuate hanno portato al rinvenimento di pitture murali nelle paraste del 23 In questo documento (DOC. XXI), contenuto nella cosiddetta Giuliana della Matrice Chiesa di San Vito, volume oggi custodito presso l'archivio dell'arcipretura di Santa Maria Assunta in Pozzo di Gotto, così si riporta: «Sepoltura dei reverendi preti. Il sepolcro vicino l'altare maggiore fu edificato dal venerabile clero di questa nel 1802 colla spesa di once 26 1 11. Questa somma, in quanto ad once cinque e tarì nove, fu erogata dalla venerabile madre chiesa, il resto dal clero. La lapide grande si ritrovava nel coro della stessa. L'apoca poi della spesa vedesi in notar don Michelangelo Papa, lì 13 settembre 1802». Per altre informazioni storiche riguardanti la cripta (che sostituì un precedente ipogeo sito nel coro della chiesa) si vedano le ricevute d’esito n.° 35, 39 e 40 del 1802, interamente riportate in appendice (DOC. XXII). 24 DOC. XXI e XXII. 13 presbiterio, antiche iscrizioni, tracce di cromie negli altari e nelle superfici a intonaco, e indicazioni su un rifacimento della struttura avvenuto nel periodo compreso tra il 1732 e il 1735. Sono state altresì condotte indagini georadar volte all'individuazione di eventuali anomalie presenti sotto il piano di calpestio, interpretabili come sepolture, cavità, strutture e/o elementi sepolti. Le prospezioni eseguite hanno rivelato l'esistenza di un corpo sepolto (da ricondurre a una cripta) sito nel tratto terminale della navata centrale, la presenza di tratti di pavimentazione antica (recuperata in campioni nella fase progettuale), l’esistenza di un corpo sepolto sito nel presbiterio della chiesa e la presenza di alcune anomalie nella parte anteriore delle tre navate, riconducibili, in prima analisi, a sepolture e a strutture murarie25. Nel complesso, le indicazioni preliminari al progetto desunte da saggi, informazioni storiche e analisi, consistevano in: - Presenza di strati di pavimentazione antica posta sottolivello; - Presenza di cromie e stadi decorativi seicenteschi e settecenteschi, distribuiti in varie parti delle superfici plastiche e della struttura; - Radicali trasformazioni dell'impianto planimetrico della chiesa e modifiche dell’apparato decorativo avvenute in seguito all'incendio della fine del XVII secolo, agli interventi di 25 Le indagini al georadar (allegate agli atti) hanno anche consentito di escludere la presenza di resti umani sotto le quattro lapidi funerarie site nelle prossimità della cappella sinistra (relative agli arcipreti della chiesa), indice di traslazione da un altro luogo. Le indagini diagnostiche hanno evidenziato che i lapidei dei due altari siti nelle navate laterali della chiesa sono costituiti da «calcarenite organogena composta da fossili di foraminiferi planctonici e cemento carbonatico di porosità media, con probabile provenienza dall’area del siracusano». I basamenti delle colonne, invece, furono realizzati in quarzarenite («grani detritici di quarzo e minerali quarzosi»), la quale, come risulta da analisi comparative effettuate dalla Siram srl, proveniva con molta probabilità «dai monti Nebrodi». 14 trasformazione del 1732-1735 e del 1802, e agli interventi di manutenzione e ricostruzione della copertura della seconda metà del secolo scorso; - Esistenza di un ipogeo sito nel tratto terminale della navata centrale e indicazioni (da verificare nel corso dei lavori) sulla presenza di sepolture e di strutture murarie riconducibili a precedenti impianti della chiesa; - Rifacimenti di precedenti strutture plastiche; - Applicazioni di superfetazioni sulla superficie originaria degli affreschi e degli altari; - Tracce d’intonaci di vecchia fattura nelle cappelle; - Deterioramento dell'intonaco nelle pareti lisce delle navate laterali; 15 - Integrazioni di marmi e presenza di superfici originali superfetate in epoche successive. STATO DI DEGRADO 16 STATO DI DEGRADO PROGETTO L'idea che ha guidato il progetto di restauro è stata quella di recuperare, preservare e valorizzare in maniera filologico-conservativa le antiche stratificazioni presenti nella struttura in modo da renderne leggibili i vari passaggi storici e di integrare e completare le opere a corredo. Partendo dalle analisi e dalle indicazioni preliminari, il progetto redatto ha previsto in modo particolare i seguenti interventi: - Integrazioni d’intonaco mancante nella struttura; - Rifacimento dei servizi nel corpo annesso (di recente fattura); 17 - Recupero e integrazione sottolivello delle cornici della navata centrale; - Rifacimento della pavimentazione a imitazione della stratificazione antica rinvenuta preliminarmente; - Recupero della cripta e delle strutture sepolte esistenti; - Realizzazione ex novo degli infissi mancanti; - Restauro conservativo degli infissi lignei esistenti; - Realizzazione degli impianti tecnologici; - Pulitura del materiale lapideo esistente; - Recupero delle antiche coloriture negli altari e nelle cappelle; - Consolidamento e restauro del patrimonio storico-artistico e degli affreschi presenti nelle cappelle laterali; - Mantenimento e recupero degli elementi storicizzati; - Recupero delle pitture murali presenti nelle paraste del presbiterio; - Tinteggiature interne; - Recupero, catalogazione e consolidamento dei reperti storico-architettonici e antropologici presenti sottolivello. PROGETTO DI RESTAURO 18 PROGETTO DI RESTAURO 19 LAVORI ESEGUITI I lavori di recupero della struttura sono stati realizzati in due distinte fasi. Il primo intervento, denominato Opere generali, eseguito dalla ditta Castelco di Casteltermini, ha riguardato il rifacimento della pavimentazione e degli intonaci, le integrazioni sottolivello delle cornici della navata centrale, le coloriture generali, il recupero delle strutture sepolte e gli impianti tecnici. Il secondo intervento, di carattere specialistico, denominato Restauro del patrimonio storico-artistico e suddiviso in tre distinte categorie (riguardanti gli affreschi, i lapidei e gli altari policromi e monocromi), è stato eseguito dalle imprese specializzate Geraci restauri srl, Cristaudo Angelo e Calvagna Giovanni. In particolare i lavori eseguiti e i criteri adottati per il recupero dell'intera struttura sono raggruppati nelle seguenti categorie: a) Recupero della cripta Il 18 aprile del 2008 è stata portata alla luce la scala di accesso alla cripta che ha consentito di poter penetrare nel locale, costituito da un vano rettangolare (ml. 3,50 x 3,20) coperto con volta a botte (altezza massima ml. 2,60). L'ambiente, ancora strutturalmente integro, presenta nove loculi muniti di colatoio e un ossario. L'accesso alla cripta, un tempo posto a una quota inferiore (circa 60 cm.), è consentito da una scala larga circa un metro, che è stata integrata con alcuni gradini di raccordo con il livello del pavimento attuale. Nessuna iscrizione è stata rinvenuta sulle pareti dell'ipogeo, tranne la data 1802, tracciata con nerofumo di candela nella parete opposta all'ingresso. La datazione rinvenuta ha 20 consentito di identificare l'ipogeo con quello edificato nel 1802 sotto l'arcipretura di Domenico Principato e descritto nei documenti. I resti umani consistenti rinvenuti in essa, mummificati con la tecnica della colatura e riempiti con crine di cavallo, sono stati recuperati e consolidati con l'ausilio del Paraloid B7226. Al fine di conservare integre le caratteristiche costruttive della cripta sono stati mantenuti l'originario pavimento e l'intonaco (consolidato con idrossido di bario). I frammenti della lapide riguardante la cripta, rinvenuti nella chiesa, sono stati raccolti assieme e collocati in una parete dell'ipogeo. 26 I resti rinvenuti, recuperati e consolidati dal Dott. Antonello Calabrò, sono stati collocati in piccole casse di legno ai piedi delle relative nicchie. Nell’ispezione eseguita il 24 aprile del 2008 dall’arch. Daniela Sparacino (dirigente dell'unità operativa per i Beni Etno-Antropologici della Soprintendenza ai BB.CC.AA. di Messina) e dal dott. Sergio Todesco (antropologo), è stato accertato (come da apposito verbale allegato agli atti) che i resti umani presenti nella cripta (circa 15 persone) «appartengono a corpi probabilmente mummificati secondo la tecnica della colatura». I resti umani rinvenuti sono da riferire a sacerdoti e arcipreti della chiesa morti dopo il 1802. Tra di essi vi furono anche gli arcipreti ottocenteschi Domenico Principato (1729-1815), Francesco Alicò (1780-1847) e Melchiorre Consiglia (17721863). Le analisi al georadar e i saggi, infatti, hanno escluso la presenza di resti umani sotto le loro lapidi funerarie (tutte di dimensioni diverse), che risultano anche non collocate secondo l'ordine cronologico di morte (Francesco Alicò e Melchiorre Consiglia sono separati dalla lapide di Domenico Principato, loro predecessore, e da una lapide illeggibile, forse riferire all'arciprete Melchiorre Rossitto, morto nel 1785). Da ciò si deduce che le quattro lapidi marmoree furono collocate solo in un secondo tempo nei pressi della cappella laterale sinistra. I documenti rintracciati riportano che Domenico Principato e Francesco Alicò furono sepolti nella chiesa di San Vito, e che il corpo di Melchiorre Consiglia fu collocato «prope suos predecessores» (vicino i suoi predecessori). Queste informazioni fanno desumere che nella chiesa esisteva anticamente un luogo adibito alla sepoltura degli arcipreti. Da due ricevute d'esito (N.° 35 e 40 del 1803, DOC. XXII) si apprende inoltre che, durante i lavori di rifacimento della chiesa, effettuati dall'arciprete Principato nel 1802, fu riempito di terra un «fosso nel coro» adibito a sepoltura, il quale fu sostituito dalla «sepoltura novamente fatta» (cripta). Lo stesso Domenico Principato contribuì alla realizzazione della cripta, come si riporta nella ricevuta d'esito N.° 40 del 1803 («per la combinazione fatta da parte della chiesa nella fattura di detta sepoltura per la quale si erogarono onze 26 1 11, avendo contribuiti il resto delle spese li Reverendi Signor Arciprete, Vicario, Visitadore e Preti»). I saggi di scavo eseguiti nella chiesa e le analisi georadar, infine, hanno individuato l'esistenza di una sola sepoltura (riferita a un giovane), sita nei pressi del quarto altare della navata laterale sinistra. Da tutto ciò si deduce che le lapidi funerarie dovevano essere un tempo collocate sopra la cripta realizzata nel 1802, che conteneva dunque anche le salme dei tre arcipreti ottocenteschi. 21 2) Recupero dei resti di precedenti impianti della chiesa. Le analisi georadar e i saggi di scavo effettuati hanno consentito di poter individuare e rendere visibili parte delle murature riguardanti due precedenti impianti della chiesa, riconducibili ai secoli XVI e XVII. La prima struttura rinvenuta, sita lungo la navata centrale, è caratterizzata da muratura in mattoni a faccia vista (sovrastata da murature in pietrame e calce di epoca seguente), la cui sommità è posta a circa 1,50 metri di profondità dal piano di calpestio della chiesa. Questa profondità trova riscontro nelle analisi georadar, le quali hanno evidenziato che la navata centrale della chiesa è stata riempita con terra di riporto per un’altezza di circa 1,5 – 2 metri. Gli scavi e le indagini eseguite, nei limiti economici dell'intervento effettuato, hanno consentito di poter indagare le strutture rinvenute fino a una profondità di circa 5 metri senza riuscire a individuare tracce di pavimento e l’intera altezza della muratura, che risulta ancora più profonda. Durante il saggio, a circa 4 metri di profondità, sono stati estratti resti umani carbonizzati27. L’elevata altezza muraria, i materiali impiegati e la forma planimetrica delle strutture rinvenute (coperte con volta a botte) hanno orientato la loro identificazione con quella di un precedente 27 I resti carbonizzati rinvenuti nello scavo sono forse da collegare a un incendio, avvenuto secondo la tradizione «nel secolo XVII quando, bruciate per imperizia le sepolture, arsero cò nobbili le scritture nella chiesa e sagrestia», come si riporta nella prefazione della Giuliana della Matrice Chiesa di San Vito, interamente riportata in appendice (DOC. XXI; si veda anche il DOC. XXVII). 22 impianto della chiesa (XVI secolo), utilizzato in un secondo tempo a fossa comune28. In una seconda fase dei lavori è stato possibile individuare i resti del perimetro fondiario di un altro impianto della chiesa, inscritto in quello attuale e riconducibile al XVII secolo. La muratura rinvenuta, costituita da pietrame di grosse dimensioni allettato con calce, è analoga per sezione, profondità e materiali costruttivi a quella sommitale portata alla luce nella navata centrale. La sua distribuzione planimetrica, le informazioni presenti nella struttura e il tracciato georadar permettono di restituire parte della sua originaria forma e dimensione. Sono da riferire a questo impianto anche le murature fondiarie rinvenute nel corpo annesso, un tempo adibito a sagrestia29, e due vani di passaggio occultati, siti nella navata laterale sinistra30. 28 Così si riporta nella relazione di scavo (prot. 3496 del 25/07/2008, allegata agli atti) compilata dalla Dott.ssa Maria Ravesi, funzionaria della sezione archeologica della Soprintendenza di Messina: «In data 4 luglio 2008 la dott.ssa Maria Ravesi, su richiesta dell’arch. Filippo Imbesi, direttore dei lavori […] ha effettuato un sopralluogo nella chiesa di San Vito dove sono in corso i lavori di ristrutturazione […] In accordo con l’Architetto Imbesi si decide di approfondire il saggio precedentemente effettuato dal Direttore dei Lavori fino alla profondità di 3 m ca., quando sono affiorate due strutture murarie all’interno della navata centrale […] Il saggio ha messo in luce due strutture murarie pertinenti all’angolo di un ambiente ipogeico, realizzate con tecniche diverse […] Si prosegue verso est […] per una lunghezza complessiva di 3,20 ml, senza tuttavia riuscire a individuarne la fine. Dopo il primo tratto (2,27 m) si mette in luce un arco a tutto sesto (0,50 m ca.) di cui si conserva uno dei due piedritti con l’innesto dell’arco stesso, sempre realizzato in mattoni e calce; l’ultimo tratto (0,50 m ca.), indagato purtroppo fino ad un’altezza di 1.20 - 1.30 m., non sembra in linea con quello precedente, ma leggermente più esterno. Nel corso dell’ampliamento del saggio si mette in luce anche il crollo relativo alla volta dell’ambiente […] Successivamente si decide di effettuare un piccolo saggio (B: 1,40 x 1,20 m) in corrispondenza dell’angolo […] per cercare di mettere in luce il pavimento dell’ambiente e raggiungere l’altezza complessiva di esso […] Si rinvengono numerose ossa umane sconvolte, appartenenti a più individui, e lembi di tessuto nero […] Dalla breve indagine archeologica condotta risulta che sotto la navata centrale della chiesa è presente un ambiente ipogeico con copertura a botte […] Non se ne conoscono le effettive dimensioni perchè, per ragioni di sicurezza, non è stato possibile indagare il perimetro nè rintracciare lo spessore dei muri ed il pavimento […] Le misure accertate ... fanno pensare ad un ambiente di ragguardevoli dimensioni […] Per quanto riguarda la cronologia si può affermare che la struttura è precedente al 1732, data dell’ultima sistemazione della chiesa e, probabilmente, la sua realizzazione si può collocare in un ampio arco cronologico compreso tra il XVI e XVII secolo». 29 Le analisi diagnostiche, allegate agli atti, hanno rilevato che «la malta prelevata dalle murature sommitali dell’ambiente ipogeo ubicato lungo la navata centrale, risulta molto simile alle malte delle murature fondiarie rinvenute all'interno della chiesa». La malta è composta, in tutti i campioni prelevati, da quarzo, rocce metamorfiche, cocciopesto e rocce carbonatiche. 30 Il perimetro individuato delimita le prime due colonne poste vicino l’ingresso della chiesa, escludendo le campate prossime all’entrata principale. Questa informazione trova riscontro nelle due arcate (inferiori in altezza rispetto a tutte le altre presenti nella chiesa) comprese tra il prospetto principale e le prime due colonne. Da ciò si ha un’altra conferma 23 che le tre campate anteriori furono aggiunte in un secondo tempo. Nelle prossimità dell’ingresso, il georadar ha inoltre individuato l’esistenza di altre strutture sepolte, forse da collegare a questo impianto. Durante il corso dei lavori è stato tentato il loro recupero, ma la profondità e i limiti economici del progetto ne hanno impedito il rinvenimento. Altre tracce dell’impianto seicentesco della struttura sono i due vani di passaggio murati siti nella navata laterale sinistra (occultati dagli apparati decorativi seguenti) e alcuni altari rinvenuti nel corso dei lavori (descritti più avanti). Le analisi georadar hanno inoltre ipotizzato l’esistenza di murature e di sepolture nel presbiterio e nelle tre navate della chiesa. I saggi volti alla ricerca di sepolture hanno rinvenuto solo pochi resti umani (da riferire a una persona morta in giovane età, come appurato dal dott. Antonello Calabrò) siti innanzi al quarto altare della navata laterale sinistra. Gli scavi effettuati al centro della navata centrale hanno consentito di identificare i corpi sepolti individuati dal georadar con pietrame di grosse dimensioni, forse coevo con le strutture seicentesche presenti nella chiesa. Il saggio effettuato nel presbiterio ha rinvenuto pochi resti di muratura in pietrame da riferire a un ipogeo. L’esigua consistenza delle strutture rinvenute ne ha scartato il recupero. Questo ipogeo è forse da identificare con quel «fosso nel coro» che fu occultato nel 1802 (si veda la ricevuta d’esito N.° 35, DOC. XXII). 24 3) Pavimentazione in cotto I saggi preliminari hanno consentito di poter recuperare sottolivello alcune formelle dell’antica pavimentazione della chiesa. I campioni più superficiali rinvenuti sono costituiti da formelle in graniglia di epoca recente, poste a circa 20 cm. di profondità31. Sotto questa quota, a circa 30 cm. di profondità, sono state recuperate in vari punti della struttura formelle settecentesche in cotto. I saggi eseguiti non hanno rinvenuto fino alla profondità di un metro altri campioni, nonostante sia stata individuata, a circa 45 cm. di profondità, una base piana livellata su cui presumibilmente si trovava un tempo adagiata altra pavimentazione. I campioni settecenteschi recuperati nella sagrestia sono costituiti da tozzetti esagonali in cotto, quelli recuperati nel corpo adibito a chiesa da formelle esagonali in cotto unite a tozzetti quadrati. Al fine di valorizzare la facies settecentesca della struttura (quella preminente), il pavimento originale rinvenuto è stato riprodotto fedelmente nella chiesa e nel corpo annesso32. 4) Restauro dell’apparato decorativo Il restauro dell’apparato artistico è stato realizzato secondo aspetti metodologici volti a recuperare in maniera strettamente filologico-conservativa le superfici plastico-decorative, i lapidei e gli affreschi presenti nella chiesa, riconducibili alle due fasi seicentesche e settecentesche della struttura. La prima categoria di lavori ha riguardato le superfici plastiche monocrome in stucco e gesso (presenti nel presbiterio, in alcuni altari e nel portalino di accesso all’ex sagrestia) e il recupero e l’integrazione sottolivello delle cornici decorative della navata centrale. I lavori eseguiti sugli stucchi e sugli altari monocromi (quelli della navata laterale sinistra e il primo e quarto della 31 32 Le formelle in graniglia si trovavano ubicate nel presbiterio e nella cappella laterale sinistra. Campioni di pavimento originale settecentesco sono stati collocati nell’ex sagrestia e nel piccolo vano di accesso alla torre campanaria (riscoperto durante i lavori). Le formelle esagonali in cotto, come da apposito verbale redatto dalla Soprintendenza di Messina e allegato agli atti, sono state rinvenute nell’ex sagrestia; quelle esagonali con tozzetti quadrati sono state recuperate nelle prossimità dell’ingresso principale, allo stesso livello della base di imposta della prima colonna sinistra (su cui è riportata la data 1732). Il nuovo pavimento è stato riprodotto e collocato seguendo fedelmente le caratteristiche e l’andamento superficiale (non regolare) di quello originale. 25 navata destra) hanno riguardato la rimozione di depositi superficiali e superfetazioni, l’integrazione sottolivello delle fessure previa stuccatura, il fissaggio di elementi deboli e decoesi e gli strati protettivi finali. Sulle loro superfici e sui relativi intonaci sono state rinvenute e mantenute tracce di cromie e decori applicati in epoca recente. Identiche lavorazioni sono state effettuate sulle decorazioni barocche sopravvissute (realizzate nel 1735)33, addossate al portale seicentesco in pietra di accesso all’ex sagrestia. 33 Questa data, insieme a quella presente sul capitello della prima colonna sinistra (1732), fornisce indizi sull’epoca in cui furono effettuati l’ultimo ingradimento planimetrico della chiesa e la realizzazione degli apparati decorativi barocchi. Sulla decorazione del portalino è stata inoltre rinvenuta la seguente iscrizione: «Myndamini qui fertis vasa Domini, Isaia cap. 52» (Purificatevi, voi che portate i vasi sacri del Signore. Isaia, capitolo 52). 26 Le parti sopravvissute delle cornici decorative in gesso della navata centrale sono state consolidate, previa stuccatura e fissaggio degli elementi deboli, e scialbate con latte di calce. Le loro lacune sono state ricostruite e integrate sottolivello al fine di mantenere intatte le originarie caratteristiche architettoniche. Una seconda categoria di lavori ha riguardato il restauro degli altari (stucco e gesso) su cui le analisi diagnostiche e i saggi avevano individuato tracce di cromie e foglia d'oro. Il primo intervento ha interessato il secondo altare della navata laterale destra, dedicato un tempo a San Pietro. Sotto strati di depositi superficiali e di coloriture in latte di calce sono state rinvenute gran parte delle originarie pitture policrome barocche, di notevole effetto decorativo. Al fine di recuperarle interamente sono stati previsti la loro pulitura (mediante impacchi con polpa di carta assorbente), il loro consolidamento e il reintegro sottotono delle lacune. L’effetto decorativo di quest’altare doveva essere un tempo di notevole impatto, poiché nei lavori di restauro sono stati riscontrati vari interventi volti a ridimensionarne il rilievo cromatico e a cancellarne per sempre alcune parti. 27 28 Un secondo intervento ha riguardato il restauro del quarto altare della navata laterale destra. La rimozione dei depositi superficiali ha messo in luce l’originale decorazione in foglia d’oro, applicata su tutta la sua superficie sommitale e in gran parte disgregata/alterata da rifacimenti successivi, costituiti da un pigmento color arancio. I lavori hanno altresì rinvenuto la presenza di due piedritti con la relativa arcata in marmo (dello spessore di 12 cm.) riproducenti decorazioni floreali, posti sopra l’originale superficie plastica (anch’essa in foglia d’oro). Tale applicazione sembra dovuta a un rifacimento dell’altare, dedicato nel tempo all’Immacolata e a San Biagio 34. Riferimenti in tal senso sono le stelle rinvenute nella nicchia (connesse all’Immacolata), e i simboli iconografici di San Biagio presenti in rilievo sull’altare (bastone e mitra)35. 34 Una foto di quest’altare, con inserita in esso una statua dell’Immacolata, fu riportata dal sacerdote Carmelo Biondo nel libro Chiese di Barcellona Pozzo di Gotto (Grafiche Scuderi, Messina, 1986, p. 112). Le «addorature» dell’altare di S. Biagio (molto simile a quello in stucco monocromo sito frontalmente nella navata laterale sinistra e intitolato in qualche periodo all’Immacolata) furono rifatte da Matteo Trovato intorno al 1902, come si riporta nel DOC. XXVI («La nuova statua di S. Biagio fu fatta per ordine dell'Arciprete De Francesco da Matteo Trovato del villaggio Sant'Antonio coi risparmi della festa ed altre contribuzioni nell'anno 1902. Dall'anno stesso si ripigliò l'uso della processione. Cogli stessi risparmi si è fatta la nuova addoratura dell'altare del Santo, eseguita dallo stesso Trovato»). 35 L’aumento della sezione orizzontale, ottenuta con il rivestimento in marmo, appare legato alla necessità di avere una base maggiore di appoggio per la statua. Anche altri altari della chiesa appaiono modificati e intitolati a vari santi nel corso dei secoli (sulle intitolazioni degli altari e sulle pratiche religiose esercitate nella chiesa si veda il DOC. XXVIII). 29 L’intero apparato decorativo originale, oggetto di un delicato intervento di pulitura, è stato consolidato (previa stuccatura e fissaggio degli elementi deboli) e reintegrato cromaticamente in piccole lacune. Particolare è stato il recupero dell’originale altare seicentesco sito nella cappella laterale sinistra (dedicata, nel suo ultimo rifacimento, al SS. Sacramento). Esso si presentava interamente occultato da una facies seguente che ne aveva snaturato le originali caratteristiche. La presenza di un ingrossamento murario nel relativo prospetto esterno è stato l’indizio che ha spinto ad eseguire un saggio, volto ad indagare la superficie verticale retrostante il tabernacolo e l’apparato decorativo marmoreo. Il saggio ha portato al rinvenimento di una nicchia decorata da pitture murali e sovrastata da una conchiglia in foglia d’oro36. Nella trabeazione e nelle lesene dell’altare sono stati inoltre recuperati alcuni decori in foglia d’oro (uniche parti rimanenti, insieme alla nicchia, dell’originale altare seicentesco), in gran parte disgregati/alterati da un pigmento color arancio, costituito da una base di biacca e olio di lino pigmentato con terra di Siena. Anche l’altare seicentesco, sito nella cappella laterale destra e intitolato a San Vito, ultimo patrono della chiesa, è stato interamente trasformato da analoghi interventi sette-ottocenteschi, che ne hanno alterato le originali caratteristiche. I lavori di restauro hanno fatto ritrovare tracce di due precedenti rifacimenti dell’altare, caratterizzati da pitture murali e da decori in foglia d’oro, disgregati negli interventi successivi dal pigmento color arancio. 36 Nella superficie emisferica della nicchia sono presenti delle piccole stelle, indizio di un’intitolazione dell’altare seicentesco alla Vergine Immacolata. L’arciprete Domenico Principato e il vicario Alberto Raimondi riportavano che anticamente nella chiesa era presente una cappella dedicata alla Beatissima Vergine cui era collegata la relativa reliquia donata dai giurati di Milazzo (DOC. XXI). Anche nelle stratificazioni più antiche dell’altare di San Vito sono state ritrovate tracce di stelle decorative. 30 Gli interventi sugli affreschi e sulle relative cornici decorative delle due cappelle hanno seguito le indicazioni fornite dalle analisi diagnostiche che avevano evidenziato la presenza di rifacimenti della cornice (costituita da una base di gesso e colla su cui era in origine applicata foglia d’oro, sostituita in seguito dal pigmento arancio), e tracce di ripristino del livello pittorico originale degli affreschi37. Gli interventi eseguiti sugli affreschi della cappela sinistra, attribuiti al sacerdote Antonino Vescosi (1744- 1824)38 e raffiguranti Melchisedech che spezza i pani per Abramo e Mosè che 37 L’arciprete pozzogottese Giuseppe De Luca, in alcune sue memorie manoscritte, riferiva di aver rinvenuto alcuni «Cenci di Carta vecchia», redatti «al 1789 sotto l’arciprete Principato», nei quali si riportava che in quell’anno «le due Cappelle del Santissimo e del Patrono» erano state «rifatte totalmente» e che erano stati «costruiti gli altari in marmo, addorati gli stucchi delle due volte» (BP, c. 61). 38 Il sacerdote Antonino Vescosi era nato nel 1744 da Filippo Vescosi e Caterina Leto. Fu tesoriero della chiesa di San Vito e autore di pregevoli opere nel barcellonese e in provincia di Messina. Nel 1807 viene citato per «aver pitturato due quadroni figurati nella cappella del patrono San Vito» della chiesa omonima, per cui ricevette un compenso di 8 once (Archivio Parrocchiale Santa Maria Assunta in Pozzo di Gotto, Libro d’esito della matrice chiesa di San Vito, anni 1748 – 1835). Nei primi del 1800 risultava intestatario di un censo enfiteutico, come si riporta nel foglio 121 della Giuliana della Matrice Chiesa di San Vito («Reverendo don Antonino Vescosi paga onze tre l'anno di censo enfiteutico sopra un luogo di vigne, celsi, ficare. Si leggono tre concessioni del fondo che possiede detto reverendo di Vescosi, di un luogo in questo territorio contrada Sambuca, seu sotto S. Vito, con due case terrane. Una in persona del quondam Pasquale Leto, avo materno del sudetto, onza una l'anno. La seconda di Maestro Octavio Valentino onza 1, e l'ultima in persona di Domenico Leto, come agl'atti di Notar Giovanni Battista Spataro lì 16 febraro 1729. In oggi confina … Pagavasi prima dal reverendo Don Giuseppe Leto, figlio di detto Pasquale, poi dal Dottor Filippo Vescosi, maritali nomine della Signora Caterina Vescosi e Leto, parenti di detto Reverendo Antonino»). Nel suo certificato di morte (RDD, anni 1816–1842, n.° 18 del 1824) così si riporta: «Sacerdos don Antoninus Vescosi, aetatis suae annis 80 circiter, omnibus sacramentis refectus, animam Deo reddidit; cuius corpus sepultum fuit in hac matrice. Praesente 31 istituisce i sacrifici, hanno riguardato il recupero dell’originale livello pittorico, alterato da aggiunte successive, e delle relative cornici decorative, mediante la loro pulitura, il consolidamento e la reintegrazione pittorica sottotono delle lacune. Gli affreschi presenti nella cappella laterale destra (realizzati anch’essi dal sacerdote Antonino Vescosi), si presentavano invece del tutto illeggibili e mancanti di ampie parti. ebdomadario sacerdote don Pietro Cortese, anno Domini 1824, die duodecima februarii» (Il sacerdote don Antonino Vescosi, di circa 80 anni di età, assistito con tutti i sacramenti, rese l'anima a Dio; il suo corpo fu sepolto in questa chiesa madre. Presente il sacerdote settimanale don Pietro Cortese, giorno 12 febbraio dell'anno del Signore 1824). Per altre informazioni su Antonino Vescosi si vedano i DOC. XXVII e XXVIII. 32 In modo particolare l’affresco sito a sinistra dell’altare di San Vito risulta realizzato in epoca recente, forse a imitazione di quello più antico eseguito dal Vescosi39. Gli interventi effettuati hanno riguardato il recupero dei livelli pittorici sopravvissuti e delle relative cornici decorative, mediante la loro pulitura, il consolidamento e la reintegrazione delle lacune. Gli altri interventi realizzati a completamento dei lavori sono stati: - L’integrazione dell’intonaco mancante; - Il consolidamento delle poche tracce d’intonaco antico rinvenuto nelle cappelle laterali; - La pulitura degli altari in pietra (calcarenite) siti nelle navate laterali; - La pulitura dell’apparato decorativo marmoreo (volta a rimuovere le incrostazioni e le stratificazioni superficiali)40; - La pulitura delle superfici in pietra; - La realizzazione dei servizi nel corpo annesso all’ex sagrestia; - La realizzazione ex novo dell’impianto elettrico, idrico e d’allarme; - Il restauro conservativo degli infissi di legno esistenti; - Il recupero delle pitture policrome presenti nelle paraste del presbiterio; - La realizzazione degli infissi mancanti; - Le tinteggiature interne, che riprendono l’analogo e unico colore di epoca recente rinvenuto nel monumento. I lavori effettuati nell’ex chiesa di San Vito e qui descritti in maniera sintetica, costituiscono una 39 I pigmenti che costituiscono questo affresco e il suo fondo risultano costituiti da materiali di uso recente. I rimandi culturali e stilistici di quest’opera, inoltre, non si ritrovano negli altri affreschi realizzati nella chiesa dal Vescosi. Le caratteristiche stilistiche sembrano richiamare la stessa mano che ha affrescato i tondi presenti nel quarto altare della navata laterale sinistra. 40 L’apparato lapideo della chiesa risulta oggetto di vari rifacimenti e integrazioni. Alcune colonne portanti presentano differenze nei capitelli, indizi che riconducono a modifiche dell’impianto planimetrico della chiesa. Sull’apparato marmoreo (parte del quale fu realizzato da Giuseppe Rossitto, figlio dello storico locale Filippo) si notano tracce di modifiche e aggiunte. Anche sui due altari lapidei delle navate laterali sono stati rinvenuti vari rifacimenti e tracce di pigmenti. 33 prima fase d’interventi strettamente urgenti e necessari atti a valorizzare e preservare una delle più antiche chiese del comune di Barcellona Pozzo di Gotto, oggetto per molti anni d’incuria e abbandono41. Le opere realizzate, nei limiti delle somme economiche a disposizione42, vogliono anche offrire un contributo per la riscoperta dell’identità storico-architettonica di questo importante monumento barcellonese, che si ripresenta nel gradevole connubio tra barocco, pitture policrome e pietra calcarea che fu generato dalla simbiosi tra la facies seicentesca e quella settecentesca della struttura e che era stato disperso negli ultimi due secoli. 41 Sono oltremodo urgenti il recupero dei corpi di fabbrica annessi siti nel vicolo San Vito (realizzati nel 1802), interventi nei prospetti della chiesa (oggetto di umidità che minaccia di intaccare i lavori interni effettuati) e la manutenzione della copertura (realizzata dalla Soprintendenza ai BB.CC.AA. di Messina nel biennio 1993-1994). Dopo la consegna della chiesa a seguito della fine dei lavori (29 aprile 2010), come riportato negli elaborati e nei repertori fotografici depositati (inerenti lo stato dell’immobile al momento della consegna), l’Amministrazione Comunale ha ritenuto opportuno realizzare sulla pavimentazione altri interventi esclusi dal presente progetto. 42 I dati di riferimento del progetto sono i seguenti. OGGETTO: Lavori di completamento e recupero del patrimonio storico-artistico dell’Auditorium di San Vito nel Comune di Barcellona Pozzo di Gotto COMMITTENTE: Amministrazione Comunale di Barcellona Pozzo di Gotto FINANZIAMENTO: Ministero dell’Economia e delle Finanze (€ 400.000,00), Amministrazione Comunale di Barcellona Pozzo di Gotto (€ 68.000,00) PROGETTAZIONE E DIREZIONE LAVORI: Arch. Filippo Imbesi COLLABORATORE: Geom. Imbesi Salvatore RECUPERO E CONSOLIDAMENTO RESTI UMANI: Dott. Antonello Calabrò IMPIANTI TECNOLOGICI: Ing. Domenico Bucca RESPONSABILE DELLA SICUREZZA IN FASE DI PROGETTAZIONE ED ESECUZIONE DEI LAVORI: Arch. Michele Anastasi RESPONSABILE DEL PROCEDIMENTO: Ing. Orazio Mazzeo UFFICIO STAFF DEL SINDACO: Ing. Giovanni Maimone ANALISI DIAGNOSTICHE E GEORADAR: Siram srl SAGGI: Marianna Saporito restauri IMPRESE ESECUTRICI: Castelco Società Cooperativa, Geraci restauri srl, Cristaudo Angelo, Calvagna Giovanni. RICERCHE STORICHE: Arch. Filippo Imbesi DATA INIZIO LAVORI: 31 marzo 2008 DATA FINE LAVORI: 29 aprile 2010 34 PLANIMETRIA CON INDICATI GLI ELEMENTI STORICO-ARCHITETTONICI RINVENUTI A SEGUITO DEI LAVORI DI RECUPERO * Nella legenda sono riportati solo gli altari di cui è ancora oggi leggibile l’intitolazione. Nella chiesa di San Vito, dal XVII secolo in poi, come risulta dai documenti consultati, furono presenti una cappella intitolata alla Beatissima Vergine e altari dedicati al Santissimo Rosario, a Santa Maria dell'Idria, a San Liberale, alla Santissima Annunciata, a San Nicolò, a S. Luigi, a San Marco e a Santa Lucia (si vedano i DOC. XXI e XXVIII). La tradizione locale ha inoltre attribuito agli altari della chiesa numerose intitolazioni dovute alla variabile presenza in essi di tele o statue dedicate a vari Santi. 35 APPENDICE I REPERTORIO FOTOGRAFICO 36 37 38 39 40 41 42 43 44 45 46 47 APPENDICE II DOCUMENTI I 19 gennaio 1571, Messina L’ARCIVESCOVO GIOVANNI RETANA, REVOCANDO LE LETTERE OTTENUTE DALL’ARCIVESCOVO DI MILAZZO, CONSENTE AI PROCURATORI DELLA CHIESA DI SAN VITO DI NOMINARE IL CAPPELLANO (LM, c. 23v-24v) Don Joannes Retana Dei et apostolice sedis gratia archiepiscopus messanensis regiusque consiliarius venerabili archiepiscopo terre Milatii nostre diocesis, salutem in Domino sempiterno. Quia per magnam curiam nostram archiepiscopalem nobilis civitatis Messane servatis servandis fuit lata interloqutoria tenoris sequentis videlicet. Die 18 ianuarii XIIII indictionis 1571. De facto Joannis Pauli Myano, Theodori Visalli et consules procuratores ecclesie Sancti Viti positi in rure Putei de Gotto petentium contra venerabilem presbiterum Antonium Valenti quod asserte littere obtente ad instantiam dicti venerabilis de Valenti date in Archiepiscopali Palatio die 22 septembris XIIIIe indictionis 1570 revocentur ipsique procuratores iconomi dicte ecclesie manuteneantur in eorum bonu statu et dignitate mittendi a dicta ecclesia et in ea ponendi quemdamque cappellanum et presbiteros ad ibi sollepnia et sacramenta ministrandi ad eorum libitum voluntatis prout hactenus ac tempore quo memoria hominum in contrarium non existitit usi fuerunt rationibus, juribus et causis in effectu et scripturis dictorum procuratorum iconomorum dicte ecclesie contentis et apprestatis et aliis in voce allegatis, provisum est per nos don Franciscum Marullo, apostolicum prothonotarium canonicum maijoris messanensis ecclesiae ac vicarium generalem dicti illustrissimi et reverendissimi domini archiepiscopi messanensis, cum voto et consilio expensis dicti de Rao assessoris ordinarii Curie predicte quod revocentur littere expensis hinc inde compensatis ex actis Magne Curie Archiepiscopalis Messane. Extracta est die 19 ianuarii XIIIIe indictionis 1571. Collectione Salva. Marianus Palius pro magistro notario. Propterea presentium tenore vobis dicimus, committimus et mandamus quatenus preinsertam interloqutoriam iuxta eius seriem, continentiam et tenorem servatis servandis nominibus predictis exequi, compleri et observari faciatis et debeatis et non secus agatis sub pena unciarum triginta Cammere nostre archiepiscopalis applicanda et excommunicationis. Datum in nobilis civitatis Messane in Archiepiscopali Palatio die 19 ianuarii 1571. L’archiepiscopus di Messina, videlicet Franciscus Rao. 48 II 7 aprile 1572 GIOVANNI DE PALADINIS, AGOSTINO BARRELLO E GIROLAMO DE ARCA, GIURATI DELL'UNIVERSITÀ DELLE TERRE DI MILAZZO, CONCEDONO A FRANCISCHELLO CAMBRIA E PIETRO COPPOLINO (PROCURATORI DELLA CHIESA DI SAN VITO) UN APPEZZAMENTO DI VENTI TUMULI DI TERRE SITO NEL TERRITORIO DI POZZO DI GOTTO (GSV, cc. 17v-18r). Die septimo aprilis, X indictione 1572. Magnifici Joannes de Paladinis, Augustinus Barrello et Hieronymus de Arca, tres ex iuratis Universitatis terrae Milatii, praesentis cogniti, juraverunt nomine Universitatis praedictae pro augmento et beneficio praedictae universitatis emphiteuticaverunt, et emphiteucant pro annuos census perpetuos tarenorum trium, dederunt et dant, concesserunt et concedunt Francischello Cambria et Petro Coppolino uti procuratoribus ecclesiae Sancti Viti ruris Putei de Gotho territorii Milatii, presentibus et stipulantibus iuratorio nomine praedicto pro ecclesiae beneficio quoddam pezzium terrae tuminorum viginti circiter longitudinis videlicet di tramontana a mezzo giorno et largitudinis da una via all'altra confinante con possessione Laurentii Giunta et aliis si qui sunt confines pro edificatione domus et aliis commodis tutibus pro beneficio praedictae ecclesiae liberum, et cetera, constituentes de preclaris, et cetera, perpetuum in possessionem posuerunt ad habendum. Et hoc sub annua prestatione emphiteutica solutione praedictorum tarenorum trium quolibet anno solvere praedicte universitati Milatii a decima quinta die mensis augusti proximi venturi ex nunc in anthea per eos, et cetera, ipsis magnificis iuratorio nomine supradictum petium terrae ut supra concessum legitime defendere iuratorio nomine et hoc sub omnibus illis pactis, condictionibus, clausulis, obligationibus, et aliis contentis et declaratis, et solitis apponere in contractibus emphiteuticis, et cum aliis non appositi intelligantur apposita et prenunciata fuissent costituentes et que omnia. Ex actis mei notarii Innocentii de Capharelli regii publici43. 43 Traduzione. Giorno sette aprile, decima indizione 1572. I magnifici Giovanni de Paladinis, Agostino Barrello e Girolamo de Arca, tre giurati dell'Università delle terre di Milazzo, conosciuti di persona, giurarono in nome dell'Università predetta che, per aumento e beneficio della predetta Università, per i censi annuali perpetui di tre tareni, concessero in enfiteusi e concedono in enfiteusi, diedero e danno, concessero e concedono a Francischello Cambria e Pietro Coppolino, nella qualità di procuratori della chiesa di San Vito della campagna di Pozzo di Gotto del territorio di Milazzo, presenti e stipulanti nel predetto nome giuratorio, per beneficio della chiesa, un certo pezzo di terre di circa venti tumuli di lunghezza, cioè da tramontana (nord) a mezzo giorno (sud), da una via all'altra, confinante con la proprietà di Lorenzo Giunta e con altri, che sono confini per la costruzione dell'abitazione e per altre utilità certe a beneficio della predetta chiesa libero, eccetera, stabilite con chiarezza, eccetera, per sempre ordinarono di avere in possesso. E ciò sotto l'annua prestazione enfiteutica con il pagamento dei tre predetti tareni in ciascun anno, da devolvere da ora in avanti alla predetta Università di Milazzo, a partire dal quindicesimo giorno del mese di agosto prossimo venturo, per mezzo di essi, eccetera, per gli stessi magnifici nel nome giuratorio il sopradettto pezzo di terre, come sopra concesso, di difendere legittimamente nel nome giuratorio e ciò sotto tutti gli stessi patti, condizioni, clausole, obbligazioni e sotto gli altri (patti) contenuti e dichiarati e che sono soliti essere inseriti nei contratti 49 III 20 dicembre 1573 FRANCESCO ROMANO, GIOVANNI GIACOMO DE AMICO, ANTONIO GIACOMO FLACCUMIO E GIOVANNI DE RAO, GIURATI DELL'UNIVERSITÀ DELLE TERRE DI MILAZZO, CONCEDONO ALLA CHIESA DI SAN VITO UN APPEZZAMENTO DI TERRE DELLA LUNGHEZZA DI 45 PALMI SITE NEL TERRITORIO DI POZZO DI GOTTO (GSV, c. 17v)44. Die vigesima decembris, VII indictione 1573. Magnifici domini Franciscus Romanus, Joannes Jacobus de Amico, Antonius Jacobus Flaccumio et Joannes de Rao, iurati anni praesentis huniversitatis Milatii, iuratorio dicto nomine intervenientes ad haec, praesentes mihi notario cogniti per eos, et cetera, ad emphiteusim perpetuum et infinitum dederunt et addiderunt et habere licere concesserunt et concedunt ecclesiae Sancti Viti ruris Puthei de Goto terrae Milatii, et dicta ecclesia ab parte me notario stipulante et recipiente quoddam spatium terreni in dicto territorio Puthei de Goto consistens longitudinis palmarum 45, quadraginta quinque, incipiendo a sepe Leonardi de Lione ex parte septentrionalis, eundo versus dictum rus, et latitudinis siccomi nesci la terra seu possessione di detto di Lione, andandu a fruntari con terra di Cola Junta, bene verum che si aggia e deggia lassari palmi setti di largu per ragiuni di entrata in mezzo di detto di Junta, et ditti terri di detta chiesa e di la carcara, et pi concludire cum iuribus suis omnibus et liberum et absque canone census perpetui. Unde. Testes. Ex actis meis notarii Joannis Bernardi Carbuni regii publici45. enfiteutici, e con le altre cose non si comprenda di apporre aggiunte, bensì le cose predette che sono state stabilite e anche tutte. Dagli atti di me notaio regio pubblico Innocenzo de Cafarelli. Un’altra copia di questo documento è contenuta nel Libro Magno (LM, c. 127). 44 La formula et cetera (eccetera), presente nei DOC. II e III, indica parti di testo mancante che non furono copiate nella Giuliana (ma che sicuramente non dovevano avere grande importanza). Questi due documenti, inoltre, forniscono le più antiche informazioni conosciute sull’ex chiesa di San Vito. Essi furono trascritti in un volume dal titolo Giuliana della Matrice Chiesa di San Vito, iniziato a compilare dall’arciprete Domenico Principato e dal vicario Alberto Raimondi agli inizi del XIX secolo. L’arciprete Principato, nella prefazione della Giuliana, precisava di avere raccolto in essa «quelle scritture che sono scappate dal tempo consumatore di quanto l'antichità ci ha potuto riservare, e molti di tali preziosi documenti sono stati consunti in un incendio sofferto, per quanto la tradizione ci assicura, nel secolo XVII quando, bruciate per imperizia le sepolture, arsero cò nobbili le scritture nella chiesa e sagrestia. Altre scritture nelli terremuoti delli 5 febraio 1783 con acque immantinenti seguite, diroccata la sagrestia, perirono e così involarono le non indifferenti fatighe del Procuratore Reverendo Don Angelo Cambria che li aveva ridotto in volumi undeci col ristretto delle stesse che tuttora si vede». Per questi motivi, volendo «avviare qualunque sinistro che le ingiustizie dei tempi possono indurre», l’arciprete Domenico Principato pensò di «riparare gli avanzi delle scritture collo spaccio» della Giuliana, nella quale «si fissa il patrimonio della Chiesa Madre con dare nuova luce alle tenebre dell'antichità, procurando con fatighe non indifferenti di occorrere alla versuzia degli avidi debitori che studiasi di sottrarsi al pagamento dei Censi, e di sistemare cò documenti propri le volontà dei Testatori pietosi». 45 Traduzione. Nel giorno ventesimo di dicembre, nella settima indizione 1573. I magnifici signori Francesco Romano, Giovanni Giacomo de Amico, Antonio Giacomo Flaccumio e Giovanni de Rao, giurati nell'anno presente dell'Università di Milazzo, intervenuti nel detto nome giuratorio a questo (atto), conosciuti da me notaio i presenti, tramite essi, eccetera, in enfiteusi perpetua e per sempre, diedero e aggiunsero e concedettero di porre in vendita e concedono alla chiesa di San Vito della campagna di Pozzo di Gotto della terra di Milazzo, e a favore della detta chiesa per mezzo di me notaio stipulante e accogliente, un certo spazio di terreno nel detto territorio di Pozzo di Gotto 50 COPIE DEI DOC. II e III CONTENUTI NELLA GIULIANA DELLA MATRICE CHIESA DI SAN VITO (GSV, c 17v). consistente nella lunghezza di 45 palmi, iniziando dalla siepe di Leonardo De Lione dalla parte settentrionale (nord), andando verso la detta campagna, e di larghezza siccomi nesci la terra seu possessione di detto di Lione, andandu a fruntari con terra di Cola Junta, giustamente in realtà che si aggia e deggia lassari palmi setti di largu per ragiuni di entrata in mezzo di detto di Junta e ditti terri di detta chiesa e di la carcara, e pi concludire con tutti i suoi diritti e libero e senza canone del censo perpetuo e da qualunque luogo. I testimoni. Dagli atti di me notaio regio pubblico Giovanni Bernardo Carbuni. 51 IV 11 dicembre 1584, Pozzo di Gotto IL VICARIO GENERALE GIUSEPPE CIRINO COMANDA AL CAPPELLANO DEL CASALE DI POZZO DI GOTTO DI FARE UNA LISTA DELLE PERSONE CHE SI CONFESSERANNO E DI RISPETTARE LE FESTE COMANDATE (LM, c. 15v). Si ordina, provede, comanda al venerabile cappellano dello casali di Puzzo di Gotto presenti or chi pro tempore sarra, che di ocqua innanti habiano di scrivere, tenere notamento et lista di quelli anime che si confessiranno et comunicheranno in detto casale, accio se possa conoscire le pecorelle smarrite che non se haveranno confessati, et comunicasi ogni anno conforme al precetto della santa madre ecclesia, et ogni anno darne adviso del tutto per servitio di nostro Signore Idio et salute delle anime, et anco ve damo auctorità, potestà de possere havere cura de fare observare le feste comandati et ordinasi observari per il calendario, et contare quelli contra veniranno di farsi spignioari di questo casali di Puzzo di Gotto per tutta la fiomara de Santo Basili. Datum in rure Puzzi de Gotto die XI° decembris XIIIe indictionis 1584. Giuseppe Cirino, vicarius generalis Cesar de Parisio, magister notarius V 20 agosto 1585, Messina L’ARCIVESCOVO DI MESSINA CONFERISCE A GIUSEPPE MAMUNI, CAPPELLANO DELLA CHIESA DI SAN VITO, LA FACOLTÀ DI AMMINISTRARE IN ESSA I SACRAMENTI (LM, c. 21r)46. Venerabile preti Gioseppe Mamuni, Cappellano della ecclesia di Santo Vito di Puzzo Di Gotto, per tenor della presente vi damo licenzia et facoltà che nella detta ecclesia possiati ministrare tutti sacramenti per la saluti delli animi delli habitatori di detto loco et eccesiastica sepultura, incarricandovi la conscientia che vogliati stare vigilanti et advisare quancto occurre per extirpatione di vitij et peccati a Gloria di Nostro Signore Jesù Christo, ordinando per la presente a tutti et singuli reverendi arcipreti et altri personi spirituali della nostra diocese, sotto pena di scomunica, che nell’executione della presente non vi deggiano inpedire ne molestare. 46 Di questo documento esiste un’altra copia pressochè simile, che fu inserita nel retro dell’introduzione del Libro Magno. La sua trascrizione è la seguente: «Licentia data per l’archivescovo al cappellano di potere administrare li sacramenti. Venerabile prete Giuseppe Mamuni, cappellano dell’ecclesia di Santo Vito di Puzzo De Gotto, per tenor di la presente vi damo licinzia, aucthorità et facultà che nella detta ecclesia poziati administrare tutti li sacramenti per salute dell’anime dell’habitatori di detto loco et eccesiastica sepultura, incarricandovi la conscientia de vogliate stare vigilante et advisare quanto occorre per extirpatione di vitij et peccati à Gloria di Nostro Signore Jesù Christo, ordinando per la presente a tutti et singuli reverendi archipreti et altri personi spirituali della nostra diocesi, sotto pena di scomunica, che nell’exequutione della presente non vi deggiano impedire ne molestare. Datum Messane die XX° augusti XIIIe Indictionis 1585. Archiepiscopus Messane. Hieronimus Vitali, magister notarius» (LM, introduzione). 52 Datum Messane XX augusti XIIIe indictionis 1585. Archiepiscopus Messane. Hieronimus, Vitali magister notarius VI 22 aprile 1596, Messina IL VICARIO GENERALE DI MESSINA ORDINA ALL’ARCIPRETE DI MILAZZO DI NON INTROMETTERSI NELLA GIURISDIZIONE ECCLESIASTICA DELLA CHIESA DI SAN VITO (LM, c. 21v). Reverendo nostro carissimo, perchè semo informati che li giorni passati vi havete conferuto nello casali di Puzzo di Gotto et visitato la ecclesia di Santo Vito, in quello existenti, con fare repertorio seu inventario di alconi giocalj et robbi di quella senza ordine nostro, del che vi restamo maravigliati perché non convenia allo offitio vostro et usato iurisdictioni a noi spettante, perciò in virtù di questa vi dicimo, commettimo et expresse comandamo che incontro niuno vi vogliati intromettiri nè impedire di reconoxere detta ecclesia, et le iurisditione de quella trasgressere, come è et ha stato ab initio subdita a la iurisdictione del ordinario di questa città, perchè altramente facendo il contrario procediremo contra di voi come si convene ma pretendendo sopra questo alcona cosa o pretensione comparireti innanti noi che ci farremo complimento di iuxtitia et cossì exequireti et non altrimente sub penas di scomunica et di onze 50 applicanda al fisco archiepiscopali. Datum Messane die XXII abrilis Xe indictionis 1596. Joseph Cirino, vicarius generalis Al archipreti di Melazzo VII 19 dicembre 1596, Palermo A SEGUITO DI UNA VISITA DELL’ARCIPRETE DI MILAZZO CHE AVEVA ESEGUITO INVENTARI NELLA CHIESA DI SAN VITO, IL GIUDICE DEL TRIBUNALE DELLA REGIA MONARCHIA, SU RICHIESTA DEI PROCURATORI DEL CASALE DI POZZO DI GOTTO, ORDINA CHE LA CHIESA DI SAN VITO SIA MANTENUTA SOTTO LA GIURISDIZIONE DELL’ARCIVESCOVO DI MESSINA (LM, cc. 19v-20r). Nos Don Franciscus Gisso […] judex ordinarius tribunalis Regie Monarchie in hoc Sicile regno […] simo stati supplicati et per noi provisto del tenor seguente videlicet. Reverendissimo signor iudice della Regia Monarchia in questo regno di Sicilia, don Carlo Vintimiglia Presti, Gieronimo Freni et clerico Augustino Campanella, procuratorii instructi da lo 53 casali di Puzzo di Gotto existenti in la persona di Melazzo, in virtù di loro procura stipulata in ditto casali di Puzzo di Gotto per gli acti di notari Manfrè Rossello a li 21 di ottobre passato, dicino a vostra signoria reverendissima, qualmenti di chi non vi è memoria di homo in contrario, sempri detto casali et la ecclesia parrochiali di Santo Vito existenti in ditto casali è stato subdito alla iurisdictioni dello illustrissimo et reverendissimo signor archivescovo di Messina et soi vicarii, tanto in sede plena quanto in sede vacante, essendo li cappellani di detta ecclesia et li genti di detto casali sottoposti alla iurisdictione et comandamenti di detti reverendissimi archiepiscopi et vicarij. Ora dinovo lo archipreti della terra di Melazo, con lo aiuto et favore delli giorati di detta terra, armata mano et senza nexun respetto, ha voluto visitari la detta ecclesia parrochiali di Santo Vito con fari repertorij et inventarij di li beni di detta ecclesia, asserendo esseri sugetta ditta ecclesia al archipreti di Melazo, del chi sini hebi recurso a lo reverendo vicario generali della nobile città di Messina, sede vacante, querelandosi contro detto archipreti di questa violentia che si era stata fatta, da lo quali signor vicario sini ottenniro lectere iustificate sospendendo et annotando la visita et inventarij facti per ditto archipreti, anzi reprendendolo di quanto havia proceduto come di tutto appare per letteri emanati da la Gran Corte Archiepicopali della nobile città di Messina dirette al detto archipreti di Melazo sotto il di 22 di ottobre passato, copia della quale con lo incluso memoriale si manda. Pertancto li exponenti supplicano vostra signoria illustrissima, come iudice ordinario della Regia Monarchia in questo regno di Sicilia, per sua risposta, che voglia ordinare che si fazzino littere penali dirette a detto archipreti di Melazo et giorati et a qualsivoglia altro officiale, tancto spirituali quancto temporali, di qualsivoglia stato et condictione, che vogliano manuteniri li detti gencti et cappellani di detta ecclesia di Santo Vito di detto casali di Puzzo di Gotto, ordinando solamente che sia conoxiuto per lo detto vicario generali della città di Messina, come suo ordinario et altri vicarij che pro tempore sarrano come soi ordinarij, con quelli peni che vostra signoria reverendissima pariranno, che ultra sarrà di iustitia li exponenti lo acceptiranno a gratia particolare de la mano di vostra signoria reverendissima et ita supplicant. Panormi die XVIIII° decembris Xe indictionis 1596. Fiant littere quod manuteneatur in ea possessione in qua ad presens est. Franciscus Gissus, per expositioni della quale vostra preinserta provista, vi dicimo, comettimo et expresse comandamo che a li detti don Carlo Ventimiglia et consules li vogliati ed dobeati manuteneri, et per cui sarrà di bisogno li farreti manuteneri nella sua quieta et pacifica possessione nella quali si retrovano al presenti delli cosi conventi nello supradetto memoriale, che noi in virtù delli presenti ci lo manutenimo et defendimo et volemo siano manutenuti et defenduti in ditta loro possesione in la quale al presente stanno, et premissa cum effectu exequamini pro quancto gratia 54 regia vobis cara est, et quibus pena imponi potest sub pena florenorum mille fisco Regie Monarchie applicanda. Datum Panhormi XVIIII° decembris 1596. Don Franciscus Gisso iudex. Franciscus Rubino magister notarius VIII 4 febbraio 1597, Messina IL VICARIO GENERALE FEDERICO PORTIO, A SEGUITO DI UNA DISPOSIZIONE DEL TRIBUNALE DELLA REGIA MONARCHIA, ORDINA CHE LA CHIESA DI SAN VITO SIA VISITATA ED INVENTARIATA SOLO DALLA MENSA ARCIVESCOVILE DI MESSINA (LM, cc. 17r-19v). Nos don Federicus Portio, apostolicus prothonotarius et canonicus metropolitane messanensis ecclesie et in spiritualibus et temporalibus, vicarius generalis, sede vacante, universis et singulis archipresbiteris eorumque locumtenentibus et aliis presbiteris et personis ecclesiasticis ceterisque officialibus spiritualibus, temporalibus totius nostre messanensis diocesis et presentia magnifico cappellano et aliis officialibus Putei de Gotto messanensis diocesis, presentibus et futuris cui vel quibus presentes pervenerint seu quomolibet presentate fuerunt, salutem in Domino sempriterno. Perchè don Carlo Ventimiglia Presti, Gieronimo Freni et clerico Augostino Campanella, come procuratori del casali di Puzzo di Gotto di detta nostra diocese, con suplicationi hanno fatto intendere alla Regia Monarchia et appresso a quella querelatosi contra lo archiprete di Melazzo et altri complici quali, violentiamenti et armata mano et senza rispettu alcuno, ha visitato la parrochiali ecclesia di detto casali, facendo repertorii et inventarii di essa ecclesia, non toccando nè spettando a detto archiprete far detta visita, poichè ab antiquo la detta ecclesia sempre fu sugetta et sotto la protettioni de la mensa archiepiscopali di questa nobile città di Messina, si come è chiaro et manifesto a tutti, per li quali agravii si abbia recorso a detta Regia Monarchia, ultra di havere ottenuto bandi, acti, lectere in favore di essa eccesia, che havesse ordinato per sue lectere che detta ecclesia sia manutenuta nella midesima posessioni nella quale ha stato, che sia al presenti si retrova, si non essere conoxiuta nè visitata da altra persona eccetto dalli reverendissimi archivescovi di detta città di Messina et soi vicarii come iudici ordinano, sopra della quale supplicationi fu provisto fiant littere quod manuteneatur in possessione in qua ad presens est, sì come per lectere ad loro instantia obtenute da detta Regia Monarchia appare. Datum in urbe Panhormi XVIII° decembris Xe indictionis 1596. 55 In virtù delle quali lettere vi dicimo, ordinamo et comandamo expresse che a la detta ecclesia di Santo Vito, parrocchiali ecclesia di detto casali di Puzzo di Gotto, et a li detti don Carlo Ventimiglia et consules li vogliati et debbiati manutenere et far manutenere per cui sarrà di bisogno nella sua quieta et pacifica possessione nella quali si retrovano al presente, di non permettere nè far mettere che detta parrochiali ecclesia di Santo Vito di detto casali sia conoxiuta nè visitata da altra persona eccetto da la nostra mensa archiepiscopale di questa nobile Città di Messina, come seco ordinamo sotto le pene contenute in dette lectere di essa Regia Monarchia, eseguendo li cosi premissi sotto pena di onze cento fisco et Camere nostre archiepiscopali Messane applicanda. Datum in nobilis civitatis Messane die IIII° febrarii Xe Indictionis 1597. Don Federicus Portio vicarius generalis IX 21 marzo 1607, Pozzo di Gotto PROCESSIONI CONCESSE NEL CASALE DI POZZO DI GOTTO DALL’ARCIVESCOVO DI MESSINA (LM, c. 24v). La processione del Santissimo Sacramento con l’ottava con la vara Santo Placito con la vara Santo Marco con la vara Santo Brase con la vara Le processioni fra l’anno Le rogationi Santo Marco Il Venerdì Santo La dominica di palme Ogni terza dominica Alli 4 di augusti il festo di Santo Placito Die 21 martii Ve indictionis 1607 In rure Putei de Gotto in discurso visitationis illustrissimi et reverendissimi procuratoris domini et archiepiscopi messanensis conceditis fieri omnes supradictas processiones modo quo supra usque cum beneplacito eiusdem illustrissimi domini. Franciscus Camiola magister notarius 56 X 25 giugno 1613, Messina L’ARCIVESCOVO DI MESSINA ORDINA DI MANTENERE LA CHIESA DI SAN VITO INDIPENDENTE DALL’AMMINISTRAZIONE DELL’ARCIPRETE DI MILAZZO, COME DA SENTENZE E ORDINI EMANATI IN PRECEDENZA (LM, cc. 15v-16v) Reverendo nostro carissimo semo stati supplicati del tenor seguente, videlicet. Illustrissimo et reverendissimo monsignore archivescovo di questa città, li mastri rectori et procuratori della maggiore ecclesia parrocchiale del casale di Puzzo di Gotto, sotto titulo di Santo Vito, dicino a vostra signoria illustrissima et reverendissima che da che non vi è memoria di homo in contrario, sempre et continuatis temporibus, la cura di detta ecclesia ha spettato et spetta a vostra signoria illustrissima et reverendissima et suo vicario generale et visitatore, et mai in quella si ha ingeruto archiprete della terra di Melazzo, non essendo cosa nè giuridittione a lui in modo alcuno competente, anzi vi sonno lettere della Regia Monarchia dirette al signor achiprete di detta terra che sotto pene ardosissime non debba in ciò in modo alcuno ingerire, come per quelle chiaramente appare, date in lo tribunale della Regia Monarchia die etc, et cossì sempre si have observato et continuato, come per più et più decisioni et sentenze date in questa nostra Gran Corte Arcivescovile appare, et per lettere observatoriali diverse delli prelati antecessori di vostra signoria illustrissima, date in la detta Gran Corte die etc, per ordini expressi brevi et scripturi apostolici continenti l’istesso, date in Roma et esecuti in regno etc, et poichè il detto archiprete, senza sorte di raggione ne giustizia alcuna, pretendi usurparsi quello che ad esso non tocca, et è sola iurisdictione di vostra signoria illustrissima et soi visitatori, la supplicano humilmente resti servita ordinare et comandare che non habbia nè debbia intrometterse in questo e che l’opponenti siano tenuti nella quieta, pacifica et in memorabile posessione nella quale sempre hanno stato et stanno, conforme l’ordini di vostra signoria illustrissima et della Santa Sede apostolica che, ultra di esser di giustizia, essi exponenti li riceveranno a gratia particolare et ita supplicant ut altissimus. Die 25 junii XIe indictionis 1613. Fatta relactione per ditta sua signoria illustrissima et reverendissima dominatio, providet et mandat quod fiant littere prout convenit. Per executione della quale provista vi dicimo et ordinamo che all’esponenti vogliate et debbiate manutenenere nella quieta et pacifica possessione nella quale si retrova, non innovando cosa alcuna, rendendovi in omnibus et per omnia conforme all’ordinattioni et sentenze datevi per questa Gran Corte et nostri predicessori et della Santa Sede apostolica, dello istesso et manera come se fossero da noi ad etc, inclusive et inserute nella presenti, et si detto arciprete pretende cosa in contrario qui innacti noi et questa nostra Gran Corte Archivescovale et che li sarra fatto complimento di iustitia et cossi exequirete et farrete, per cui spetta puntualmente 57 eseguire sotto pena di onze cinquancta fisco etc, et di scomunica in subditu, che noi intorno a ciò ve ne damo ogni auctorità necessaria. In Messina li 25 di iunio XIe indictionis 1613 […] Pietro archivescovo di Messina XI 5 luglio, Messina 1613 L’ARCIVESCOVO DI MESSINA ORDINA DI NON ARRECARE DANNO A GIUSEPPE COPPOLINO (COMMISSARIO DELEGATO NEL CASALE DI POZZO DI GOTTO), PERSEGUITATO DAI GIURATI DI MILAZZO (LM, cc. 16r-17r) Reverendo nostro carissimo, Giuseppe Coppolino, nostro commissario nel casale di Puzzo di Gotto, è comparso innanti noi et expostoci che, per havere conforme al debito del officio suo servito nella cattura di diverse informazioni nel offitio del delegato da noi deputato in detto casale, et in diversi altri exercitij per l’administractione della iustitia al suo offitio spettanti, per lo che è stato preso in odio da molti che sonno stati perseguiti et dalli parenti di quelli li quali come odiosi hanno procurato tuttavia per mezzo delli giorati della terra di Melazzo farlo carcerare ad vindictam, cossì come questa notti proxima passata li fecero cerchare la casa per carcerarlo, ha perciò ricorso a noi supplicandoni di opportuno remedio. Habbiamo intancto deliberato concedere la presenti in virtù della quale vi dicimo, comettimo et expresse comandamo che, occurrendo il caso che decti giorati o altri ministri temporali sotto qualsivoglia pretesto volessero molestare in persona o in bone a detto di Coppolino commissario, statim lo vogliate a nome nostro difendere et intimarle la lettera patente, seu provisione, che tene esso di Coppolino di debito offitio di Commissario, denuntiandone le pene et censure in quelle contenti, più debendo contra li transgressori a carceractione et captura di informactione et altri remedi di giustitia che a voi pareranno più presenti, opportuni et necessari, in modo tale che esso de Coppolino non habbia nè in persona nè in beni sorte alcuna di molestia, et si sarranno detti officiale o ministri retinenti a desistere di dar molestia a detto de Coppolino, dopo di haverle dato un monitorio denunziandole le pene censure contenute in detta provisione, sacri canoni et bolla et costituttione apostolica, profigendoli un termine di hore tre, quali se li assigniranno per prima, seconda, terza canonica monictione et ultimo termine peremptorio, et non obidendo li declarirete per publici scomunicati et incorse nelle censure et pene pecuniariae contente in dette lectere patenti di provisione sacri canoni et bolle Costituzione Apostolica sacri canoni, et in tale caso a detti transgressori farresi inventario di loro bene cossì assegnati, et farresi inviolabilmenti esseguire da ogni uno o da noi intorno alle cose premesse. 58 Vi damo ogni auctorità et potestà necessaria ac vices et voces nostras et histius Magnae Curiae Archiepiscopalis, et presentate et exequute che sarranno le presente, li farreti registrare dal nostro mastro notaro nelli atti di cotesta Corte Spirituale et li restituire al presentanti et sine procura, guardandovi di fare il contrario sotto pena di scomunica et di onze cencto di applicarsi al fisco di questa nostra Gran Corte Archiepiscopale. Datum Messane die V° iulii XI indictionis 1613. Pietro Arcivescovo di Messina Don Horatius de Napoli magister notarius XII 25 Agosto 1614, Messina L’UFFICIALE DEL CONSERVATORE DEL REAL PATRIMONIO ATTESTA CHE IL REGIO VISITATORE FRANCESCO DEL POZZO NON HA VISITATO LA CHIESA DI SAN VITO (LM, c. 25r) Fazzo fede io, Santoro Scannariato, procoadiutore in questo offitio del spettabile conservatore del Real Patrimonio, che, vista la visita fatta per don Francesco del Pozo, regio visitatore delle prelactie et benefitii de iure patronatu regio sul Val di Mazara et Val Demone, non trovo che habbia visitato la ecclesia parrocchiale di Santo Vito del casale di Puzzo di Gotto, onde ad instantiam delli rettori et procuratori della detta ecclesia si è fatta la presente fede, hogi in Messina à 25 di augusto XIIe indictionis 1614. Santoro Scannariato pro coadiuvatore XIII 27 giugno 1617, Messina IL VICARIO GENERALE DI MESSINA ORDINA DI NON PROCURARE MOLESTIE AGLI UFFICIALI DELLA CORTE SPIRITUALE DI POZZO DI GOTTO, VESSATI DAI GIURATI DI MILAZZO (LM, cc. 21r-23v) Reverendis nostris carissimis Gioseppe Visalli et Bartholo Grasso, officialj servienti della Corte Spirituale del Casale di Puzzo di Gotto, diocese di questa città, sono comparsi innanti a noi et exposero che per havere conforme al debito dello officio loro servito nella cattura di diversi informationi nel officio di delegato deputato in detto casale et di diversi altri exercitij per la administractione della iustitia al loro officio spettanti, per lo che sonno stati presi in odio da molti che sonno stati prosequuti et dalli parenti di quelli, li quali come odiosi hanno procurato et procurano tuttavia per mezzo delli giorati della terra di Melazo farli carcerare ad vindittam, hanno 59 perciò recorso a noi supplicandone d’opportuno remedio; habbiamo pertanto deliberato concidervi la presenti in virtù della quali vi dicemo, commettimo et expresse comandamo che occurrendo il caso che detti giorati o altri ministri temporali sotto qualsivoglia pretesto volessero molestare in persona o in bene alli detti de Visalli e Grasso, officialj servienti nostri, statim li vogliate a nome nostro defendere et intimarle le lectere patenti, seu provvisioni, che tenino di detto loro offitio, denunziandoli le pene et censure in quelle contenti, procedendo contro li trasgressori a carcerattione et captura di informattioni et altri remedij di giustizia che a voi pareranno più pronti, opportuni e necessari in modo tale che essi di Visalli e Grasso non habbiano nè in persona nè in bene sorte alcona di molestia, et si sarranno detti officialj o ministri temporali retinenti o desistenti di dar molestia a detti de Visalli e Grasso, dopo di haverli dato la monitioni denuntiandoli le pene et censure contenute in dette loro provisioni, sacri canoni, bolle et constitutioni apostolici et prefigendoli un termine di hore tre quali se li assigniranno per prima, 2 a, 3a canonica monitione et ultimo termine peremptorio et non obedendo li dichiarirete per publici ex comunicati, et incorse nelle censure et pene pecuniarie contenute in dette lectere patenti di provisioni, sacri canoni et bolle et constitutionij apostoliche et in tale caso a detti transgressori farreti inventario di loro bene, cossì exequirete et farrete inviolabilmente exeguire da ogniuno che noi insino alle cose premisse; vi ni damo ogni auctotità et potestà necessaria ac vices et voces nostras et cuius Magnae Curiae Archiepiscopalis et, presentate et exequute che sarranno le presenti, le farrete registarre dal nostro mastro notaio nell’atti di cotesta Corte Spirituale et li restituirete al presentanti et sine procura, guardandovi di fare il contrario, sotto pena di scomunica et di onze cento da applicarsi al fisco di questa nostra Gran Gorte Archiepiscopale. Datum Messane die 27 junii 1617. Joannes Velez […] vicarius generalis Mattheus Picardus magister notarius XIV 4 giugno 1650, Messina IL VICARIO GENERALE DI MESSINA DIRIME UNA CONTROVERSIA TRA I TERRITORI DI POZZO DI GOTTO E MERI’ RIGUARDANTE L’AMMINISTRAZIONE DELLA CHIESA DEL SANTISSIMO CROCIFISSO SITA NELLA CONTRADA CUCCUMONA O CAMISCIA (LM, c. 43) Simeon Carafa neapolitanus Dei et Sanctae Apostolicae Sedis gratia archiepiscopus messanensis comes Regalbuti, regius consiliarius, etc. 60 Nos Don Lucas Cocchiglia utriusque iuris doctor, canonicus archidiaconus prothometropolitanae messanensis ecclesiae ac eiusdem illustrissimi et reverendissimi domini archiepiscopi in spiritualibus et temporalibus, vicarius generalis, universis et singulis reverendis archipresbiteris caeterisque officialibus et personis ecclesiasticis civitatis Putei de Gotto, cui vel quibus praesentes praesentatae fuerint, salutem in domino. Quia per nos et per nostram Magnam Curiam Archiepiscopalem, sub die 9 mensis aprilis 1650, fuit decisum et interloquutum tenoris sequentis videlicet. Die 9 aprilis 1650. De facto reverendorum presbiterorum sacerdotum don Marij Currente delegati Putei de Gotto eiusque territorij, don Marij Catalfamo cappellani et curati matricis et parrochialis ecclesiae sub titulo Sancti Viti dictae civitatis, et aliorum reverendorum presbiterorum cappellanorum ecclesiae predictae nominibus in scripturis et omni alio meliori modo et nomine, contra presbiterum sacerdotem don Marcum Grasso terrae Miriorum, cappellanum et parrochum matricis ecclesiae praedictae terrae Miriorum. Quod utique ipsi reverendi presbiteri delegatiis et cappellani praedictae ecclesiae civitatis Putei de Gotto manuteneantur in eorum quieta et pacifica posessione et iure, animo in continuandi administrandi sacramenta et coercendi plenariam iurisdictionem administrationis iustitiae in ecclesia Sanctissimi Crucifixi, posita in territorio dictae civitatis Putei de Gotto in contrata di Cuccumona seu Camiscia, et assertum sequestrum factum de mandato Magnae Curiae Archiepiscopalis die 13 martij 1649, una cum omnibus actis forte factis et inde sequutis pro dicto sequestro deleantur per crucem Sancti Andreae ad effectum ut possessio praedicta libere remaneat et continuet penes ipsos reverenddum delegatum et cappellanos omnibus iuribus, capitibus et causis in scripturis adductis et allegatis, JESUS provisum est per nos don Luca Cocchiglia, utriusque iuris doctor, canonicum et archidiaconum prothometropolitanae messanensis ecclesiae illustrissimi et reverendissimi archiepiscopi in spiritualibus et temporalibus, vicarius generalis cum voto et consilio spectabilis utriusque iuris doctoris Antonini Lazari, assessoris ordinarij huius Magnae Curiae Archiepiscopalis Messanae, quod utique isti reverendi presbiteri sacerdotes don Marius Currente delegatus Putei de Gotto eiusque territorij nec non don Marius Catalfamo, cappellanus curatus matricis parrocchialis ecclesiae praedictae sub titulo Sancti Viti dictae civitatis aliique cappellani eccesiae praedictae et eius territorij omnibus praedictis manuteneantur in possessione, in exercitio iurisdictionis et administratione sacramentorum in ecclesia Sanctissiimi Crucifixi posita in territorio civitatis praedictae in contrata nominata di Cuccumona, seu Camiscia, expensis hinc inde compensatis et quia nihil prodest sententia ferri nisi debita exequtioni mandantur propterea vobis et vestrum cuilibet notatis personis dicimus, comunicamus et expresse mandamus quatenus supradictam 61 interloqutoriam omniaque in ea contenta exequationi compleatis et observetis et per quos decet exequi compleri et inviolabiliter observari faciatis ad usque iuxta eius seriem, continentiam et tenorem et a prima linea usque ad ultimam, manutenendo et manuteneri faciendo dictum delegatum cappellanum curatum caeterosque cappellanos dictae civitatis Putei de Gotto in posessione exercitio iurisdictionis et administractione sacramentorum in ecclesia Sanctissimi Crucifixi posita in territorio dictae civitatis in contrata di Cuccumona seu Camiscia, iuxta formam dictae interloquutoriae cauti a contrario sub poena unciarum quinquaginta pro quolibet contravenctore applicanda fisco huius Magnae Criae Archiepiscopalis. Datum in nobile urbe Messanae, die 4 mensis iunij 3a indictionis 1650. Don Lucas Cocchiglia vicarius generalis […] XV 13 luglio 1678, Messina A CAUSA DELL’INCURABILE MALATTIA DEL SACERDOTE MARIO CATALFAMO, L’ARCIVESCOVO DI MESSINA CONCEDE A DON BLASIO SACCO GLI UFFICI DI LUOGOTENENTE DI PARROCO E DI VICARIO FORANEO DELLA CITTÀ DI POZZO DI GOTTO (LM, c. 5v-5r) Ioseph Cigala et Statella ex clericis rigularibus Dei et Sanctae Sedis Apostolicae gratia archiepiscopus messanensis, comes Regalbuti, dominus Alacariae, baro Boli, regius consiliarius, etc Nos don Vincentius Omodei, abbas Sancti Aurelij de Rossano, canonicus Sanctae Cathedralis ecclesiae Siracusarum ac supradicti illustrissimi et reverendissimi domini, ac in spiritualibus et temporalibus gubernator et vicarius generalis, per lo memoriali siamo stati supplicati come siegue, videlicet. Illustrissimo e reverendissimo signore, il doctor in teologia don Blasio Sacco della città di Pozzo di Gotto expone a vostra signoria illustrissima che, retrovandosi il reverendo don Mario Catalfamo, parocho e vicario foraneo di detta città, oppresso da più tempo a questa parte d’attuale et incurabile infirmità talmente che è necessitato stare di continuo a letto e non può continuamente attendere al servizio della chiesa et administratione della giustizia, onde per non restare la città senza il dovuto governo e reggimento, la onde il sudetto di Catalfamo, rifatto atto d’electione di luogotenente di detti officii in persona dello esponente, come per quontratto stipulato per l’atti di notar Simone Rossitto di detta città sotto il dì 16 del passato mese di marzo, che accluso si dimostra, che perciò supplica vostra signoria illustrissima reverendissima si degni restar servita confirmare detto atto per poter esso esponente attendere al governo di detta chiesa et all’administratione della giustizia di detta città, che il tutto riceverà a gratia ut altissimus. 62 In dorso al quale memoriale providimo quod, stante notoria et incurabili aegrititudine istius de Catalfamo, confirmetur actus et fiant litterae. Per esequtione della quale nostra provista concediamo licenza a voi, detto supplicante, di potere esercitare l’officio di luogotenente di parocho e vicario forano di cotesta città di Pozzo di Gotto, giusta la forma dell’atto d’electione fattovi da detto reverendo di Catalfamo nel preinserto memoriale espressato, quale è stato da noi riconosciuto, e per le presenti lo confirmiamo et approbiamo e nostro Signore vi guardi. Messina li 13 luglio 1678 Omodei gubernator et vicarius generalis Giò Battista Salamone magister notarius XVI 12 febbraio 1679, Pozzo di Gotto I PROCURATORI DELLA CHIESA DI SAN VITO, STANTE LE DISPOSIZIONI EMANATE DALL’ARCIVESCOVO GIOVANNI RETANA NEL 1571, ELEGGONO BIAGIO SACCO LORO PARROCO E CAPPELLANO (LM, cc. 6v-6r) Die duodecimo febrarij secundae indictionis millesimo sexcentesimo septuagesimo nono 1679. Sacerdotes don Marinus Bertuccio, don Antoninus Recupero, don Dominicus Sanginisi, Vittorinus et Paulus Sacco fratres, Franciscus Cambria, quondam Joannis, et Joseph Giamboi huius civitatis Putei de Gotto, presentes cogniti intervenientes ad haec uti procuratores seu rectores venerabilis matricis ecclesiae Sancti Viti huius praedictae civitatis, ad quos spectat electio parochi seu cappellani majoris ipsius ecclesiae et prout melius est videre per infrascriptam interloquutoriam tenoris seguenti, videlicet. Don Joannes Retana Dei Apostolicae Sedis gratia archiepiscopus messanensis, regiusque consiliarius, venerabili archipresbijtero terrae Milatii nostre diocesi, salutem in Dio Sempiterno. Quia per Magnam Curiam nostram archiepiscopalem nobilis civitatis Messanae servatis servandis fuit lata interloquutoria tenoris sequentis, videlicet. Die decimo octavo januarij decimae quartae Indictionis 1571. De facto Joannis Pauli Miano, Theodori Visalli et quantarum procuratorum ecclesiae Sancti Viti, positi in rure Putei de Gotto, petentium contra venerabilem presbijterum Antonium Valenti, quod assertu obtentu ad instantiam dicti de Valenti, datam in Archiepiscopali Palatio die 22 septembris 14ae indictionis 1570, vocentur ipsique procuratores hijconomi dictae ecclesiae manuteneantur in eorum posessione statu et dignitate mittendi a dicta ecclesia et in ea ponendi quemdamque cappellanum et presbiterum ad ibi solemnia et sacramenta ministrandi ad eorum libitum voluntatis 63 prout actenus ac tempore quo memoriam hominum in contrarium non extitit usi fuerunt rationibus, juribus et causis in effectu et scripturis dictorum procuratorum nomine dictae ecclesiae contentis et expressatis et aliis in voce allegatis; provisum est per nos don Franciscum Mirullo, apostolicum prothonotarium canonicum maijoris messanensis ecclesiae ac vicarium generalem dicti illustrissimi et reverendissimi domini archiepiscopi messanensis, cum voto et consilio expensis dicti de Rao, assessoris ordinarij Curiae predictae, quod revocendi literae expensis hinc inde compensatis ex actis Magnae Curia Archiepiscopalis Messsanae. Extracta est die decimo nono januarij decimae quartae indictionis 1571. Collectione salva. Marianus Salius pro magister notarius. Propterea praesentium tenore vobis dicimus, committimus et mandamus quatenus preinsertam interloqutoriam iuxta eius seriem, continentiam et tenorem servatis servandis nominibus predictis exequi, compleri et observari faciatis et debeatis sub pena unciarum triginta Camere nostrae archiepiscopali applicanda et excommunicationis. Datum in nobilis urbe Messanae in Archiepiscopali Palatio die decimo nono januarij 1571. Archiepiscopo di Messina videlicet Franciscus Rao. Sponte procuratorio dicto nomine vigore presentis elegerunt et eligunt ac nominaverunt et nominant in parochum seu cappellanum maijorem ipsius ecclesiae admodum reverendum sacerdotem sacrae teologiae doctorem don Blasium Sacco predictae civitatis, absentem me notario pro eo stipulante et hoc ab hodie in antea et durante vita ipsius de Sacco et hoc stante incurabili infirmitate admodum reverendi don Marij Catalfamo, parochi ipsius ecclesiae electi per alios procuratores vigore actus electionis et confimationis per acta mea infradicti notarij die etc, ad quem etc, et hoc cum omnibus et singulis aliis et lucris, preminentiis, potestatibus, facultatibus, honoribus quoque oneribus et aliis ad dictum officium parochi spectantibus et pertinentibus et non aliter. Testes Joseph Rizzo et Mauritius Perroni. Ex actis meis notarii Dominici Zangla, regii publici civitatis Castri Regalis et in civitate Putei de Gotto. Collectione salva XVII 14 settembre 1679, Messina L’ARCIVESCOVO DI MESSINA CONFERISCE A BIAGIO SACCO GLI INCARICHI DI VICE PARROCO E CAPPELLANO DELLA CHIESA DI SAN VITO (LM, c. 7v) Ioseph Cigala et Statella ex clericis rigularibus Dei et Sanctae Apostolicae Sedis gratia archiepiscopus messanensis, comes Regalbuti, dominus Alacariae, baro Boli, regius consiliarius, etc 64 dilecto nobis in Christo reverendo sacrae theologiae doctori don Blasio Sacco presbijtero civitatis Putei de Gotto nostrae messanensis diocesis, salutem in Domino Sempiterno. Quoniam in ecclesia maijori et parochiali sub titulo Sancti Viti civitatis eiusdem, ob mortem quondam reverendi don Marij Catalfamo illius ultimi cappellani, de idoneo cappellano, seu vice parocho qui curam animarum habeat, sacramenta administret ac ecclesia praefata regnat curam dicti. Providendum est ideo confisi de tuis vita, moribus, aetate ac scientia, te prefatum reverendum de Sacco eligimus, constituimus at deputamus in cappellanum et vice parochum praedictae maijoris et parochialis ecclesiae ad curam animarum exercenda in ecclesia predicta totaque civitate et territorio ad nostrum beneplacitum. Precipientes tibi ut in exercenda cura animarum ac custodienda ecclesia eiusque bonis omni utaris charitate et diligentia, tribuentes tibi potestatem et facultatem necessariam et opportunam missas celebrandi, omnia et singula ecclesiastica sacramenta ad parochiali munus pertinentia ministrandi ac matrimonia ad prescriptum sacrae teologiae doctorem authorizandi et quecumque alia ad dicta cura animarum spectantia gerendi et faciendi mandantes per has incolis eiusdem civitatis ut te in cappellanum et vice parochum habeant, tibique pareant et venerentur ac procuratoribus eiusdem ecclesiae ut tibi solitum salarium et mercedem solutos omniaque illa iura et emolumenta prout autem cappellani et vice parochi predecessores cui habere consueverunt in quorum fidem presentes. Datum Messanae die 14 mensis septembris 1679. Joseph Archiepiscopus messanensis Joannes Baptista Salamone magister notarius XVIII 22 ottobre 1686, Castroreale IL VICARIO GENERALE ANTONINO BISIGNANO, PER SEDARE ALCUNE CONTROVERSIE TRA LA CHIESA DI SAN VITO E IL CONVENTO DEL CARMINE, IMPARTISCE DISPOSIZIONI SULLE SEPOLTURE DEI DEFUNTI (LM, c. 8v) In civitate Castri Realis in discursu visitationis die 22 octobris 1686 fuit provisum et mandatum per reverendissimum dominum utriusque iuris doctorem don Antoninum Bisignano, vicarium et visitatorem generalem huius Magnae Curiae Archiepiscopalis Messanae, degentis in hac civitate Castri Realis in discursu visitationis, subscribendum se in pede praesentis quod utique pro sedandis differentiis currentibus inter reverendum clerum matricis ecclesiae sub titulo Sancti Viti civitatis Putei de Gotto et reverendum presbiterum priorem et fratres devoti conventus Sancte Mariae Muntis Carmeli civitatis eiusdem, in associatione defunctorum deinceps et ex nunc in antea circa 65 associationem praedictam dictorum defunctorum observetur et observari inviolabiliter debetur quod si quilibet veniens ad mortem disposuerit se sepelliri in ecclesia dicti conventus et haeredes talis morientis voluerint eum associari facere cum cruce seu pallio dicti conventus, quod tunc et eo casu habeant et debeant in associatione praedicta intervenire quatuor cappellani et quatuor clerici eiusdem matricis ecclesiae cum crucem praedictae matricis ecclesiae, incedendo in dicta associatione dicti patres dicti conventus cum dicta eorum cruce seu pallio, et successive post eos dictus clerus cum dicta eius cruce, et si talis canonicis se sepelliri voluerit in dicta matrice ecclesia vel in alia ecclesia dictae civitatis et haeredes voluerint associationem dictorum patruum conventus praedicti, possint dicti patres intervenire in associatione praedicta eorum modo et forma prout supradictum est, absque limitatione numeri presbijterorum et clericorum, cleri praedicti et sic observari debeat in perpetuum sub paena unciae quinquaginta pro quolibet contraventore fisco et hoc stante eorum conspectu coram dicto reverendissimo domino praestito, reservata omni facultate laudibus si maijorem numerum presbijterorum et clericorum in associatione praedicta in ecclesia dicti conventus voluerint. Bisignano vicarius et visitator generalis Franciscus de Juanne magister notarius XIX 2 giugno 1687, Messina L’ARCIVESCOVO DI MESSINA, PER MEZZO DEL VICARIO GENERALE PIETRO MIRANDA, DISPONE L’AUTENTICA DELLE RELIQUIE DI SAN VITO E SAN BIAGIO, CUSTODITE NELLA CHIESA DI SAN VITO (LM, c. 9v-9r) Nos don Franciscus Alvarez, Dei et Sanctae Sedis Apostolicae gratia archiepiscopus messanensis, comes Regalbuti, dominus Alcariae, baro Boli, regius consiliarius et concionator. Nos don Petrus Miranda utriusque iuris doctor supradicti illustrissimi domini archiepiscopi messanensis in spiritualibus et temporalibus, vicarius generalis, dilectis nobis in Christo filiis, procuratoribus et rectoribus venerabilis matricis eccesiae sub titulo Sancti Viti civitatis Putei de Gotto, nostrae messanensis diocesis, salutem in Domino sempiterno. Cum per illustrissimum et reverendissimum dominum archiepiscopum messanensem in discursu eius visitationis fuerit, inter alias ordinationes factas in dicta ecclesia matrici dictae civitatis Putei de Gotto, quod reliquiae Sanctorum Viti et Blasij, quae in dicta ecclesia matrici asseruantur non exponantur nisi prius pateat de autenticis. Qua propter fuimus ex parte vestra supplicati quod per testes fide dignos per hanc Magna Curia Archiepiscopali Messanae medio iuramento receptos, constitit absque constat praedictas reliquias 66 dictorum Sanctorum Viti et Blasij multis ab hinc annis semper veneratas et publice fidelium venerationi expositas fuisse, et reputatas tales quales ad praesens reputantur, et quod ob longissimum temporum seriem dictas autenticas deperditas extitisse licentiam concedere quod exponantur non obstante supradicta ordinatione facta per praefatum illustrissimum et reverendissimum archiepiscopum messanensem. Quam umbram fuit per nos in dorso vestri incartamenti facta provisio, quod ex quo constat de narratis exposiarum expediantur autenticae, pro cuius provisionis exequtione fuerunt dictae reliquiae praedictorum Sanctissimorum Viti et Blasij coram nobis apprestatae et per nos recognita et denuo reposite fuerunt, videlicet reliquia Sancti Viti in quodam reliquiario argenteo in forma templi cum cristallo ante et retro cum imagine argentea dicti Sancti Viti et reliquia Sancti Blasij fuit etiam reposita in quodam alio reliquiario argenteo in forma templi cum eius cristallo ante et retro cum imagine argentea dicti Sancti Blasij bene clausis et nostroque solito sigillo impressione munitae. Propterea ut supradictae reliquiae ut supra in eisdem reliquiarijs reposite deinceps ex nunc in antea non obstante dicta prohibitione in dicta vestra ecclesia matrici publice fidelium venerazioni, exponere possitis et valeatis tenore praesentium licentiam in Domino concedimus et imperamus in quorum omnium fidem. Datum in nobili urbe Messanae die 2 mensis iunij 1687. Don Petrus Miranda […] vicarius generalis Placidus Assuni magister notarius XX 28 dicembre 1704 IL VICARIO GENERALE DELLA CURIA DI MESSINA IMPARTISCE ALCUNE ISTRUZIONI SULL’AMMINISTRAZIONE RELIGIOSA NELLA CHIESA DI SAN VITO (LM, c. 10v). Anno Domini 1704. Curam habente cuius matricis et parrocchialis ecclesie Sancti Viti civitatis Puthei de Gotto reverendo doctori don Antonino Catalfamo prothonotario apostolico, parrocho et vicario foraneo et assistentibus Cappellanis in dicta matrice, reverendo Antonino de Bella, reverendo Laurentio Isgrò, don Fortunato Crisafulli, don Paulo Flaccomio, don Dominico Bartholoni, don Serafino Cirino, don Petro Gregorii, don Joseph Valente, don Joseph Genovese et don Joseph Alberto ad instantiam quorum fuit provisum et mandatum per Magnam Curiam Archipiscopalis Messane modo et forma quo infra, videlicet. Die 28 decembris 1704. 67 Fuit provisum et mandatum de ordine et mandato reverendissimi venerabilis sacerdotis et sacrae teologiae doctoris Don Joseph Silvestro, vicarii generalis huius Magnae Curiae Archiepiscopalis Messanae, referente Carmino Bonifattio quod ad petitionem et instantiam omnium hebdommadarium civitatis Puthei de Gotto quod utique predicti hebdommadarij in casu absentiae don Antonini Catalfamo, vicarij curati civitatis predictae habeant et debeant, habeat et debeat ille qui est de hebdommada assistere in omnibus functionibus tam in ecclesia quam extra et in processionibus cum solita stola et sedere in choro in terzio stallo et in processionibus similiter habere primum locum prout solitum est, et hoc non obstantibus quibus cumque quae in contrarium obici possunt et ad praesens mandatum fuit deventum pro bono regimine et qubernatione ecclesiae dictae civitatis et divini cultus et non aliter nec alio modo […] XXI Inizi del secolo XIX DESCRIZIONE DELLA CHIESA E DELL'ARCIPRETURA DI SAN VITO EFFETTUATA DALL'ARCIPRETE DOMENICO PRINCIPATO E DAL VICARIO ALBERTO RAIMONDI (GSV, cc. 3v-5r). Le origini delle cose sono un sistema il più complicato ove formasi, dirò, uno scoglio all'ingegno umano di maniera che restano inviluppate le nozioni, e rendonsi o imperfette o incerte le analisi. Felice, cantò un poeta, colui che può penetrare le prime cause e le prime raggioni delle cose. Ugualmente rendesi difficile a risapere le prime origini delle popolazioni, non risparmiandosi la bella Roma, e si lascia, non senza vergogna, ricorrere alla mitologia. Per l'istessa Sicilia, nostra isola, di quante favole non è ripiena l'istoria? Volendo dunque in questa nostra Giuliana farne un dettaglio della nascita della Matrice Chiesa, non riesce a me di farlo. Li piccioli paesi, come sono mancanti di autori sincroni, restano più nel buio, che gl'altri rinomati. Molto fatigò Rocco Pirri pelle Chiese di Sicilia, ma lui non scrive che pelle Chiese principali. Quel che sappiamo di più preciso della reverendissima Matrice Chiesa per organo della Tradizione vi è essere stata Chiesa Greca, ma non vediamo che Ruggeri nel principio del secolo XI l'abbia ritrovata, come di S. Filippo e Santa Lucia limitrofi a noi. Certo è che la Chiesa ritiene due quadri di antica pittura greca, uno nel Coro della Vergine del Rosario, l'altro di San Liberale; l'altro monumento è l'uso di sollennizzare il Battesimo del Redentore, quel privilegio non accordasi che alle Chiese Greche. La Tradizione stessa porta essere stata chiesa titolare del Santissimo Rosario. Si sa che le reliquie della Beatissima Vergine furono regalate dalli Spettabili Giurati coll'obbligo che la Chiesa, osia colle rendite di detta Cappella, dovevasi ogni anno celebrare la festa. 68 Come San Vito fosse stato Patrono non vi è alcun monumento nelle Scritture, nè si legge donazione alcuna come pell'Altare del Santissimo Rosario, di S. Maria dell'Idria, di S. Liberale, della Santissima Annunciata. Vedesi bensì nel libro detto Magno l'autentica delle reliquie del Santo Martire e di San Biaggio. In detto libro, che è il più antico pelle notizie che sono descritte, leggesi che fossevi stato un Cappellano nel 1585; in seguito col titolo di Cappellano Delegato fino al 1646, ed il venerabile Domino Don Biaggio Sacco nel 1679 col nome di Paroco e vicario foraneo. Nell'Epoche susseguenti furonvi molte liti coll'arciprete di Melazzo per rapporti Giurisdizionali, e vedonsi le liti per l'estensione della Parrocchia che allora limitava nella Piana nella Tenuta detta di San Basile, in oggi del Principe Brutaccini di Messina. Non manca di leggersi sentenza della Monarchia ed una Bolla del Papa Paolo V. Anche è degno riferirsi esservi scritto con carattere non alla comune lettura che li Procuratori, parte Laici e parte Ecclesiastici, aveano il dritto di eliggere il Cappellano, finchè poi il reverendissimo Don Giuseppe Crisafulli fu il primo che a sue spese ottenne il titolo di Arciprete, a cui seguì il reverendissimo Don Domenico Florelli, poi Rossitto, a cui per nomina regia successe l'attuale reverendissimo Don Domenico Principato, acclamato dal popolo nell'atto che contrattavano due altri Soggetti. Tralasciando da parte quanto di sopra sarà solo il nostro impegno di parlare delle rendite seguendo quelle scritture che sono scappate dal tempo consumatore di quanto l'antichità ci ha potuto riservare. Molti di tali preziosi documenti sono stati consunti in un incendio sofferto per quanto la Tradizione ci assicura nel secolo XVII quando, bruciate per imperizia le sepolture, arsero cò nobbili le scritture nella Chiesa e Sagrestia. Altre Scritture nelli terremuoti delli 5 febraio 1783 con acque immantinenti seguite, diroccata la Sagrestia, perirono, e così involarono le non indifferenti fatighe del Procuratore reverendo Domino Don Angelo Cambria che li aveva ridotto in volumi undeci col ristretto delle stesse, che tuttora si vede. Volendo quindi avviare qualunque sinistro che le ingiustizie dè tempi possono indurre, il Reverendissimo Arciprete Don Domenico Principato, sulle amorose premure del nostro reverendo vicario Abbate Don Alberto Raimondi, pensarono di riparare gli avanzi delle Scritture collo spaccio della presente Giuliana. In essa si fissa il patrimonio della Chiesa Madre con dare nuova luce alle tenebre dell'antichità, procurando con fatighe non indifferenti di occorrere alla versuzia degli avidi debitori che studiasi di sottrarsi al pagamento dei Censi, e di sistemare cò documenti propri le volontà dei Testatori pietosi. Questo volume apre a futuri Procuratori la mente per fare che non restino inviluppati nella Legge della Prescrizione, ultimamente emanata con saviezza del re Ferdinando III, Dio guardi, tutte le rendite delli Cenzi perpetui e di soggiogazione, e resta insieme indennizzata la Chiesa Madre nella proprietà dè fondi urbani e rusticani. Insomma si annunzia sempre permanente la Pubblica preghiera ed il Sacrosanto Sacrificio della Messa per l'uso dè fedeli, che costituiscono la vera Chiesa di Gesù 69 Cristo. Si premette l'Indice delli fondi Stabbili. Quindi una Mappa delle Gabelle dè fondi che si vedono nella Giuliana e che si ritrovano arrendati al foglio 7, come altresì altro Indice dè Debitori dè Cenzi; al folio 280 si danno le notizie delli Reverendi Don Mario e Dottor in Medicina Don Antonino Catalfamo, insigni Benefattori della Chiesa, e la puoco accertata commuta di volontà ottenuta da un di Lui Pronipote come al folio 307 fino al 310, ove lo stato del legato di maritaggio disposto dal reverendo Don Mario. Infine le notizie delli legati in olio, che in oggi si esiggono a quelli perduti. Al folio 269 cominciano le notizie attinenti alli furono Reverendi Don Mario e Domino Don Antonino Catalfamo, insigni Benefattori della venerabile Madre Chiesa. Sepoltura dei Reverendi Preti Il Sepolcro vicino l'altare Maggiore fu edificato dal venerabile Clero di questa nel 1802 colla spesa di onze 26 1 11. Questa somma, in quanto ad onze cinque e tarì nove, fu erogata dalla venerabile Madre Chiesa, il resto dal Clero. La lapide grande si ritrovava nel Coro della stessa. L'apoca poi della spesa vedesi in Notar Don Michel'Angelo Papa lì 13 settembre 1802. Arcipretura Nel Libro dei Battesimi vedesi eletto primo Arciprete il reverendissimo Domino Don Giuseppe Crisafulli. Prima di Lui, come nella Prefazione si è detto, passavano il titolo li primi di Cappellano poi di Parroco, stante la dipendenza dall'Arciprete di Melazzo, di cui Pozzo di Gotto era Casale. Nel Libro detto Magno leggonsi le notizie e le dissenzioni. Sotto lì 10 aprile 1723 si legge l'erezione di Arcipretura, essendo l'Arcivescovo di Messina Monsignor Migliaccio. L'assignazione del detto Reverendissimo Crisafulli fu di tre luoghi: uno quontrata Protonotaro nel Pantano con alberi di olive e ficare, confinante oggi con Valerio Arcoraci, luogo di Giuseppe Catalfamo ed Antonio Coppolino; altro nel Casale sudetto quontrata detta Casale consistente in olivare ed un carrobbaro confinante con Antonio Maio, Gioachino Cambria e luogo della Chiesa di S. Anna di Castroreale. Vi è un Casaleno concesso per tarì sei annuali a Melchiore Fazzio, confinante con Casa della venerabile Chiesa di Protonotaro. Infine un luogo in questo territorio quontrata Serro Giardini; luogo limitrofo a Maestro Vito Iannello e reverendo Don Tomaso Merenda collo Stretto vicinale. (N.D.A. segue la nota aggiunta il 19 febbraio del 1943 dall'arciprete Antonino Maggio) Nel 1863 fu dichiarata chiesa madre non più la chiesa di San Vito divenuta quasi piccola per la popolazione aumentata, ma la nuova Chiesa sotto il titolo di Santa Maria Assunta e ciò risulta anche sia dal libro X dei matrimoni foglio 81 ove si legge: in hac venerabili nova ecclesia Matre Sanctae Mariae Assuntae, vigore actus provisionalis Magnae Curiae Archiepiscopalis Messanae, sub die 28 70 ianuarii 1863 jam declarata; sia dal libro XV dei battesimi ove si legge a pag. 123, N.° 53: in nova Ecclesia Matre sub titulo Sanctae Mariae Assuntae jam per actum provisionalem Magnae Curiae Archiepiscopalis Messanae, sub Vicario Capitulari Don Pietro Lo Urzo, canonico decano, die 29 Ianuarii 1863 solemniter declarata, et sub die 5 februarii usui matriciali addicta. Arciprete Maggio Antonino. 19 febbraio 1943. XXII giugno-dicembre 1802, Pozzo di Gotto LAVORI ESEGUITI NELLA CHIESA DI SAN VITO NEL 1802. DALL'ESITO «DELL'ANNO 1802 E 1803 FATTO DAL REVERENDO DON CARMINE CALDERONE, TESORIERO DELLA MADRICE CHIESA DI SANTO VITO, ESSENDO PROCURATORE GENERALE IL REVERENDO DON FRANCESCO CASSATA» (LEM, cc. 114v-119v). a 30 giugno 1803 […] N.° 33, - Mi faccio esito di onze tre, tarì ventiotto e grana quattordeci erogati alli 15 giugno dell'anno passato 1802 nel giorno della festa del Santo Patrono S. Vito, cioè tarì 28 pagati a Maestro Mariano Fleres e suoi compagni per il suono, o sia per la banda; tarì 18 pagati per la corsa di cavalli; tarì 5 per due tamburieri di Barcellona; tarì 27 per disparo di mortaretti numero 450, a tarì 6 il centinaio, in quanto il mascolaro aggiunse altri due tamburri la vigilia e giorno festivo a sue spese; tarì 10 per contribuiti alle confraternite che intervennero alla processione colle torcie sue proprie; grana quattordeci per servigi fatti da diversi picciotti ed onze 1 per artificio di fuoco fatto da Maestro Calcedonio Spataro; in tutto dico onze 3 28 14 […] N.° 35 - Mi faccio esito di tarì tre e grana duodeci, cioè tarì 2 pagati a Don Angelo la Rosa per numero 40 quadretti; tarì 1 al figlio di Maestro Francesco Caizzone per carriagio delli sudetti quadretti, per carriagio di manto, per carriagio di terra per riempirsi il fosso nel coro, da dove si levò via la lapide di marmore, e per avere servito di manovale; e tarì 14 pagati a Maestro Vito Iannello per avere situato sudetti quadretti nel luogo da dove si levò via detta lapide; dico onze 3 12 […] N.° 39 - Mi faccio esito di tarì due e grana dieci pagati a Maestro Giuseppe Randazzo della Città del Castro Reale per due legnoli dritti di castagna, quali devono servire per farsi due subi28 per levare le lapidi delle sepolture quando bisogna aprisi le medesime; dico onze - 2 10 N.° 40. - Mi faccio esito di onze cinque e tarì nove pagati a Maestro Giuseppe Bartuccelli, marmoraro della città di Messina, come per suo ricevo fatto agl'atti di notaro Don Michelangelo Papa sotto lì 13 settembre del 1802, e sono cioè tarì quindeci per dritti di mancia per quelli tre giorni che dimorarono in questa egli e suo figlio, per acconciare e situare l'intagli e fascette della 71 sepoltura novamente fatta, per ripulire la lapide di marmore che vi era nel coro ed acconciarla, per potere assestare coll'altra lapide piccola comprata dal detto di Bartuccelli e per fare le lettere dell'iscrizione sopra dette due lapidi; onze 4 15 per compra della lapide piccola di marmoro, per compra dell'intaglio, siano fascette, per mastria, per assestatura di detti intagli, fascette e lapidi e per le lettere sopra dette lapidi, e tarì nove per trasporti di detta lapide, intagli e fascette dalla città di Melazzo, e ciò per la combinazione fatta da parte della chiesa nella fattura di detta sepoltura per la quale si erogarono onze 26 1 11, avendo contribuiti il resto delle spese li Reverendi Signor Arciprete, Vicario, Visitadore e Preti; dico onze 5 947 N.° 41- Mi faccio esito di tarì undeci e grana quattro pagati alli 13 settembre 1802, cioè a Cosimo Calderone tarì otto per calce carrata una a bocca di calcara, che giova per murare le lapidi delle sepolture e per acconciare la chiesa nell'ala che si deve rifare; tarì 1 4 pagati per li trasporti di detta calce e tarì due pagati a Maestro Antonio Triolo per adacquare la calce sudetta e per arena31 per detta calce; dico onze - 11 4 […] N.° 46 - Mi faccio esito di tarì dieci otto pagati alli 13 ottobre 1802 a Don Angelo La Rosa e Giovanni Genovese, sono cioè tarì 16, prezzo di carrate due di canali, e tarì 2 per carriagi delli stessi, quali servirono per mettersi sopra l'ala della chiesa che si rifece l'anno passato 1802; dico tarì 18 […] N.° 52 - Mi faccio esito di onze dieci nove, tarì ventiquattro, grana dieci nove e piccioli tre pagati a Maestro Felice Scoglio lignifabro, come per suo ricevo e relazione fatta agli atti di notaro Don Michelangelo Papa sotto lì sette di dicembre 1802 e sono cioè onze undeci, tarì 28 5 per prima compra di tavole numero settantacinque, chiamate tavole di abbieto di Venezia, comprate in Messina in società con quelle del convento del Carmine, colle tavole di Don Corrado Beltrano e Don Carlo Gregorio, a ragione di tarì quattro e grana quindeci per ogni tavola, quali servirono, e cioè numero 72 per l'ala della chiesa quella che tocca colla sagrestia ed Oratorio della Anime del Purgatorio e numero tre servirono per la pedana del coro ed acconciatura d'un banco grande della Chiesa. Onze due, tarì otto, grana due e piccioli tre furono per spese di dette tavole a ragione di grana dieciotto e picciolo uno per ogni tavola, cioè per due Maestri per scegliere le tavole nel magazzino in Messina, per trasporto di dette tavole dal magazzino sino alla marina, per mancia e vettura del Maestro che andò in Messina per effettuare la compra, per Polizia della Dogana in detta città ed uomini che aiutarono ad imbarcare sudette tavole, per nolo, per dritti di Segrezia e guardania del porto di Melazzo, per il Maestro che andò in Melazzo per pagare sudetti dritti, per un 47 In questa ricevuta d’esito è descritta la cripta realizzata nel 1802, per la cui costruzione contribuirono anche «li Reverendi Signor Arciprete, Vicario, Visitadore e Preti», come da atto redatto il 13 settembre del 1802 dal notaio Michelangelo Papa. Una delle lapidi qui descritte, realizzata dal «Maestro Giuseppe Bartuccelli» e figlio, dovrebbe coincidere con quella che oggi è stata collocata nella cripta. 72 uomo che guardò dette tavole nella marina in Calderà per un giorno ed una notte, per li carri e bovari che trasportarono le tavole sudette e per il Maestro che fece la divisione di dette tavole in questa. Tarì ventiquattro e grana quindeci per chiodi di centinaio mazzi quindeci, comprati a tarì 1 13 a mazzo da Maestro Giuseppe Zodda. Tarì uno e grana quattro per numero 100 taccioni32 comprati da detto di Zodda. Tarì sei e grana cinque per rotoli due e quarti due di chiodi ottantini comprati in Messina a tarì 2 20 a rotulo. Tarì sei per un legno della coverta dell'ala, per essere un legno di detta ala fracido ed inutile, comprato da Maestro Giuseppe Randazzo. Onza una e grana otto per numero 38 legnoli per li correnti mancanti nell'ala, comprati da detto di Randazzo a grana sedici per ogni legnolo, dè quali ventisei servirono nell'ala sudetta ed il resto si posero sotto la pedana del coro. Onze due e tarì ventisei per la maestria di detta ala, per levare le tavole vecchie e per mettere le tavole nuove colle sue butanelle e tutto quanto abbisognò di Maestro falegname in detta ala e ciò per essere stato lo Scoglio l'ultimo offerente, e liberazione fatta ad extinctionem candelae in sua persona, e per scoprire e ricoprire colli canali la detta ala. E tarì sedeci a complimento di dette onze 19 24 19 3 pagati allo stesso Scoglio per giorni due di lavoro, a due maestri per ogni giorno a ragione di tarì 4 per ogni Maestro al giorno, per avere fatto due pradelle nuove di tavole di pioppo di quelle tavole restate dietro d'essersi fatte le butanelle, e servirono dette due pradelle pell'altari di S. Pietro e S. Biagio, per avere acconciato e allargato altre due pedane con dette tavole di pioppo, per avere accomodato e rifatto la pedana nel coro, per avere acconciato un banco della chiesa e per avere fatto altri due piccoli banchi, cioè uno colli suoi scalini per accendere le lampadi nell'altare del Sagramento e l'altro per sedere il sacerdote nelle funzioni della chiesa, e per altri servigi fatti nella chiesa e sagrestia; dico onze 19 24 19 3. N.° 53 - Mi faccio esito di tarì dieciotto e grana nove pagati alli 7 dicembre dell'anno 1802 a Maestro Agostino Stracuzzi e Maestro Fortunato Triolo murifabbri, a Maestro Antonio Triolo e Maestro Francesco Genovese manovali per giorno uno e mezzo di loro fatiga, a ragione di tarì 3 10, ed il vino per ogni giornata per li maestri muratori e tarì 2 10 per il vino per li manovali, per la sola collazione35 di detti maestri e manovali, e ciò per avere li sudetti murato li buchi di alcuni legni dell'ala della chiesa dove si posero le tavole, per avere fatto in più parti il mascellato di detta ala, che si disfece quando si tolsero le tavole vecchie e si posero le nuove, per avere fatto le zallacche di detta ala e sopra l'altare del Santissimo Sacramento, per avere acconciato in una parte l'acquedotto del campanile sopra detta ala e per avere inalbato alcuni pezzetti di fabrica sopra dell'altari di sotto li legni della sudetta ala, in tutto onze 18 9; dico onze 18 9. N.° 54 - Mi faccio esito di onze undeci, tarì sei e grana tre pagati a Mastro Felice Scoglio lignifabbro e Maestro Fortunato Triolo murifabbro, come per suo ricevo e relazione agl'atti di notar 73 Don Michelangelo Papa alli 12 decembre 1802, e sono cioè onze 1 22 17 per avere li sudetti di Scoglio e Triolo fabricato una casetta terrana lesta di tutto punto, attaccata alla Madrice Chiesa e dietro l'altare del SS. Sagramento, per levare l'umido e le sporchezze che vi erano dietro detto altare e cappella della maniera che siegue, cioè. N.° 55 - Tarì ventiotto per compra di calce carrate tre e mezza comprata da Don Angelo La Rosa a tarì 8 la carrata alla bocca della calcara, quale servì per la fabrica di detta casotta, per murare li buchi delli legni della coverta, per fare le zallacche e per murare li canali con calce per resistere all'acqua che cade sopra detta casotta dalli capocanali della chiesa. Tarì tre e grana dieci per portate di dette carrate tre e mezza di calce, a tarì uno la carrata. Tarì uno e grana quindeci per adacquare sudetta calce a grana dieci la carrata. Tarì sette per fare arenare40 la calce sudetta a tarì due la carrata. Onze 1 1 10 per canne cinque e palmi due di fabrica data a staglio per la sola maestria, e tarì sei per ogni canna, con scavare a sue spese li pedamenti. Tarì dieci otto e grana quindeci per pietra grossa carrate quindeci, a carrate tre per ogni canna, comprata da Domenico Crisafulli e suo compagno a tarì 1 5 la carrata. Tarì sette e grana quindeci per pietra minuta a ragione di carrate due per ogni canna di fabrica, comprata da Maestro Antonio Triolo a grana quindeci la carrata. Tarì uno per rasaglia per detta fabrica. Tarì cinque e grana cinque per graste pagate al detto di Triolo a tarì uno a canna, per le dette canne cinque e palmi due di fabrica. Tarì cinque e grana sei per mattoni numero 184 comprati da Don Angelo La Rosa a tarì 2 10 il centinaro, oltre a grana sedici pagati per portare detti mattoni che servirono per fare la porta e la fenestra di detta casetta. Tarì dieci otto per due carrate di canali comprati da detto La Rosa a tarì 8 la carrata e tarì 2 pagati per delatura di dette carrate due di canali, quali servirono per il tetto della detta casotta e parte si posero sopra la stanza delli luoghi comuni. Onze 1 4 1 per una porta nuova di legni di castagna lesta di tutto punto, per fermaglia e maniglia di ferro ed assettatura della stessa. Tarì ventitre per numero otto legni di lunghezza diversa, delli quali sette servirono per la coverta, ed uno, che si serrò in mezzo, servì per due sopraporti, uno per detta porta e l’altro per la fenestra di detta casotta, comprati da Maestro Giuseppe Randazzo. Tarì tre per serrare nel mezzo il legno di cui si fecero li detti due sopraporti, per legni di grata posta nella fenestra di detta casotta, per chiodi e mastria di detta grata. Tarì due per mazzi due di canne per la coverta, comprati a tarì uno a mazzo. Grana sette per due manate e mezza di gionco per la coverta. Tarì uno e grana otto per rotulo mezzo di chiodi ottantini a tarì 2 16 a rotulo che servirono per incostanare le castane della coverta di detta casotta. Tarì sei per fare li buchi nella fabrica della Chiesa, per mettere li legni della coverta, per apparecchiare sudetti legni, per situare li stessi e 74 murarli colla calce, pietre e graste, per inchiodare le costane ed ammazzolare46 sudetta coverta. E tarì cinque complimento di delli detti onze 6 22 17 per giorno uno di Maestro Murifabbro e manovale, per mettere li canali sopra detta coverta, per murare li canali sudetti con calce e graste, per non cadere acqua in detta casotta dalli capocanali della Chiesa, l’acque delli quali cadono sopra detta casotta e per murare le zallacche. L’altre onze quattro, tarì tredeci e grana sei si erogarono per accomodare la prima stanza dell’abitazione delli Sagrestani, baglio e casotta delli luoghi communi della maniera che siegue, cioè. Tarì sette per scendente di castagna per metterlo nel tetto, mentre quelli legni che vi erano in detta stanza non erano bastanti per potersi fare l’incannato, come si dirà di sotto, comprato, questo scendente, da Maestro Giuseppe Randazzo. Tarì sei per costane lunghe canne duodeci, comprate a grana dieci la canna. Tarì sette per mazzi sei di canne grosse, a tarì uno il mazzo, che servirono per incannare la coverta di detta stanza delli sagrestani, e tarì 1 per mondare e fare trasportare detti mazzetti sei di canne. Tarì uno e grana quattro per compra di cerchi numero 6 e cordella per uso di detta coverta. Tarì quattro e grana quattro per chiodi ottantini rotulo uno e quarti due, a tarì 2 16 il rotulo, comprati da Maestro Giuseppe Zodda, che servirono per inchiodare le costane e canne della coverta di detta stanza. Tarì otto per giorno uno di due maestri falegname, per demolire il tetto vecchio, asportare, trasportare li legni della coverta, ripulire il legno nuovamente comprato e situarlo nella sudetta stanza, per mettere le costane e le canne della coverta e tesserle colla cordella, per situare la grata di legni alla fenestra di detta stanza e mettere la fascia a detta finestra. Tarì sei e grana dieci per compra della tavola per la fascia detta di sopra, per compra delli legni, per fare la grata, per chiodi e maestria di detta grata. Tarì venti per calce carrate due e mezza, comprata da Giuseppe Calderone alla bocca della calcara a tarì 8 la carrata. Tarì cinque per arenare detta calce a tarì 2 la carrata. Tarì due e grana dieci per fare adacquare, o sia abbeverare detta calce, e farla impastare colla rena.Tarì due per compra di gisso per ristabilire con gisso, calce, pietre e graste la parete intermedia delle due stanze dell'abitazione delli Sagrestani. Tarì dieciotto per numero 400 quadretti grossi per il pavimento di detta stanza, comprati a tarì 4 10 il centinaio da Don Angelo La Rosa e Donna Anna D'Amico. Tarì due per trasporto di detti numero 400 quadretti. Tarì due per manto per poter mattonare il pavimento di detta stanza. Tarì sette e grana dieci per giorni cinque e mezza giornata d'un Maestro murifabbro e manovale a tarì 5 per ogni giorno per coprire il tetto di detta stanza con la calce posta sopra dell'incannato, per mettere li canali sopra il tetto, per fare l'acqua addazzata in detta stanza, per murare le zallacche e conducere l'acque che scorrono sopra la sagrestia, per fortificare con gisso, calce, pietre e graste la parte intermedia in detta stanza, per murare li buchi delli legni, per 75 arricciare ed inalbare la sudetta parete e similmente tutte le mura interiori di detta stanza, per arricciare ed inalbare la facciata della medesima al di fuori che dona nel baglio, per arricciare ed inalbare un pezzo di muraglia dello stesso baglio dirimpetto alla porta della sagrestia, per spianare il pavimento di detta stanza, con uscir fuori la terra superflua e mattonarlo. Tarì sei per giorni due del solo Maestro murifabbro a tarì 3 il giorno per dare tre mani di latte nelle mura interiori e muraglia esteriore di detta stanza, e quel pezzetto di muraglia del baglio, che guarda la sagrestia. E tarì otto per calce, pietra, graste, sopraporta, maestria e tutt'altro abbisognò per inalzare la casotta delli luoghi communi, fare la fabrica attorno, che vi fu di bisogno, dopo d'essersi inalzato il tetto di detta casotta, per mettervi li canali che mancavano in detto tetto e murare la zallacca della medesima, quali espenzioni in tutto furono onze 11 6 3; dico onze 11 6 3. Avvertenza. Le costane vecchie, che si trovavano nella stanza delli sagrestani, che si rifece, si posero nel tetto della casotta che si fabricò dietro l'altare del SS.mo Sagramento e perciò di queste costane non si fa introito, né esito […] N.° 56 - Mi faccio esito di tarì dieci pagati a due becchini alli 13 decembre 1802 per nettare delle lordure il luogo comune, perché inservibile, per essere pieno; dico onze – 1048 […] XXIII Inizi del XIX secolo ELENCO DELLE PERSONE SALARIATE DALLA CHIESA DI SAN VITO COMPILATO DURANTE L'ARCIPRETURA DI DOMENICO PRINCIPATO (GSV, c. 79v). Al reverendissimo signor Arciprete, che prima era Cappellano, poi parroco, indi fu il primo Arciprete il Venerabilissimo Don Giuseppe Crisafulli, come si vede a folio 5, si pagano once 48 Il volume dal titolo Libro d’esito della Matrice Chiesa di San Vito della città di Pozzo di Gotto dal 1750 al 1835, da cui sono state estratte queste ricevute d’esito, contiene anche numerose informazioni sull’Oratorio delle Anime del Purgatorio, annesso all’ex chiesa di San Vito. Fino a qualche tempo fa esistevano due porte di collegamento tra i due luoghi di culto, ubicate nel quarto altare sinistro della chiesa di San Vito. L’unica informazione sull’Oratorio delle Anime del Purgatorio, rintracciata nella Giuliana della Matrice Chiesa di San Vito, è la seguente: «Venerabile Oratorio dell'Anime del Purgatorio paga tarì venti di censo perpetuo ed oncia 1 per utensili; in tutto once 1 20. Possedea la Chiesa Madre due case collaterali ed attaccate alla stessa, quando i primi fondatori dello stesso Oratorio ne dimandarono la concessione per istabbilirlo. Così fu che in Notar Giuseppe Suriano (abitava in Messina ed attitava pure questa, e si ritrovano gl'atti in questo Archivio), a 16 dicembre 1663, se ne legge la concessione per tarì venti l'anno. Per accordio inveterato ha pagato il sudetto Oratorio e per esso li rettori oncia una l'anno per raggione di vettimenta sacre, vino ed altro. Nel libro detto nuovo, folio 133, ove vi è la concessione di sopra, oltre il dett'onere vi fu apposto l'obbligo alli fratelli della Congregazione di assistere nelle Processioni. Fu confermata la concessione da Monsignor Arcivescovo di Messina sotto lì 22 febraro 1664» (GSV, c. 97v). L’anno 1663, data di fondazione dell’Oratorio delle Anime del Purgatorio, trova inoltre conferma in un manoscritto inedito, dove si riporta: «Quest’Oratorio, come si vede, nacque nel recinto delle mura della nostra antica Chiesa madre di S. Vito. Al 16 dicembre 1663, Notar Suriano, venne dalla Chiesa conceduto il terreno previo annuo canone di tarì 20, onde costruirsi l’attuale Oratorio. Nella Concessione si statuirono varie Convenzioni e patti, tra l’Autorità Ecclesistica ed i Confrati, per tenersi di pieno accordo» (PL, c. 53; si veda DOC. XXVIII). 76 ventuna annuali, cioè sei per dritti di stola ed onze quindeci per celebrazione di messe, cioè la festa pro populo e l'altro per quello che deve far celebrare la Chiesa; dico once 21. A dieci Cappellani che sin dal 1700 erano stati cinque ed aveano per assistenza once dieci in tutto, cioè onze 2 per ognuno ed onze 34 in tutto per messe, che la chiesa gli facea celebrare, come si vede a folio 75 e 77 del libro della Riforma della Tabella del 1751, si pagano ora once cinquantasei e tarì venti, cioè onze 5 20 per ogn'uno, e sono in quanto ad onze 3 20 per tante messe che singolarmente gli fa celebrare la Chiesa, ed onze 2 per dritto di assistenza in tutto l'anno ai divini offici, laudi, provisioni, due messe cantate in ogni settimana, oltre le feste in essa occorrenti ed a tutt'altre funzioni ecclesiastiche. Il diritto di quest'assistenza era sin dal 1808 tarì 28 l'anno, quale essendo poi a ricorso dei Cappellani, si ordinò da Sua Eccellenza Monsignor Vicario Generale Vescovo di Lama all'attuale Signor Arciprete e Vicario Raimondi di accrescerlo ad once due l'anno, quali unite a dette once 3 e tarì 20 di messe sono once 5 20 per ogni uno; in tutto once 5 20. A tre Sagrestani si pagano annualmente once dieci e tarì dodeci, cioè al primo e secondo once tre e tarì dieci per ogn'uno, ed al terzo once tre e tarì ventidue, quando prima sin al 1807 erano once 3 10 come l'altri due e poi dal Signor Arciprete gli si avanzarono altri tarì 12 per maggiori sue fatighe; dico once 10 12. Al Procuratore si pagano annualmente once dieci, cioè once 8 per la procura della Chiesa ed once 2 per quella del fu Don Antonino Catalfamo, per cui fa introito ed esito a parte; dico once 10. All'organista Don Salvatore Consiglia, che suona l'organo in tutte le funzioni, si pagano annualmente once cinque; dico once 5. Al Manticaro, o sia a Giuseppe Isgrò, che alza la mantice dell'organo quando si suona, si pagano annualmente tarì diciotto; dico once - 18. Al Notaio della Chiesa, Don Michelangelo Papa, oncia una l'anno; dico oncia 1. Alla lavandara per lavare la biancheria della chiesa tarì 20 l'anno; dico once - 20. XXIV 1859, Pozzo di Gotto ELENCO DELLE PERSONE SALARIATE DALLA CHIESA DI SAN VITO COMPILATO DURANTE L'ARCIPRETURA DI MELCHIORRE CONSIGLIA (GSV, c. 79). 1859 Oggi all'Arciprete gli si dà once 6 per salario, riguardato come doppio Cappellano; once 6. Per messe designate per lui nella tabbella apposta in sagristia, once 14 18. 77 Dal prodotto annuale di netto del benefico di Catalfamo, dedotto il quarto, che spetta all'Arciprete attuale Consiglia, non come Arciprete ma come beneficiale, dal residuale devonsi scemare altre onze 8 che spettano a Valveri, qual'altro beneficiale, e di ciò che resta tocca all'Arciprete un'undecima parte e le altre 10 prima ai 10 Cappellani ed ora alla Communia. Alla Communia once 30 all'anno per salario, che prima si pagavano ai 10 Cappellani, once 34 10 per messe secondo la tabella e ciò che resta sul rendale del beneficio di Catalfamo, come beneficiale ed Arciprete, nonchè le once 8 del beneficiale Valveri. Più once 8 ogn'anno per la messa cantata in ogni sabato; once 8. Organista prima avea once 5, oggi gli fu aumentato il soldo a once 8. Il prefetto di sagristia ed Amministratore dè Sagramenti, once 7 10. Ai sagristani minori, da settembre in poi, once 8. All'alzamantice once - 24. Alla lavandara prima once 1 6, ora once 1 18. All'avvocato once 4. Nota Bene: l'organista pei 4 Passio ha complimentati once 20. I cantori tarì 10 per ogni Passio. Al Procuratore once 12. XXV Inizi del XIX secolo CENSI E TASSE DOVUTI DALLA CHIESA DI SAN VITO - ESTRATTO (GSV, cc.18-19)49 1) Censo perpeto annuo di 4 once e 21 tarì dovuto alla chiesa dell'Agonia di Messina sopra un luogo di vigne, fichi ed altri alberi sito nel territorio di Pozzo di Gotto (contrada Recuperotti). 2) Censo di 12 tarì annui per un luogo di oliveti sito in Messina. 3) Censo di un’oncia, 21 tarì e 10 grana dovuto all'Abbate Commendatario di S. Maria di Gala per un luogo sito nelle contrade Mendola, Coppola e San Paolo. 4) Censo annuo di 18 tarì dovuto a Don Alfonso Minutoli, erede del Sacerdote Antonino Catalfamo, per un luogo sito in contrada Pantenini nel territorio di Pozzo di Gotto. 5) Censo di 3 tarì e 11 grana dovuto per un luogo sito nel feudo di Protonotaro (di proprietà della Cappella del Santissimo Rosario). 6) Censo perpetuo di 26 tarì annuali dovuto al Monastero di San Michelangelo di Messina per un luogo di vigne sito in contrada Catilotti (territorio di Castroreale). 7) Censo di 3 once e 5 tarì dovuto annualmente al Monastero di Sant'Anna di Messina per due terreni ad oliveto siti in contrada S. Anna (territorio di Castroreale). 8) Censo di 8 tarì dovuto all'Arciprete di Milazzo per una vigna sita in contrada Battifoglia nel casale di Barcellona. 49 Si riporta di seguito una sintesi dei documenti. 78 9) Censo di 10 tarì e 10 grana dovuto al canonico Felice Beltrano per un luogo a oliveti e vigne sito in contrada Grutticelli (territorio di Pozzo di Gotto). 10) Censo di un’oncia e 5 tarì annuali (come da legato del Sacerdote Mario Catalfamo) dovuto per due luoghi siti nelle contrade Mendola e Coppola. 11) Censo di 2 tarì e 10 grana dovuto al Barone Antonino Cammareri per due luoghi siti in contrada San Biagio (feudo di Gurafi) e in contrada Mortellito. 12) Censo di 14 tarì e 13 grana per un luogo sito in contrada Manuca nel territorio di Pozzo di Gotto. 13) Censo di 9 tarì annui per un luogo sito in contrada Bordonaro nel territorio di Castroreale. 14) Tassa di 3 tarì e 12 grana dovuta al Seminario di Messina. 15) Tassa annuale di 12 tarì e 7 grana dovuta all'Arcivescovo di Messina. 16) Censo di 5 tarì e 6 grana dovuto al barone di Nasari per luoghi siti in contrada Zigari, Serro delli Cappuccini e Marsalini. XXVI Inizi del XIX secolo PROPRIETA’ E RENDITE DELLA CHIESA DI SAN VITO - ESTRATTO (GSV, cc. 23-75; 82v)50 CONTRADA BUTTIGLIERI O PETRARO 1) Terreno di venti tumuli, consistente in gelsi, vigne e altri alberi, confinante con il fiume di Lando, stretto vicinale e luogo degli eredi di Andrea Basilicò, concesso il 7 aprile del 1572 dai Giurati di Milazzo con atto del Notaio Vincenzo Cafarelli51. 2) Appezzamento di terreno concesso dai Giurati di Milazzo con atto redatto il 20 dicembre del 1573 dal Notaio Bernardo Carbone. 3) Rossella Renda, con testamento dell’8 dicembre 1648 (Notaio Giovanni Pensabene), donò alla sua serva Paola Greco un terreno di gelsi in contrada Petraro. Il terreno pervenne nelle proprietà 50 51 Si riporta di seguito una sintesi dei documenti. Nella Giuliana è riportato che, già agli inizi del XIX secolo, quest’atto (DOC. II), insieme con quello del 1573 (DOC. III), erano i più antichi documenti conosciuti sulla chiesa di San Vito («Luogo Buttiglieri, sia Petraro. Detto luogo oggi celsi, vigne, ed altri alberi posto nel Territorio di questa Città, confinante col fiume detto di Lando, stretto vicinale, e luogo degli eredi di Don Andrea Basilicò appartiene alla chiesa Madre di San Vito per concessione delli Giurati di Milazzo, di cui era questa città territorio, agli atti di Vincenzo Cafarelli lì 7 aprile 1572 a favor di detta Madre Chiesa. Consistea in tumuli venti circa col canone di tarì tre l'anno. Questo documento, ch'è il più antico, si conserva a Libbro Nuovo, folii 537 e 538. Li stessi Giurati concessero a detta Chiesa altro pezzetto di terra collaterale, agli atti di notar Bernardo Carbone lì 20 Dicembre 1573. Si conserva a Libro Nuovo sudetto, foglio 540. Tali concessioni si confermano nell'Officio dello Spettabile Don Cesare Gallo delegato lì 6 novembre 1580 come a Libro Nuovo, folio 543. Vedi anche il libro primo titolato: Nota delle persone che han lasciato le rendite alla sudetta Chiesa», GSV, c. 23v). 79 della chiesa il 6 ottobre del 1667 per la morte senza figli di Paola Greco (come disposto nel testamento di Rossella Renda). 4) Natale Renda, con testamento del 27 aprile 1652 (Notaio Sebastiano Recupero), donò alla chiesa un luogo di gelsi limitrofo a quello di Paola Greco. 5) Per atto di permuta con il Sacerdote Onofrio D'Amico (Notaio Michelangelo Papa, atto del 5 aprile 1809) la chiesa di San Vito incorporò un terreno coltivato a vigneto, cedendo in cambio due terreni a ortaggi siti nella contrada Casazza. CONTRADA PAPARO O SAITTONE 1) Terreno coltivato a oliveti, gelsi e vigne pervenuto alla chiesa per testamento del Sacerdote Mario Catalfamo (Notaio Zangla, atto del 16 settembre 1679). Quest’ultimo lo aveva acquistato da Antonino Losi, figlio di Francesco, con atto redatto il 27 giugno del 1671 dal Notaio Zangla di Castroreale. Su questo luogo (concesso in gabella a varie persone) vigeva l’obbligo di celebrare ogni lunedì mattina una messa cantata (per l'anima di Diego Florelli). 2) Terreno con diecimila vigne, alberi di gelsi, oliveto e canneto. 3) Terreno coltivato a gelsi CONTRADA DROMO O FONDACO O FIUME Giovannello Cambria, con testamento del 29 maggio 1559, legò alla chiesa la somma di due once annue. Gli eredi del Cambria, non pagando la somma dovuta, risultavano debitori nel 1770 di 18 once, 20 tarì e 10 grana. Per estinguere il debito, Gaspare Sacco, erede di Giovannello Cambria, vendette alla chiesa di San Vito un terreno sito nella contrada Dromo o Fondaco, il cui valore fu decurtato del debito dovuto (atto del 26 marzo 1770, Notaio Francesco Papa) . CONTRADE GRUTTICELLI E SANT'ANNA 1) Paolo Meni legò alla chiesa, in cambio della celebrazione di messe, un terreno sito in contrada Grutticelli (atti redatti il 27 marzo del 1623 e il 17 aprile del 1626 dal Notaio Giacomo Lombardo). Sebastiano Paratore, che occupava illegalmente il fondo posseduto dal Meni, venne condannato dal commissario Alojsio Saja a restituire il terreno occupato. 2) Sei terreni coltivati a olivo siti in contrada Grutticelli. 3) Terreno ad oliveto sito in contrada Sant'Anna. 4) Antonino Sottile, con atto redatto il 5 giugno del 1606 dal Notaio Filippo Sottile, donò alla chiesa, in cambio della celebrazione di messe, un luogo sito in contrada Grutticelli. Su questo terreno veniva preteso un censo da parte dell'Oratorio di San Filippo Neri. 80 CONTRADE SPUTAZZA O MARSALINI, S. ANNA O SANTA VENERA NEL TERRITORIO DI CASTROREALE. Il Sacerdote Agostino Meni, con testamento redatto il 24 ottobre del 1621 dal Notaio Giacomo Lombardo, legò la somma di 4 once annue all'altare del Santissimo Rosario della chiesa di San Vito e alla Cappella delle Anime del Purgatorio. La somma dovuta doveva essere prelevata, in cambio della celebrazione di messe, dalle rendite di un suo terreno sito in contrada Serro o Sant'Anna, donato al nipote Agostino Meni. Su questo terreno vigevano anche altre donazioni di rendite a favore della chiesa di San Vito. Non avendo Agostino Meni devoluto alla chiesa i censi annui, la Corte Straticoziale di Messina, con atto del 16 marzo 1662, dispose che il Meni, per estinguere il debito, concedesse in proprietà alla chiesa i seguenti beni da lui posseduti: a) Terreno sito in contrada Marsalini o Chiupopi coltivato a gelsi, su cui insistevano alcune case, un palmento e un giardino. b) Due luoghi di oliveti e gelsi siti in contrada S. Venera o Sant'Anna (allora territorio di Castroreale). c) Un terreno coltivato a gelsi (con una casa terranea) sito in contrada Sputazza o Marsalini. CONTRADE SAN BIAGIO, MORTELLITO O CASAZZI VECCHI, SAN ANTONIO O JODDO, CASAZZA. 1)Faustina Sottile, con testamento del 14 giugno 1636 (Notaio Baldassarre Peppuna), legò due once e sette tarì all'altare maggiore della chiesa di San Vito in cambio della celebrazione di messe. La stessa dispose inoltre che, nel caso in cui il fratello Matteo e la sorella Carolina fossero morti senza figli, venissero donate 200 once alla chiesa di San Vito. Data la mancanza di eredi di Carolina e Matteo Sottile, su disposizione della Corte Spirituale (13 maggio 1667), vennero concessi alla chiesa i seguenti beni posseduti dagli eredi Sottile: a) Luogo di oliveti sito in contrada San Biagio nel territorio di Castroreale, confinante con fiume pubblico, chiesa di San Biagio ed altri confini (in precedenza concesso in gabella a Simone Mirciano). b) Terreno di oliveti sito in contrada Mortellito o Casazzi Vecchi, concesso precedentemente in gabella a varie persone. c) Terreno coltivato a gelsi sito in contrada Sant'Antonio o Joddo, in precedenza ingabellato a varie persone. d) Terreno coltivato a gelsi sito in contrada Casazza. 2) Altro terreno coltivato a gelsi sito in contrada Casazza. Questo fondo, insieme a un luogo sito in contrada Pantenini o Samperi, venne permutato dalla chiesa di San Vito con un terreno a vigne sito 81 in contrada Petraro o Bottiglieri, di proprietà del Sacerdote Onofrio D'Amico. L'atto di permuta venne stipulato il 5 aprile del 1809 dal Notaio Michelangelo Papa. 3) Il Sacerdote Santi Puliafito, con atto del 3 luglio 1867 (Notaio Salvatore Fugazzotto), legò alla chiesa una rendita di 13 lire annuali da prelevare dalle rendite di un suo fondo sito in contrada Mortellito. CONTRADA SAMBUCA O BOTTIGLIERI Pietro Giunta, in cambio della celebrazione di messe, legò alla chiesa di San Vito la somma di 5 once annue (atto redatto il 18 gennaio del 1614 dal Notaio Giacomo Lombardo). Non avendo gli eredi del Giunta devoluto la somma annua prevista, con atto della Regia Curia Straticoziale (1662), venne disposto che la chiesa di San Vito entrasse in possesso di un fondo tenuto dagli eredi in contrada Sambuca (territorio di Pozzo di Gotto). CONTRADA CATILI Orazia Barresi, con atto redatto il 12 giugno del 1701 dal notaio Paolo La Rossa, legò alla chiesa un luogo di gelsi sito nella contrada Catili (in seguito concesso in gabella a Fortunato Casdia). CONTRADA SAN PAOLO 1) Luogo con oliveti, vigne ed altri alberi, confinante con il terreno del Convento di Sant'Antonino di Barcellona e il terreno del Monastero di Santa Maria di Messina. Questo fondo, un tempo posseduto da Donna Vittoria Russo, pervenne alla chiesa con atto redatto il primo giugno del 1769 dal notaio Filippo Impellizzeri di Castroreale. 2) Terreno a oliveti e altri alberi pervenuto per testamento di Domenico Pantè. Lo stesso Pantè, come si riporta nella Giuliana, «nella di lui schedula testamentaria, fatta per mano del suo confessore Don Placido Majo e publicata in Notar Simone Coppolino lì 23 aprile 1646, conservata a Libro Nuovo folio 370, legò onze venti ad essa chiesa all’oggetto di fare la Cappella del SS. Rosario, o sia di S. Maria del Rosario» (GSV, c. 39v). Il 10 aprile del 1647, per disposizione della Corte Civile, la somma di venti once dovuta dal Pantè, venne risarcita dagli eredi con la proprietà di un terreno sito in contrada San Paolo. CONTRADA FILICUSA 1) Terreno concesso per testamento dal Sacerdote Antonino Catalfamo. 2) Terreno occupato da gelsi. 82 CONTRADA BORDONARO O SAITTONE 1) Terreno con oliveti donato per testamento dal Sacerdote Antonino Catalfamo (Notaio Francesco Alicò, atto del 10 agosto 1708), confinante con proprietà della chiesa di Gesù e Maria e fiume pubblico. Su di esso vigeva il censo annuo di 9 tarì a favore del Principe Villadicane. 2) Terreno donato da Anna Spinella. CONTRADA FILICUSA O MOLINA Il Sacerdote Antonino Catalfamo, con testamento del 10 agosto 1708 (Notaio Francesco Alicò), donò alla chiesa un luogo coltivato dapprima gelsi e poi a canneto. CONTRADA SERRO DELLI GIARDINI Due terreni occupati da oliveti, vigne ed altri alberi donati dal Sacerdote Antonino Catalfamo con suo testamento del 10 agosto 1708 (Notaio Francesco Alicò). Il 22 dicembre del 1784 i due terreni furono concessi in «colonia perpetua» a Giuseppe Pirri e Giovanni Siracusa (Notaio Salvatore Consiglia). CONTRADA POMAGRI 1) Terreno confinante con un fondo del Convento di Santa Maria del Carmine e terreno del Sacerdote Fortunato Sances, pervenuto per testamento del Sacerdote Antonino Catalfamo (atto del 10 agosto 1708, Notaio Francesco Alicò). 2) Terreno occupato da gelsi confinante con fondo del Convento di San Francesco di Paola di Milazzo e altri confini. Venne concesso in gabella per tre anni a Domenico Fugazzotto (atto redatto il 15 novembre 1789, Notaio Paolo La Rossa). CONTRADA MANUCA O PISCOPATO Terreno concesso dal Sacerdote Antonino Catalfamo (testamento del 10 agosto 1708, Notaio Francesco Alicò) su cui gravava un censo perpetuo a favore della Mensa Arcivescovile di Messina. CONTRADA SUARO O SAITTONE Oliveto donato da Anna Spinella in cambio della celebrazione di messe. CONTRADA PANTENINI O SAMPIERI 83 1) Manfrè Bottiglieri concesse alla chiesa un terreno occupato da case e coltivato a gelsi, confinante con gli eredi di Giuseppe Crisafi, Donna Aloisia Basilicò e altri confini. Venne concesso in gabella a Nicolao Catina con atto redatto il 30 settembre del 1691 dal notaio Paolo La Rossa. 2) Luogo detto Ficarella o Risica sito in contrada Pantenini e confinante con un terreno del Sacerdote Antonino Cassata. CONTRADA ZICARI Terreno occupato da oliveti concesso dapprima a Domenico Fugazzotto (con atto redatto il 23 settembre del 1689 dal notaio Paolo La Rossa) ed in seguito al Notaio Domenico Cutrupia (atto del 7 ottobre 1806, Notaio Giuseppe Maria Zangla di Barcellona). CONTRADA TERREFORTI Terreno sito nel feudo di Gala, donato dalla Suora Rosa Busca con testamento redatto dal notaio Giuseppe Suriano. Il Sacerdote Mario Catalfamo dichiarava nel suo testamento che questo terreno era stato legato alla cappella del Santissimo Rosario della chiesa di San Vito. CONTRADA RECUPEROTTI O SALAMONELLO Terreno coltivato di cui si sconosce la provenienza. Su questo fondo vigeva un censo di 4 once e 21 tarì dovuti alla chiesa dell'Agonia di Messina. Da un contratto di gabella effettuato a favore di Giuseppe Accetta (atto del 10 giugno 1701, Notaio Paolo La Rossa) si evince che questo terreno era nelle proprietà della chiesa di San Vito dai primi del XVII secolo. CONTRADA MORTELLI O SERRO DELLA MONACA, DETTO DI PROTONOTARO Fondo con oliveti ed altri alberi sito nel feudo di Protonotaro, legato alla cappella del Santissimo Rosario da Suor Maria Giunta con atto redatto il 9 aprile del 1693 dal Notaio Paolo La Rossa e registrato nell'Ufficio dei Giurati di Castroreale l'11 aprile del 1693. CONTRADE MENDOLA, COPPOLA O JUNI Filippo Spinella legò alla chiesa la rendita annuale di 21 tarì (testamento del 21 agosto 1623). Non avendo gli eredi devoluto il canone, con atto del 7 ottobre 1697, vennero concessi alla chiesa di San Vito i seguenti beni (posseduti da Giuseppe Catalfamo, erede di Filippo Spinella): a) Terreno e un casale confinanti con fondo del Convento di Sant'Antonino di Barcellona. b) Terreno confinante con il fondo del Sacerdote Onofrio Trovato. c) Terreno confinante con il luogo un tempo posseduto dal Sacerdote Domenico Jannello. 84 d) Quattro terreni siti in contrada Mendola all'interno del feudo di Gala. e) Terreno con vigne e canneto sito in contrada Mendola e confinante con il feudo di Gala. f) Oliveto confinante con il terreno posseduto dal Sacerdote Sebastiano Bucalo. CONTRADA SALAMONELLO O RECUPEROTTI 1) Terreno con gelsi e altri alberi donato alla chiesa da Suor Rosa Maria Giunta (atto redatto dal Notaio Paolo La Rossa). 2) Terreno occupato da vigne e da una casa, pervenuto nel 1697 nelle proprietà della chiesa per un debito di 80 once che era dovuto da Matteo e Girolamo Recupero. Su questo terreno vigeva un censo a favore della Chiesa dell'Agonia di Messina. CONTRADA GURNAZZO O GESU' E MARIA Terreno occupato da un oliveto, alberi di fico e case, confinante con fondo posseduto dal Principe Villadicane. Pervenne nelle proprietà della chiesa per mezzo di una permuta. Fu concesso in gabella a Santo Bartola e in seguito a Marco De Luca. CONTRADA GALIFI Terreno occupato da gelsi, donato nel 1694 da Rosa Catalfamo. Venne concesso in gabella al Sacerdote Sebastiano Sanginisi con contratto redatto il 18 aprile del 1694 (Notaio Simone Rossitto). CONTRADA CATILOTTI O MOLLICA Terreno occupato da gelsi e da 5000 vigne pervenuto per transazione con il sacerdote Onofrio Trovato (erede di Antonino Trovato). CONTRADA BATTIFOGLIA Il Sacerdote Giuseppe Carrozza legò alla chiesa la somma di 10 once a lui dovute dal defunto Pietro Vasala (testamento del 14 giugno 1648, Notaio Giovanni Simone). I Procuratori della chiesa, per assegnazione della Corte Civile (1685) entrarono in possesso di un terreno sito in contrada Battifoglia e confinante con il fondo della chiesa di San Giovanni di Barcellona. Su questo luogo gravava il censo di 8 tarì annui dovuto all'Arciprete di Milazzo. FONDO BORDONARO O TERREFORTI Il Sacerdote Domenico Zumbo, con atto redatto il 3 maggio del 1759, legò alla cappella di San Vito un fondo sito in contrada Bordonaro. Le rendite del terreno dovevano impegnarsi per un terzo in 85 abbellimenti della cappella. A causa di un contenzioso relativo al possesso, il Tribunale Civile di Messina, con atto del 25 Giugno 1883, assegnò definitivamente il terreno alla chiesa. UBICAZIONE DEI CENSI DOVUTI E DELLE PRINCIPALI PROPRIETA’ E RENDITE DELLA CHIESA DI SAN VITO (da GSV, cc. 23-75; 82v)52 52 I toponimi presenti nei documenti corrispondono ancora con quelli attuali, facilmente rilevabili nella carta IGM di riferimento. 86 XXVII Seconda metà del XIX secolo L’ARCIPRETURA DI SAN VITO E GLI ORATORI PUBBLICI E PATRONATI, DA ESSA DIPENDENTI, IN UNA RELAZIONE COMPILATA DALL’ARCIPRETE GIUSEPPE DE LUCA (BP, cc. 1-6, 71-91) Abbiamo più volte in altri piccoli Schizzi Storici relativi alle nostre Cose Chiesastiche lamentato la deficienza di un Archivio Archeologico che i nostri maggiori avrebbero potuto compilare, e tramandare così ai posteri le notizie più importanti circa alle nostre Chiese, Pitture, Statue, e più d’ognaltro circa alla fondazione primitiva di questa Cura Arcipretale e della primitiva Parrocchiale San Vito. Ci lasciaron detto gli Antichi che in San Vito, sulla sagrestia, per quanto essa si estende, fossevi stato un Piano superiore, colle divisioni bisognevoli all’abitazione del Prefetto e Sagristani non chè allo Archivio della Chiesa (i Libri di Amministrazione, 31 Dicembre 1783, parlano di una Camera; la Concessione fatta all’Oratorio nel 1663 parla di Stanze superiori alla Sagrestia), che anteriormente ai tremuoti del 1783 fosse succeduto un incendio che avesse distrutto lo Archivio cennato; e che poi né tremuoti fosse caduta la parte più alta del Campanile e il detto Piano superiore alla Sagrestia, quale rimasto scoverto, le dirotte pioggie sopra venute ai tremuoti, abbiano terminato di rovinare poche cose, che dobbiam supporre trovarsi scritte e raccolte, scampate dallo incendio. E’ un fatto che ripassate tutte le Carte volanti della Chiesa trovate in un Armadio di S. Vito, svolti taluni volumi di scritture legate con corda d’erba, riandati tutti i libri in forma d’imperfetta Giuliana, contenente il Ruolo dè censi e dè Fondi donati alla Chiesa (libri tutti che dovettimo far coprire di nuove fodere), sull’altro trovammo che un sol volume pregevole, nel quale sono copiati e ligati Atti Provisionali relativi a contese giurisdizionali tra lo Arciprete di Milazzo e il Cappellano Curato di Pozzo di Gotto, ed altro. Una sola cosa ci è parsa degna di rimarco, che ci fè risolvere facendone ricucire il Volume di apporre al cozzo Documenti Preziosi, ed è la lunga e valida Contesa sostenuta dagli otto antichi procuratori e Cappellani di Pozzo di Gotto innanzi alla Santa Sede contro lo Arciprete di Milazzo, il quale pretendeva in forza del Dritto Canonico dover egli eliggere il nuovo Cappellano di Pozzo di Gotto, perché Casale ancora di Milazzo. Ma i Cappellani propugnavano la inveterata costumanza che il Curato venisse eletto da loro. Essi la vinsero. E non uno,ma due Brevi Pontificj, fecero emanare dalla Santa Sede, perché lo Arciprete di Milazzo oppugnava il primo Breve come emanato, medianti i Rapporti dello Arcivescovo di Messina, da lui attaccato di prevenzione, con nuova Supplica petitoria chiese che il Vescovo di Tropea riesaminasse lo affare, e riferisse; i Procuratori 87 Cappellani non desisterono, e non obstante il voto contrario di quel Prelato, la Santa Sede ritenne come dritto acquisito la costumanza, ed emanò un secondo Breve53. Ma siffatti Brevi esistono originali? Null’affatto … il volume sopra cennato ne contiene solo le copie. Esso contiene gli anni 1571 e seguenti. La deficienza quindi di un Archivio ci fa perdere in vane congetture, e getta in dense tenebre sino la costruzione materiale della primitiva Parrocchiale di San Vito; nulla sappiamo della prima epoca in cui questa Terra ebbe Case e Chiese, né possiamo assicurare che il primitivo titolo della Parrocchiale fosse stato San Vito. Un’antica tradizione vuole che la Chiesa fosse stata primitivamente titolata di Maria Santissima del Rosario, ed infatti il Quadrone al punto più elevato del Coro, che trae gli sguardi dè fedeli che vi entrano, è rappresentata la Vergine che dà la Corona a San Domenico, seguito da numerosi suoi correligiosi. Come passò poi a titolarsi San Vito? Gli antichi dicevano (noi non garantiamo) che l’attuale Statua in marmo rappresentante San Vito fosse pervenuta qui prodigiosamente, ed ecco come. Passando sulla rada del nostro mare una barca, su cui era la detta statua, diretta a qualche altra Città dell’Isola, pervenuta al ristretto spazio del lido proprio di Pozzo di Gotto, territorio poi assegnato da Milazzo al 1639, che non si estende se non dal fiume Longano, ossia di Barcellona, al fiume di Santa Lucia, il legno non passò più innanzi e per quanto grandi e continuati fossero stati gli sforzi dè Marinai e con le vele e coi remi a progredire il viagio, non vi fu possibilità … sicchè sparsasi la nuova nel paese e sceso il popolo e clero, il padrone della barca, sia per ispirazione sia per disperazione, lasciossi persuadere a gettare al lido la Statua del Santo. Gridossi allora “Miracolo! Qui vuole restare San Vito”. In fatto, siegue la tradizione, appena la barca fu libera da quel peso, salpò velocissima a continuare il suo viagio; e la Statua fu portata in processione alla Chiesa madre. Questi fatti già molto antichi, perché precedono le prime date dè Registri Parrocchiali che cominciano col titolo Parrocchiale San Vito, in mezzo all’assoluta mancanza di Documenti potrebbero ritenersi per veri, appoggiandoli noi alla sola pia credenza. Per incidenza diciamo che circa al nome del Paese, e no dallo Ansalone (de sua Phamilia), è derivato dalla Famiglia Gotho, nobilissima in Messina, di cui il 3zo fratello, detto Nicolò, ebbe assegnate nel 1432 vaste proprietà in questa pianura, e da un pozzo, forse celebre in què tempi, denominato sinora il Pozzo della Piazza, sia per abbondanza che per freschezza delle sue acque, ne venne la denominazione del paese il Pozzo di Gotho, al Pozzo di Gotho etc. Torniamo allo Assunto. I Libri di Amminsitrazione non rimontano a più del 1572, ma la Chiesa di San Vito, sì in essi che in tanti Atti autentici anteriori di donazione e lasciti alla detta Chiesa, 53 Le copie dei due Brevi pontifici, in cattive condizioni di conservazione, sono incluse nel Libro Magno. 88 qualcuno dè quali rimonta sino al 1541, è sempre chiamata Chiesa madre, Chiesa Maggiore, Parrocchiale. I Libri più antichi perciò dell’Amministrazione non esistono più. I Registri parrocchiali rimontano sino al 1595. Essi ci esibiscono la prova della semplicità di què primi Cappellani Curati, il di cui nome era il Maggior Cappellano, Vicario Foraneo, Delegato etc, nomenclature varie col variare delle Circostanze temporanee della Chiesa e della sua situazione contenziosa coll’Arcipretura di Milazzo (Vedi Nuova Chiesa Madre di Santa Maria, pag. 1° e seguenti). Ma torniamo a dire della sua primitiva fondazione nulla abbiamo, perché nessuna pagina scritta ci è rimasta. Com’è dunque che abbiamo i Registri Parrocchiali e di Libri Amministrativi che rimontano alle date sopra espresse? Bisogna supporre che i Registri esistessero presso al parroco e di Libri Amministrativi presso al tesoriere Procuratore nell’epoca dè Tremuoti, e non già nello Archivio. E si fu questa una fortuna, perché se què volumi fossero stati distrutti dai cennati disastri noi non dissomiglieremo dal Beduino, che nulla sa di se, della Casa sua e dè tempi anteriori se non quanto una generazione narra ad un’altra, quale stato sempre ed alterato dalla maniera di vedere o di sentire del Narratore. Anche qui come altrove sono provate siffatte alterazioni e variare di tradizioni. Ai sudetti Libri adunque e da qualche Atto Notarile solamente ci è dato di attingere… I Libri così detti Rossi, Archivio Comunale di Pozzo di Gotto, non suppliscono alle lacune, in che giace la Cosa Ecclesiastica del paese. Essi cominciano con la emancipazione del paese da Milazzo effettuita al 1639 (Contratto stipulato agli Atti della Regia Corte e nell’Officio dello Illustre Proconservatorato sotto lì 22 Maggio 1639). Una Storia Civile e Religiosa si sta compilando da un nostro Concittadino, il Signor Rossitto, che appresterà ai posteri dè lumi statistici, archeologici, cronologici e di progredimento … ma circa alla nostra Arcipretura, benchè Pozzo di Gotto sia divenuta Città Demaniale sin dal 1639, non potrei dare a questa titolare nomenclatura un’epoca anteriore al 1723. Parroco e Delegato Arcivescovile e Vicario Foraneo il Sacerdote Dottore in teologia Don Giuseppe Crisafulli, che fu il primo ad assumerne il titolo. Costa cioè dall’Atto Autentico del 7 Aprile 1723 in Notar Giacomo Sottile e Lombardo, che qui appresso trovasi alligato in Copia legale54. Esso contiene una Dotazione di tre fondicoli ed una Casa e casaleno che il detto Crisafulli ed una di lui Sorella Donna Fortunata fanno in favore del Titolo Beneficiario Curato, acciò possa denominarsi Arcipretura, mercè questo supplimento di Congrua a quanto la Chiesa dava al parroco pro tempore. 54 La copia menzionata non è stata rinvenuta nel volume. 89 Sino al Concordato del 1818 tra Pio VII° e Ferdinando I° erano sconosciute in Sicilia le Congrue Comunali da darsi ai parrochi. Lo appannaggio Parrocale risultava dalle Messe e soldo che le Chiese davano allo Arciprete o parroco che fosse. Il nostro avea similmente una rata delle Messe della Chiesa, ed un soldo doppio di quello che avea ognuno dè 10 Cappellani. Intanto è Disposizione del Sagro Concilio di Trento che il Beneficio Curato non possa avere perpetuità, senza un Assegno certo, stabile e perpetuo. Dalla dotazione anzidetta, nella quale è anche inserita una Supplica del Municipio a Monsignor Arcivescovo Migliaccio, risulta che, sino all’epoca sopra cennata 1723, il parroco locale per mancanza di assegno autentico non avesse perpetuità ma fosse amovibile ad Nutum del Diocesano. Il Parroco Crisafulli e sua Sorella partono da questa idea nello assegnare i tre fondicoli; intendono che per mezzo di questa dotazione il titolo Curato divenga perpetuo e vi pongono per principale condizione che allora avesse vigore l’Atto cui devengono quando Monsignor Arcivescovo facesse assegnare a perpetuità al parroco su i beni della Chiesa anche in legati di messe, quella posizione congrua di sostentamento che sino allora eragli stata data precariamente e dando essi un supplimento di rendita in onze 7.21 annue, possibimente sperabili, secondo perizia, dai detti fondicoli, decretasse l’Ordinario poter il Dotante Parroco Crisafulli assumere il titolo di Arciprete ed in perpetuo lo avessero i Curati posteriori. Cinque giorni dopo fu emanata la Provvista. L’Arcipretura dunque di Pozzo di Gotto prese il vero carattere di beneficio perpetuo Arcipretale non prima del 1723 e lo si ebbe ex omni jure et titulo, non come una falsa tradizione ha fatto credere sinora che lo Arciprete Crisafulli avesse assunto questo titolo, perché in una lettera Viceregia per altro affare la interna disposizione del foglio avesse detto “Al molto Reverendo Arciprete Dottor Don Giuseppe Crisafulli” (Questo fatto avvenne in persona del parroco Don Bartolomeo Perroni a 14 Gennaro 1714. Vedi Documenti preziosi o Libro Magno pag. 10). Ma vi è solo la forma del Concorso, da cui bisogna credere che l’Ordinario avesse dispensato (attesi i meriti, i servizi, il possesso in atto e la Laurea Dottorale Teologica) il Beneficiario (si fa osservare che è di dritto dell’Ordinario la scelta del primo Parroco in una chiesa che si eleva a Parrocchiale perpetua, quindi senza dispensa poteva l’arcivecovo eliggere lo stesso Crisafulli senza concorso)55. Questa dispensa dal concorso pel primo Arciprete Crisafulli fa leggere in tutte le Note Battesimali e Matrimoniali, come in tutti gli atti della Curia Spirituale del successore Arciprete Don Francesco Florelli “Primus Archipresbyter per concursum”. Sarebbe un lavoro soddisfacente lo spoglio dè Registri Parrocchiali per dare lo Elenco di tutti i parrochi che han retto spiritualmente il Paese e noi tenteremo di porvi mano. 55 Il testo evidenziato in grassetto fu inserito dall’arciprete Giuseppe De Francesco. 90 Daremo qui per ora lo Elenco dè Parrochi ed Arcipreti esistiti dal 1638 a noi perché il governo di buona porzione di essi si lega all’Arcipretura ed al titolo della Chiesa Madre. Ne facciamo una Tavola con le Rubriche di Nome e Cognome Don Giovanni Battista Zangla Don Mario Catalfamo Don Blasio Sacco Don Michelangelo Greco e Don Francesco Valenti ad nutum l’uno dopo l’altro Don Antonino Catalfamo Don Giuseppe Russo Don Bartolomeo Perroni 1° Arciprete Dottor Giuseppe 18 Ottobre 1690 1698 1708 1711 1° Marzo 1721, titolato l’11 Aprile 1723 Francesco 24 Luglio 1692 20 Gennaro 1739 9 Novembre 1765 11 ottobre 1738 1708 11 Febraro 1634 Battesimo Elezione 1638 1647 1678 1689 a 1698 13 Settembre 1679 Morte Crisafulli 2° Arciprete Dottor Florelli 3° Arciprete Dottor Melchiorre Rossitto 4° Arciprete Dottor Domenico Principato 5° Arciprete Dottor Alicò 6° Arciprete Dottor Melchiorre Consiglia 7° Arciprete Dottor Giuseppe De Luca 8° Arciprete Dottor Giuseppe De Francesco 23 Luglio 1857 6 Settembre 1806 19 Luglio 1772 Francesco 31 Dicembre 1780 5 Maggio 1729 1 Settembre 1731 10 Gennaro 1766 6 Settembre 1785 16 Gennaro 1787 19 Gennaro 1815 1° Maggio 1815 14 Ottobre 1847 25 Gennaro 1850 10 Agosto 1862 28 Giugno 1863 21 Dicembre 189456 23 Agosto 1894 Abbiamo rimontato alla dietroscritta epoca del 1638 per poter dare una maggiore estensione a quanto di volo cennammo alla pag. 3 della nostra Narrazione Storia per Santa Maria Assunta, lo impegno, cioè, dei nostri Maggiori, perché Pozzo di Gotto avesse l’Arcipretura ed una nuova Chiesa madre. Da quanto ivi cennammo è certo che il 1620 ci dà il principio dell’autonomia patria, quando in corso delle pratiche presso al Governo perché avesse luogo la emancipazione, il Parroco 56 Il testo evidenziato in grassetto fu inserito dall’arciprete Giuseppe De Francesco. 91 Don Matteo Valveri ed i Proceri del paese chiamano un Ingegniere da Messina a disegnare la nuova Chiesa madre e farne il Modello. Vedi Libro d’Esito 1620, 8 settembre di San Vito […] Oratori pubblici in Città Il primo e più grande e meglio ornato si è quello fondato dal nostro primo Arciprete Dottor Don Giuseppe Crisafulli, oggi patronato degli Eredi del fu Don Corrado Beltrano, e dedicato al gran Patriarca San Giuseppe, in quartiere Buonriposo. Esso è una dimostrazione evidente della somma divozione dello Arciprete al Patriarca, mentre tutte le pareti ed ornati dell’Oratorio, sono simbolicamente eloquenti in onore del Santo. Disgrazia del Paese che tutto lo antico, migliore certamente del moderno, dee andare in distruzione! Quegli ornati si deperdono, e per ora non si spera una rifazione! Il Quadro all’unico Altare è un gruppo, ordinato senzameno dal Divoto, impasti soliti delle nostre pitture; esso rappresenta la Santa Vergine con S. Giuseppe, e fan loro compagnia San Filippo Neri e San Antonio di Padova. I Patroni vi hanno il Lettorino da dove assitono alla Messa, ma la Sagrestia perdette la volta e rimane ancora sotto tegole. I Documenti della fondazione con l’assegno del cespite ed obbligo di più messe per ogni settimana sono presso i Patroni sù detti. E’ certo che nel tempo presente il beneficiale Don Giuseppe De Luca Beltrano, investito del posesso dè fondi assegnati, celebra due messe la Settimana, Venerdì e Domenica. Darò, se mi sarà possibile, un sunto della fondazione nel Volume dè legati pii del paese, che ho ancora appena abbozzato. Nella Visita che Monsignor Arcivescovo Natoli nel Luglio 1868 ordinommi di fare in sua vece, trovai il detto Oratorio piuttosto male in arnese, ma non interdetto. Gli è conceduta la Via Crucis, ed un piccolo Eccehomo di plastica sopra un cartapane giova al ricordo del detto Esercizio. Ha pavimento di creta, e si vede la Lapide, dov’è sepolto il Fondatore, con l’Iscrizione seguente Flos - Cinis Ut Mundi oblitus, Caelique Memor viveret, hanc sibi condidit Urnam Adm(odum) Rev(erendus) Abbas S(acrae) T(eologiae) D(octor) D(on) Joseph Crisafulli Primus Archipresbiter, rector et Parochus Ven(erabilis) huius Civ(itatis) Putei de Gotho, ac istius Ecc(lesie) Fundator Anno D(omi)ni MDCCXXX 92 Obiit 5° Idiis Octobris MDCCXXXVIII Fu estratto il suo cranio secco, che sta in Sagrestia, non so perché gli si scrisse sopra: R(everendissi)mus Abbas S(acrae) T(eologiae) D(octor) et Prothon(otarius) Ap(ostolicus) D(on) Joseph Crisafulli p(ri)mus Arch(ipresbiter) Hu(iu)s Civ(itatis) Putei de Gotho. Obiit undecimo 8bris 1738 Santa Rosolia Quasi dirimpetto e sotto loantico palazzo del fu Barone Sanginisi, Autore della Famiglia del Barone Franchina, col titolo di Fontana Murata, esiste l’Oratorio publico dedicato a Santa Rosolia, padronale della detta Famiglia. Vi si soddisfano due antichi legati di messa festiva, fondati da Sanginisi e Franchina. Per effetto delle Riduzioni del 1808 e 1859 il Numero delle Messe è insufficiente a tutte le feste. Cercò supplirvi il fu Don Vittorio Franchina del fu Don Giuseppe con unlascito a favore di suo figlio Sacerdote Don Giuseppe Franchina Runcio, vivente, forse questa terza fondazione subirà la stessa sorte. Santa Maria del Buonriposo Prossimo ai due precedenti e proprio tra la Casa di Don Salvatore Munafò e quella del Cavaliere Donato esiste l’altro Oratorio, denominato come sopra; e dedicato alla57 dotato del legato di messa festiva, come nel Volume dè Legati, avanti cennato. Santa Maria delle Grazie, ossia Graziella Nel quartiere Sputazza, contigua ad un mio giardino, esiste la Chiesetta summentovata, fondata dal fu Cavaliere Don Francesco Gregorio e Ventimiglia a 25 Febraro 1715, dedicata a Santa Maria delle Grazie, come dal Dipinto posto in capo all’Altare. Sonovi pure un S. Francesco d’Assisi e Santa Teresa ed un San Spiridione piccolo. Gli attuali padroni sono i Fratelli Russo, Don Angelo, Don Carmelo, Don Vito ed i figli di una loro Sorella Donna Maria, defunta moglie di Don Franco Papa, ed i figli di fu Don Liberale Russo. I detti fratelli Russo sono figli di due Sorelle Gregorio Donna Angela, Donna Giuseppa, successive mogli del fu Don Basilio Russo ed i figli di Don Liberale ebbero per madre altra sorella Gregorio Donna Vita, figlie tutte e tre di Don Ludovico Gregorio e Donna Felice Florelli. 57 Il manoscritto è mancante di una parte. 93 Il detto Don Ludovico de Gregorio era figlio del sopradetto Don Francesco de Gregorio fondatore e di Donna Angela Rossitto. La Fondazione del legato è in onze 3 annue. Onze due per la Messa festiva ed onza una per utensili e giogali, come si legge nell’atto sopra cennato, in cui il testatore assoggetta tutto il fondo limitrofo al Palazzo, consistente in giardino e vigneto. L’Oratorio venne eretto alla estremità del detto Palazzo e sotto solare, per lo che il Parroco de tempore non voleva aderire alla Benedizione ed apertura di esso. Il Gregorio avea dè Rapporti ed ottenne da Monsignor Vicario Castello l’Ordine benedirsi, in esito alla promessa del Gregorio scritta in detto ordine di non servirsi del sopra solare ad uso profano. Questo Documento è in mano a Don Angelo Russo. L’Atto di fondazione, sia per tale controversia preveduta sia per dare maggiore facilitazione agli eredi e successori, li lascia liberi a poter trasportare il detto Oratorio in altro punto di tutta la proprietà salvo sempre il perpetuo adempimento del legato. Il Palazzo soffrì le ingiurie del tempo e precipitò; sicchè l’Oratorio si liberò dal sopra solare, benchè Don Basilio Russo, verso il 1819, rialzò le 4 mura del detto Oratorio in forma di Casamento e lasciò. Mortosi poi alli 11 Febraro 1837, i di lui figli e figlia, come i figli di Don Liberale, sposo a Donna Vita Gregorio, come sopra notammo, fecero la divisione dè beni, ch’è rogata presso Notar Alosi al 1840, ed in essa tennesi ragione del legato. Fu attribuita una 3za parte della obbligazione ai figli di Don Liberale, Don Luigi, Don Nicolò, Don Salvadore e due terze parti ai figli e figlia di Don Basilio, Don Angelo, Don Carmelo, Don Vito e Donna Maria. I figli di Don Liberale e Don Federico Siragusa col nome maritale di detta Donna Sebastiana, figlia del primogenito Don Luigi venderono le loro rate di proprietà del giardino e vigneto, senza rilascio di capitale in mano del Compratore Don Antonino De Luca Beltrano. I figli di Don Basilio convennero nella Divisione del 1840, che dell’onza 1 e tarì 10 che sono le due terze parti dell onze 2 di messe, si dovessero soddisfare tarì 16 da Don Angelo, tarì 8 da Don Carmelo, tarì 8 da Don Vito, e tarì 8 da Don Franco Papa col nome maritale della sorella Donna Maria. Seppi poi che Don Angelo e Don Vito siansi combinati tra loro, perché la obligazione del primo sia assunta dal secondo, sicchè Don Vito adempie per tarì 24 di messe annue. 1870. Lo Spirito Satanico del 60 si dilata per tutto. La Comune andò in pensiero di elargare la Strada Graziella. Le Leggi di questo tempo permettono che pel pubblico ornato, o volontariamente, o per espropria forzosa, si dirocchino Case e mura dè proprietari e non sono risparmiate le Chiese. In Messina, nostra Capodicesi, tante Chiese sono state diroccate … è il progresso. Anche la Graziuella di Don Francesco Gregorio se ne andò in fumo; si dovette cedere alla Comune per elargare la strada. 94 Mi posi in regola rapportando a Monsignor Arcivescovo il fatto e riferendo che il Fondatore Gregorio dà libertà agli Eredi di trasferire la cappella in altro punto. Non potendo ostare al tempo, Monsignore annuì coll’incarico di raccomandare ai fratelli Russo lo adempimento. Ho preso me la lapide dello altare. 30 Settembre 1870. Don Vito Russo, principale obligato nella faccenda, diroccato l’Oratorio risolvette impiantarvi un nuovo Quartino di casa, dichiarando di voler trasferire l’Oratorio nella Chiesa madre, costruendo un nuovo Altare a lato dell’Assunta, in corrispondenza di quello di San Filippo nell’altra ala. Oratori padronati in Campagna 1 a Villa Barresi a Pagano All’estremo limite della giurisdizione Arcipretale di Pozzo di Gotto sull’ora marittima, nell’ambito di Calderà, prossima al fiume di Barcellona il Signor Don Salvadore Barresi, figlio maggiore del fu Don Francesco, possiede una vasta proprietà con casina, molti casamenti rurali, ed una Chiesetta. La vita Cittadina del detto Don Salvadore ha fatta restare chiusa la Chiesa e da moltissimi anni non si è celebrata più la messa festiva che quegli antichi Coloni ricordano. Al 1858, primi mesi del mio Vicariato Arcipretale, apunto a 29 Luglio, credetti mio obligo interrogare il Signor Barresi, venuto a villeggiare nell’Ottobre, perché erasi omessa la celebrazione che il di lui Padre adempiva. Le mie buone relazioni col Padrono mi animavano a questa Domanda; ma vi ebbi la leale confidenza che nello acquisto della proprietà, fatto dal di lui padre, nulla affatto si dice di obbligazione di messa in quell’Oratorio, né fondazione di legato evvi cennata. Aspettiamo che il tempo schiarisca qualche dubio che naturalmente sorge da una Chiesetta di Campagna, che dicesi fondata senz’assegno perpetuo di messa festiva, certi come siamo, che nessun Oratorio potrebbe fabbricarsi senza il placito Pontificio o Diocesano, né licenza si darebbe da tale Autorità senza lo assegno di un fondo annuo per la celebrazione. 2da Acquacalda La proprietà dentro cui esistono le Casamenta e Chiesetta in questa Contrada appartenevano al Signor Barone Colonna Romano, oggi al di lui genero Conte Gaetani, Napolitano. La Cappella ha due altari, il maggiore ha un Quadro rappresentante Maria Santissima delle Grazie con a destra San Paolo, nome del barone ed a sinistra San Biagio. L’altro Altare è dedicato al Santissimo Crocefisso ed Addolorata. 95 Evvi la Messa festiva per fondazione, celebrata ordinariamente da un Capuccino, cui què Campagnoli hanno gran credito propter conjurationes. 3za Casino, Siena, Sienazza Antica proprietà del Principe Santa Flavia, venduta allo Abate Don Cosimo Cassata tutta quella pianura sino a Pozzoperla, fu divisa in vari lotti tra Proprietari Messinesi e Pozzogottesi. Il punto dov’è sita la Cappella, staccata dalle casamenta, appartenne al fu Don Letterio Bruno, Orefice Messinese, e poi per Testamento a Don Giuseppe Cannizzaro, che lo legò alle figlie femine, una delle quali sposò Don Domenico Basile, patrocinatore, il di cui figlio maggiore, Don Onofrio, vendè la proprietà a Don Domenico De Luca Messinese, e da costui per esproprio passò ai fratelli Cutroni attuali possessori. La cappella non fu fabbricata da Bruno, e non ha fondazione di legato di messe. 4 a Petraro Era dell’Abbate de Maria Messinese la proprietà che verso il 1830 passò per successione e per via acquisti a vari Messinesi, e principalmente al Signor Carserà Costa e Cavaliere Cardillo. Esisteva anteriormente la Cappella dedicata a Santa Maria dell’Idria, come rappresenta il Dipinto sull’Altare, ch’è di marmo, ed è in esercizio la messa festiva per fondazione in onze 5 annue. 5 a S. Andrea Lasciammo indietro S. Andrea Cappella propria degli antichi Cavalieri Gregorio: Don Carlo zio, Don Carlo nipote, oggi Don Corradino Nicolaci, marito alla Nipote della moglie infeconda di Don Carlo nipote. Questa Nipote, Donna Rosaria Stancanelli da Novara è parimenti infeconda … Pare che sia castigo di Dio! La Cronaca paesana ha come dal testamento di Don Carlo zio, che colà doveasi fondare un Oratorio Filippino e che Don Carlo Nipote abbia ottenuta una commuta di volontà per Breve Pontificio. Il legato di messe è per due la settimana, inclusa la festiva. Il Quadro allo Altare, dipinto dall’Ottimo nostro Concittadino Sacedote Don Antonino Vescosi, rappresenta Maria Santissima delle Grazie con a destra S. Andrea ed a sinistra San Placido. Nella Visita al 1868, trovai questa Cappella ben tenuta e ben fornita di tutto il bisognevole a preferenza delle altre; e ciò perché i padroni passano ivi buona parte dell’anno. 6 a Al Cavaliere La Cappella esistente isolata nell’Atrio del palazzo Baronale un tempo proprietà dè Principi Brunaccini era primitivamente dedicata a Santa Anna. Abbiamo trovato nelle Scritture antiche di 96 San Vito un Ordine di Monsignor Vicario Castelli, 23 Gennaro 1720, al parroco locale Reverendo Don Bartolomeo Perroni, per benedire la detta Cappella dedicata a Santa Anna. Questa vasta proprietà passò da Brunaccini al fu Don Andrea Basilicò, e poi per espropria a Don Domenico De Luca da Messina. Nel Luglio 1868, incaricato da Monsignor Arcivescovo Natoli per la Visita, non vi trovai più Santa Anna come Titolare ma un Quadro dell’Annunziazione. Mi è ignoto sinora quando ebbe luogo la mutazione. Si soddisfa dagli attuali Padroni De Luca la Messa festiva. Sino a questo punto Arciprete De Luca. Negli ultimi di Settembre, corrente anno 1898, dall’attuale celebratario della messa festiva nella sudetta Cappella Sacerdote Don Giuseppe Presti di Barcellona mi fu detto che, a causa dei terremoti già avvenuti nel Luglio scorso, il Patrone del Casino, erede del sudetto De Luca, fece diroccare la Cappella, molto lesionata, e la formò in una casa sita dietro allo stesso casino con annessa sacristia; quindi mi pregava a prommovere dall’Arcivescovo la facoltà di benedire la nuova chiesetta, come difatti avvenne. Il giorno 24 Settembre, munito delle debite facoltà, mi recai al cavaliere assieme al Sacerdote Don Antonino Carrozzo, Maestro Notaro di Curia, al Sacedote Don Rosario Bucalo e al suddetto Sacerdote Presti e benedissi la nuova cappella o Chiesetta celebrandovi in seguito la Santa Messa. Arciprete G. De Francesco58. 7a Santissimo Crocefisso Nell’Atrio o Cortile delle Casamenta e Casina Patronali di quella Contrada e Proprietà assai vasta esiste la Cappella Patronale, appartenente in atto agli Eredi del Signor Panebianco da Messina. Questo latifondo, proprio dell’antica e nobile Famiglia Patti e Puteo di Messina era stato da essa donato alla Compagnia di Gesù. Nella Confisca fattane al 1773 e 74, in esito alla soppressione ordinata dalla Bolla di Clemente XIV°, venne restituito alla Famiglia Donante. Da essa passò per vendita al Marchese Carrozza Pallavicini e poi per simile Atto al negoziante Signor Panebianco, rimasto senza eredi maschi. La Cappella è in ottimo stato con due Messe la settimana, inclusa la festiva. 8va Femminamorta All’estremità Orientale del nostro Territorio, nel latifondo oggi posseduto dal Signor Don Vincenzo Todaro, esisteva una Chiesa patronata rurale, fabricata dal fu Don Santi Crisafulli al 1790, marito a Gaetana Calderone. 58 Parte in grassetto inserita dall’arciprete De Francesco. 97 Esistono in famiglia Todaro il testamento che contiene la fondazione di una Messa cotidiana e tutt’altri Documenti di Divisione Ereditaria fra i discendenti di Crisafulli. Durante la vita del Sacerdote Don Gioachino Crisafulli, che cessò a 13 Febraro 1843, nato a 28 Novembre 1754 da detto Santo e Gaetana Calderone, fu adempita la volontà del Fondatore, il quale avea disposto che la Messa cotidiana fosse celebrata nelle Domeniche e feste nella sua Chiesa in Feminamorta e né giorni di lavoro nella Venerabile Chiesa di Gesù e Maria; il Reverendo Crisafulli sino alla sua ultima malattia non ne omise mai lo adempimento. Ma lui morto sorsero contese tra i successori Beneficiali, Preposto Bucalo e Padre Vincenzo Pantè di Don Angelo da Merì, ambidue congiunti al fondatore. Le rispettive pretese furon portate innanzi a Monsignor Arcivescovo Villadicani e da lui passarono al Governo Luogotenenziale di Palermo, da dove disposizioni economiche ordinavano che celebrassero ambidue, mettà per uno la Messa cotidiana. Ma queste disposizioni restarono vive perfino che, venuto il tempo di venire pagati i due Celebratari dai padroni del latifondo, si ebbe in risposta dal Signor Todaro ch’ei possedeva per mettà e l’altra mettà si possedesse pel detto Pantè. Intanto, non si sa come, cadde la coverta della Chiesa a Feminamorta, questo servì perché la Messa si fosse ridotta in Gesù e Maria e per mettà59. 1875. Abbiamo da aggiungere qui una nuova Chiesetta in campagna nella Contrada Cammìsa e nella proprietà del Signor Famà, padre dè due Sacerdoti Don Francesco e Don Angelo, il quale nel maggio di questo anno 1875, fece domanda a Monsignor Vicario Capitolare di poter costruire a sue spese un publico Oratorio staccato dalla propria abitazione e presentò la obligazione di fornirlo di tutto l’occorrente e di manutenerlo, volendolo dedicato al Sagratissimo Cuore di Gesù60. 59 Le condizioni di degrado della chiesa furono segnalate all’arcivescovo di Messina da Giuseppe Crisafulli, nipote del fondatore, come si riporta nella seguente lettera allegata: «Eccellenza Reverendissima, Giuseppe Barresi Crisafulli di Barcellona Pozzo di Gotto umilia. Santo Crisafulli, suo Nonno, al 1790 fece fabbricare una Chiesa in un grande rustico fondo contrada Feminamorta. Assegnò la mettà dei frutti del grande luogo al beneficiale che dovea celebrare tutti i giorni festivi dell’anno la Messa in quel Villaggio, e gli avanzi di quello esito impiegarsi ad altri usi Chiesastici dallo stesso disposti. Tutto fu eseguito fino a puochi anni or sono. Mani sagrilighe diroccarono la Chiesa per usurparsi i frutti. Non puochi i danni e Religiosi ed Umani. Saranno dati all’uopo tutti i chiarimenti. Prega la Eccellenza Vostra Reverendissima dare e provocare le più energiche disposizioni. Barcellona Pozzo di Gotto, 7 Luglio 1868. Giuseppe Barresi Crisafulli» (BP, fogli sparsi). 60 Alla chiesetta fu assegnata una dotazione annua di cento lire, come si riporta nel seguente documento allegato: «I sottoscritti Reverendissimo Canonico Decano Don Mario Aglioti, Vicario Capitolare ed in detta qualità rappresentante la Curia Arcivescovile di Messina, ivi domiciliato, ed il Signore Salvadore Famà, figlio del fu Carmelo, proprietario domiciliato nel Comune di Barcellona Pozzo di Gotto. Dette parti, in virtù del presente privato scritto da valere qual pubblico strumento, dichiarano e convengono quanto siegue. Essendo stata accordata dalla predetta Curia di Messina al succennato Signor Famà la facoltà di potere erigere in una sua proprietà, esistente in detto Comune e nella contrada Cammìsa, una chiesa rurale sotto titolo del Sacro Cuore di Gesù, sotto l’espressa condizione che, pria di aprirsi al Pubblico Culto, si dovesse da esso Signor Famà addivenire alla corrispondente dotazione ai sensi dei Sacri Canoni, si è per questo che il prelodato Signor Famà, in virtù del presente, per se, suoi eredi e successori, dota ed assegna alla predetta Chiesa, e per essa alla menzionata Curia, la annua rendita di lire Cento pel mantenimento del culto nella chiesa in parola, e ciò fin tanto che la stessa sarà dall’autorità ecclesiastica mantenuta aperta al Culto Pubblico a vantaggio dei Fedeli. A cautela della predetta annua rendita il predetto Signor Famà assoggetta a favore della Curia di Messina, a 98 In esito a tale Domanda Monsignor Vicario in data 13 Maggio, scrissemi come siegue. Reverendo Signore. Metterà Lettura nella qui acchiusa, in firma del Signor Salvadore Famà con preghiera di visitare il luogo destinato a Cappella publica onorandoci di incontro in una alla rimessa ed occorrendo riferire. Il Vicario Capitolare Canonico Decano Mario Aglioti. Visitato il locale e trovate leste le mura, la coverta e lo zoccolo pell’altare in un vano di palmi per61 attaccato ad un’altra piccola officina che potrebbe servire per Sagrestia, feci il competente Rapporto al prelato62. Ed in data del 12 Giugno Monsignor Vicario emise il corrispondente Decreto Nos Marius Aglioti etc. Cum summa sit ratio, quae pro pietate et religione facit, et ad eaquae tenderit ad Divini cultus augmentum, proni esse debemus, ideo attentis narratis et alius justis de causis animum nostrum digne moventibus, praesentata per Don Salvatorem Famà, comunis Miriorum, in hac nostra Cancellaria obligatione manutenendi perpetuo fabricam et supellectilia necessaria et decentia, tam pro ornamento altaris quam pro celebratione missae, ac celebrare faciendi saltem tres missas in die Sancti Titularis; licentiam et facultatem Oratori Ecclesiam in loco in precibus expresso aedificandi et construendi sub titulo Sanctissimi Cordis Jesu, salvis tamen et reservatis juribus parochialibus et archiepiscopalibus, quod Nos attinet, concedimus. Dummodo tamen Ecclesia habeat januam in via et loco publico nulla que in ea adsit communicatio, sive transitus ad domum vicinam, neque e domo in eam prospectus aut alia servitus existat. Sacramenta in ea absque nostra expressa licentia non administrentur neque oblationes aut elemosiae recipiatur, neque sulcrum construatur. Prima autem missa, postquam Ecclesia erit constructa, non celebretur nisi prius a nobis, vel alio deputato fuerit benedicta et licentia celebrandi concessa. speciale ipoteca, tutto ed intiero il mensionato fondo rustico in contrada Cammìsa, esistente in detto Comune Barcellona Pozzo di Gotto, consistente in vigneto o frutteto, confinante da due lati con il Signore Duca Avarna, e da altri due con Don Giovanni Bonina e riportato nel Catasto fondiario di detto Comune sotto il nome di Famà Salvadore al Numero 560, 1161,1162,1164. Lo stesso Signor Famà si obbliga, quando sarà richiesto, di pagare tutte le spese di qualunque siano natura per la registrazione della presente convenzione, nonché quelle per la pubblicazione della ipoteca come sopra convenuta mediante iscrizione nello ufficio delle Ipoteche di Messina, e ciò a semplice richiesta di chi sarà per rappresentare la Curia in parola. Come a richiesta della stessa Curia si obbliga lo stesso Signor Famà per se e suoi ed in ogni avvenire tempo, intervenire presso publico Notaro, ed a tutte sue spese depositare agli atti pubblici la presente convenzione. Il predetto Monsignore Vicario Capitolare, colla rappresentanza suddetta, accetta espressamente dal menzionato Signor Famà le obbligazioni come sopra assunto. Messina lì 8 maggio 1875. Salvadore Famà. Canonico Decano Mario Aglioti, Vicario Capitolare. Per copia conforme all’originale esistente in questa Curia Arcivescovile di Messina, da servire per uso della Curia Spirituale di Pozzo di Gotto. Sacerdote Gaetano Gulli Pro Magistro Notaro» (BP, fogli sparsi). 61 Il manoscitto non riporta misure. 62 Il rapporto sulle condizioni della cappella, stilato dall’arciprete De Luca, era il seguente: «12 Luglio 1875. Monsignor Vicario. Avvertito dal Signor Famà che l’Oratorio publico da lui costruito fosse già lesto e che venisse designato il giorno della benedizione, giusta l’Ordine di Sua Eminenza Reverendissima dato a 12 dello scorso Giugno, ci siamo nuovamente conferiti sul luogo per verificare se le condizioni in esso Ordine contenuti siansi appuntino eseguite. Debbo ora sommetterle che al pieno adempimento manchino solo due cose: l’una già cennata nel mio primo rapporto, che sia in fatto destinata a Sagrestia la officina attaccata allo stesso Oratorio con la porta in esso corrispondente; l’altra che il Quadro principale del Titolare, cioè del Sagro Cuore, sia dipinto ad olio, mentre quello preparato, sebben in ottima Cornice, è però una piangia in carta, il che è vietato. Credetti necessario sdebitarmi di tali osservazioni rimettendo alla Pastorale Autorità il competente provvedimento» (BP, fogli sparsi). 99 In quorum etc. Datum Messane die 12° mensis junii 1875. Canonicus Decanus Marius Aglioti Vicarius Capitularis. Sacerdos Cajetanus Gullì Pro Cancelliere capitularis. Concordat cum Originali. Tassa lire 15.30 In pari data Monsignor Vicario spiccò l’Ordine di benedire l’Oratorio in parola; ma esso deb’essere ancora allestito, abbiamo collato qui stesso l’Ordine sudetto63. N.B. La Copia autentica del dietroscritto Decreto fu restituita al Signor Famà64. Cappelle particolari in casa. In paese sono state sempre poche le Cappelle particolari in casa. Quella che c’è stata sempre dacchè il Principe Don Mariano Villadicani edificò la sua Casina nel Quartiere Botteghelle o Gesù e Maria, 63 L’ordine era il seguente: «Nos Marius Aglioti, sanctae proto-metropolitanae Messanensis ecclesiae, canonicus decanus prima dignitas post pontificalem archimandritalis nullius dioecesis sede vacante, vicarius apostolicus huius Messanensis archidioecesis jam vicarius generalis nunc vero in spiritualibus et temporalibus, vicarius generalis capitularis etc. reverendo nostro carissimo. Di questo nostro speciale mandato in vigore del presente passerete a benedire, o farete benedire, l’Oratorio Pubblico nuovamente eretto o da eriggersi nell’ambito di codesta Arcipretura dal Signor Salvadore Famà da Merì, in virtù di nostre lettere di oggi stesso, e quante volte il detto Oratorio Pubblico sarà da voi riconosciuto di tutto punto decentemente ornato di pallio altare, vasi, candilieri, suppellettili, lapide ed ogni altro necessario al sacrifico della Santa Messa, allora permettiamo e concediamo licenza onde possa in esso celebrarsi la Santa Messa. Messina 12 Giugno 1875. Canonico Decano Mario Aglioti Vicario Capitolare. Tassa lire 3.10. Sacerdote Gaetano Gulli Pro Cancelliere Capitolare. Al Molto Reverendo Signor Arciprete di Pozzo di Gotto». La benedizione dell’Oratorio avvenne il 24 luglio del 1875 per opera del sacerdote Santi Marano, come si riporta nel seguente documento: «Oggetto: Benedizione dell’Oratorio pubblico Famà. All’Illustrissimo e Reverendissimo Padre Arciprete di Pozzo di Gotto Don Giuseppe De Luca. Merì lì 26 Luglio 1875. Illustrissimo e Reverendissimo Signore. Di riscontro al pregiato suo Ordine in data 23 corrente con cui delegavami la facoltà di benedire l’Oratorio publico fatto costruire dal Signor Salvatore Famà nella Contrada Cammìsa, passo a cerziorare la Signoria Sua Illustrissima e Reverendissima che il giorno 24 corrente alle ore 6 P. M., per eseguire l’affidato mì mandato, mi portai sul luogo e sollennemente benedissi l’Oratorio publico di cui è parola, assicurandola di essere riuscita la sacra e sollenne cerimonia con molta edificazione dei fedeli. Gradisca i miei più sentiti ringraziamenti e creda sempre pronto ai pregiati comandi della Signoria Sua Illustrissima e Reverendissima. Il Canonico Santi Marano». 64 Esiste una richiesta di realizzare delle sepolture nella Cappella Fama, come si legge nel seguente documento: «Nos Joseph Guarino, jam Archiepiscopus Syracusarum nunc Dei et Apostolicae Sedis gratia Archiepiscopus Messanensis etc. Dilecto Nobis in Christo filio Don Salvatori Famà etc.. Per un Memoriale siamo stati supplicati come appresso. Eccellenza Reverendissima. Salvatore Famà, domiciliato in Barcellona Pozzo di Gotto, Diocesi di Messina e precisamente nella Contrada Cammìsa, tenimento della giurisdizione di Pozzo di Gotto, umilmente espone trovarsi eretto nella Contrada sù detta un Oratorio publico in vicinanza ai propri casamenti dove egli risiede e dove tutta la sua famiglia ascolta la santa Messa tutti i giorni festivi. Or sarebbe desiderio dello esponente che in detto Oratorio potesse costruire una sepoltura per la propria famiglia e pè suoi discendenti, tanto in linea maschile che femminile, non ostando la legge sui Cimiteri, perché in aperta Campagna. La prega quindi degnarsi di concedergli siffatta grazia e stabilire Sua Eccellenza Reverendissima quanto crederà per annuo canone sull’Oratorio in parola, in compenso del dritto che anderà ad acquistare. Cammisa 2 gennaro 1877. Salvatore Famà. Su del quale providimo: Habeat gratiam iuxta preces et fiant Litterae. Per esecuzione della quale nostra preinserta provvista, per la presente e per le nostre ordinarie attribuzioni e facoltà, vi diamo e concediamo licenza di poter costruire nell’Oratorio publico, di cui è parola in detto Memoriale, la sepoltura, nella intelligenza di essere la medesima non meno di sette palmi lontana dalla pradella dello Altare ove celebrasi la Santa Messa, con dover godere la vostra famiglia ed i vostri discendenti, tanto in linea maschile che femminile, e nello stesso tempo deleghiamo il Reverendissimo Canonico Santio Marano a benedirla giusta il Rituale Romano, e benedetta potersi tumulare i cadaveri, salvi di diritti Parrocchiali e non altrimenti. Datum Messane die 26 mensis Martii 1877. Giuseppe Arcivescovo. Sacerdos Caetanus Gullì, procancellarius Archiepiscopalis. Concordat cum suo Originali. Sacerdos Caetanus Gullì Procancellarius Archiepiscopalis». 100 è durata perché il Breve ottenuto dalla Famiglia è a perpetuità per Città e Campagna. Quindi la Cappella è qui in esercizio, quando i Padroni vengono a villeggiare. Qualque altra, che pel tempo passato a mia memoria se si è stata, essendo stata accordata a vita del richiedente, ha dovuto cessare con la di lui morte. Così fu quella dell’ottimo Sacerdote Don Antonino Vescosi, eretta nelle baracche alla salita del Carmine, dedicata all’Assunzione della Santissima Vergine. Simile era quella ottenuta dal prozio nostro Dottor Don Francesco Franza, Capitano d’arme del val Demone, della quale restarono in famiglia quasi tutti gli arredi, cioè il Calice e patena, il messale, un mazzo intero bianco, e varii Capexzzali con reliquie e il Crocifisso di madreperla. E temporanea è similmente quella di cui per divina grazia io mi sto valendo essendo stata fatta al 1845, la Domanda alla Santa Sede a nome di tutti i quattro fratelli sino all’ultimo moriente.Nella stessa Cappella avvi un Cartolare, contenete i Documenti relativi. Dietro questo esempio se ne aprirono altre tre. 1858. Quella del Sacerdote Don Salvadore D’Amico 1859 Quella del Cavaliere Don Antonino Donato E quella del Sacerdote Don Gaspare Bonomo, che son tutte in esercizio Avevano sinora usufruita la Dottrina dè nostri Moralisti Siciliani circa ai privilegi, che a tali Cappelle accorda la Bolla della Crociata; ora 1870 seppimo un decreto della Sagra Congregazione, col quale vengono dichiarati abusivi cotali privilegi […] In senso orario: resti della cappella di S. Maria del Buonriposo, chiesa di S. Andrea Apostolo, chiesa di S. Maria delle Grazie di Acquacalda, resti dell'oratorio di S. Giuseppe (foto grande), cappella Trifiletti di contrada Cavaliere, resti della cappella privata Famà e cappella Crocifisso. 101 XXVIII Seconda metà del XIX secolo COSTUMANZE DELLA CHIESA MADRE DI S. VITO E PRATICHE LITURGICHE REGISTRATE IN TUTTO L’ANNO 1860 E SEGUENTI (PL, cc. 1-56)65 Chiesa madre di S. Vito L’origine di questo titolo ci è ignota; se questa Chiesa, quando divenne Curata, cioè quando i primi agricola che aravano queste pianure, si riunirono in corpo ed abbisognarono di una Chiesa e di Sagramenti, fu edificata con la Dedica a S. Vito, ci è ignoto. La circoscrizione territoriale di Milazzo comprendeva tutto l’Agro Pozzogottese sino al 1639. I terreni sottoposti a cultura eran quasi tutti di proprietà di Signori Messinesi; anche la Mensa Arcivescovile ve ne avea gran parte; e tutto questo è Storia di fatti che in parte ancora sussistono, ma voler cercare documenti, che riguardino la nostra Parrocchiale nella sua fondazione e nel titolo che primitivamente ebbe, è lavoro perduto perché abbiamo tante volte detto: non c’è più Archivio da secoli in S. Vito. E voler consultare i cosidetti Libri Rossi, che apprestano tante notizie per la Storia Civile, è un crescere il dolore e il desiderio di elementi anteriori all’epoca purtroppo recente cui essi rimontano; e per la stessa Storia Civile poco o nulla in essi trovasi per la parte Religiosa, avvi in essi quanto aver possa una relazione comune, cioè di Civile e di Ecclesiastico. In una congerie non piccola di Carte e Scritture esistenti nello Archivio Parrocchiale, in una Giuliana imperfettissima relativa alle provenienze di Canoni e proprietà donate alla Chiesa, non mi avvenne mai in più volte, che le svolsi, di trovare un elemento riguardante la origine e il titolo, la fondazione, la giurisdizione della Parrocchiale. Abbiamo S. Vito, Chiesa e titolo, ecco tutto. Quelli stessi documenti da me in altri fogli accennati, dà quali ci pervenne la Notizia di una lite sostenuta dal Clero Pozzogottese contro allo Arciprete di Milazzo per la elezione del proprio Curato, avvenuta prima della emancipazione Civile e Circosenzione territoriale, nessun’altra idea ci danno circa alla Parrocchiale se non che fosse antica consuetudine eliggersi il Curato di Pozzo di Gotto dal proprio Clero, non dallo Arciprete di Milazzo, nella di cui giurisdizione esisteva il casale. Di antichità di origine, di fondazione primitiva, di privilegi accordati nulla e poi nulla. E’ un fatto però che i naturali, naturalmente ben guidati dai Proprietari Messinesi, padroni del suolo, sentivano bene di religione. Le donazioni ed i lasciti, la primitiva costruzione della Chiesa, il Clero zelante ed operario, e tante altre minurie, da noi altrove cennate, ce ne danno una prova ben chiara. 65 Queste memorie furono redatte dall’arciprete Giuseppe De Luca. Le parti evidenziate in grassetto furono aggiunte in un secondo tempo dall’arciprete Giuseppe De Francesco. 102 Oggetto di queste pagine si è quindi il lasciare qui riunite tante notizie sparse qua e Colà e né Libri di Amministrazione e nei Libri Parrocchiali, onde dare ai posteri che le leggeranno materia a discorrere e non restare intieramente digiuni circa alla parte materiale della propria Parrocchia primitiva. I libri di amministrazione, i più antichi rimontano al 1572. Da essi raccoglieremo tutto quanto abbiamo intenzione di qui riunire. Costumanze della Chiesa Madre di S. Vito e Pratiche liturgiche registrate in tutto l’anno 1860 e seguenti. Il prolungamento della Chiesa di un altro Arco ebbe luogo nel 1732 come leggesi nel Capitello della prima Colonna a sinistra, entrando dalla Porta maggiore. Notizie varie desunte dai Libri così detti di Tesoreria, cioè dell’Amministrazione tenuta dalli Procuratori per la Chiesa madre di S. Vito. Le Campane grandi della Chiesa Madre furono fatte nel 1629, perché 30 Gennaio 1629 appare nel libro di Tesoreria una prima spesa per stagno in once 15, a 6 Marzo detto anno altre once 6 per stagno della mezzana ed once 2 per rame, a 17 settembre a conto di once 100 convenute coi Maestri once 19 9, a 21 Gennaio 1630, il Procuratore paga a compimento delle once 100, onze 65. Nel 1597 fu conceduto dai Giurati di Milazzo il terreno in palmi 45 pel Cimitero. Si ha la copia nella Giuliana a folio 1766. Questa Giuliana composta dal Maestro P. A. Pantè Carmelitano, oggi trovasi in potere del Sacerdote Don Fortunato Valveri, 1909. Nel 1698 fu conceduto alla Chiesa il terreno per la fabrica del Campanile. Si ha dalla Nota d’esito, come nel Libro di Procura di detto anno. Dunque le Campane, già fatte nel 1629, doveano essere poste su altro campanile. Pratiche fisse La Chiesa madre, non essendo Collegiata, è servita da una Eddommoda di Sacerdoti, ch’è composta oggi di nove, o dieci secondo il numero dè Communisti. Sino a Marzo 1859 era servita da dieci Cappellani. In ogni festa e Domenica sonovi cinque messe fisse, cioè quella di Pater Noster , la messa così detta di Secondo, ch’è celebrata ai tocchi della Salve ordinariamente dallo Arciprete, il quale fa in essa l’istruzione Parrocchiale, la messa di Terzo, la Messa cantata, e la messa ultima. 66 Per ampi estratti della Giuliana si vedano i DOC. XXI, XXIII, XXIV e XXV. L’atto riguardante la concessione di 45 palmi di terreno, contenuto nel foglio 17 della Giuliana, risulta concesso nel 1573 e non nel 1597, come qui riportato dall’arciprete De Luca (si veda il DOC. III e la sua riproduzione fotografica). 103 Le ore per tali messe vanno regolate dall’Orario affisso in Sagrestia, meno che per la messa di terzo, che per consuetudine suona mezzora prima della Messa cantata, e la messa ultima che suona dopo i tocchi della consacrazione della messa cantata, ed esce immediatamente dopo. Alla messa cantata interviene tutta la Eddommoda, e il servizio sia di Celebranti sia di Ministri è prestato a giro, giusta la Tabella affissa in Sagristia. Alla messa Parrocchiale, detta di Secondo, debbono intervenire tutti i Chierici, e lo Arciprete è assistito dal Prefetto di Sagrestia. In ogni 3a Domenica evvi il giro del Santissimo, cui dopo stabilita la Communia intervengono due Eddommode. In ogni lunedì, ai tocchi, il 2do Eddommodario espone il Divinissimo, celebra la messa, e poi fa la benedizione. NB. In ogni Sabato la messa cantata, ch’è alla Romana, è assistita da tutta la Eddommoda e Coro, giusta la fondazione di Catalfamo. In ogni sabato dopo pranzo, a 22 ore, si suona per le Laudi della Beata Vergine Maria. Si vestono i tre Ministri, precede l’Incensiere, v’interviene l’Eddommoda e lo Arciprete. Giunti allo Altare maggiore il Celebrante intuona dopo il Pater noster segreto, il Deus in adjutorium etc. indi l’Ave Maris Stella, proseguito dal Coro. Poi l’Antifona Beata Mater, od altra secondo il tempo, e poi Magnificat. Si mette l’incenzo ed, incensato l’altare, il Diacono va ad incensare il Coro. Lesta la incensazione, il Celebrante canta Dominus vobiscum, poi coi ministri Benedicamus Domino: finalmente cita cantando l’Antifona finale dell’Officio del tempo, la quale viene cantata dal Coro, come nell’Antifonario. Dopo di che i ministri cominciano le Litanie Lauretane, che vengono altenate dal Coro, venuto già ai gradini dell’Altare. In ogni vigilia di festa, invece delle dette Laudi, si cantano i Vespri della festa susseguente. Quale pratica ha luogo similmente per le feste delle Cappelle della Chiesa madre. In ogni primo di mese si canta la Messa per l’Opera funeraria, cosidetta delle Cento Messe, coll’assoluzione al tumulo. In ogni primo lunedì di mese si canta la Messa per l’Opera funeraria delli Reverendi Preti, e loro Genitori per la Communia (NB. Nel dopo pranzo di ogni lunedì a 21 ora si suona l’appello mortuario in suffragio delle Anime benedette e si recita dai laici e preti se vogliono andarvi l’Uffizio dè Defunti, un notturno, e le Laudi). 104 In ogni 15 di mese, ai tocchi, lo Arciprete celebra la Messa al Padrono. Prima si espone la reliquia dal prefetto, e poi si recitano e cantano le preghiere al Santo. Dopo la messa si fa la benedizione della reliquia, e si dà a baciare. In ogni 21 di mese evvi la Divozione dè fanciulli a S. Luigi e nelle sei Domeniche precedenti, il dì festivo del Santo, esce al suo Altare la messa Parrocchiale con la Predica, preghiere, canzoncine, e la benedizione della Reliquia. Pratiche d’Istruzione Nella Chiesa Madre le Prediche fisse sono state 1° La Istruzione Parochiale in ogni festa e Domenica 2° La Quindicina di S. Vito per tutti i 15 giorni 3° Il Quaresimale e le Prediche delle Quarantore, che entrano alla Domenica di Palme In tempi anteriori fuvvi il catechismo nel dopo pranzo delle Domeniche, ed era fatto a Dialogo. Per ordine di Monsignor Arcivescovo in corso di visita nel 1772, cominciò a Gennaro 1773 e dirò sino ai tremuoti del 1783. La Chiesa pagava once 4 all’anno all’uno e l’altro Catechista – vedi il Libro di Esito 23 Gennaro 1774. Al 1848, e precisamente nella 3° Domenica dopo Pasqua, festa del Patrocinio di S. Giuseppe, mio speciale Avvocato, per le insinuazioni di mio Signor Padre allo Arciprete Consiglia, lo rimisi io, facendolo nelle sole Domeniche; fornii la Chiesa di scanni sulla Congrua del 1° Quaresimale, che feci qui nel 1849, e lo continuai sino alla Quaresima del 1855, quando avveratasi una sollenne rottura coll’Arciprete, lasciai di farlo in S. Vito, e lo introdussi in Gesù e Maria mia Chiesa, dove continua per aliam personam perché, eletto a 28 Luglio 1858 Vicario Arcipretale, mi convenne rimetterlo a S. Vito a 1° Gennaro 1859. Lo riaprì Padre Don Giuseppe Alosi, e lo fece per un’anno, e sino la Quaresima del 1860, quando si ammalò e morì a 1° Marzo d’anno. Lo ripigliai perciò io, mandando Bonomo a Gesù e Maria, e continua ad ambedue le Chiese. Oggi però il catechismo in paese diventa perpetuo; salve le vicende umane, se il Signore vorrà che vi abbiano parte. Il Catechismo nella Sezione Pozzo di Gotto forma parte degli articoli di esito della fidecommissaria Lanza, da me fondata con Atto publico del 26 Dicembre 1860 in Notar Papa. Quest’atto fu abolito dallo stesso reverendissimo Arciprete de Luca – Aggiunzione dell’Arciprete G. De Francesco 105 Gennaro 1° Pontificale ai Vespri, Messa solenne con intervento generale. Dopo l’Evangelio si bandezzano dal Diacono le Note dè Deputati delle Cappelle della Chiesa Madre, cioè S. Pietro, S. Biaggio, S. Liberale, S. Lucia, S. Luigi, S. Nicolò, ed i Deputati per la Processione del Venerdì Santo. 5 detto A 22 ore sonovi i Vespri per la Epifania. Si prepari l’occorrente pel battesimo dell’indomani. La sera a 4 ore si suona a tutte le Chiese. 6 detto Assistenza Pontificale. Si pubblicano le feste mobili. Nel dopo pranzo a 21 ora si suona per la funzione del Battesimo di Nostro Signore; antico privilegio della nostra Chiesa. Lo Arciprete vestito di pluviale adempie il Rito al suo stallo, assistito dal ceremonista, stando gli altri Assistenti al loro posto. E’ scelto da lui il Patrino, il quale parte con tutto il Clero dalla sagrestia col Crocifisso d’argento, fa lo giro nelle due ale della Chiesa ad arriva allo Stallo, ove compiesi il rito. Il paramento è tutto bianco. Questa funzione per ordine dell’Arcivescovo Reverendissimo Cardinal Guarino Giuseppe, fu soppressa e in suo luogo l’Arciprete De Luca fece cantare i Secondi vespri, e così si è praticato. N.B . Processione di Gesù Qui bisogna osservare che sin dal 1900, quel piccolo giro che si Bambino faceva del Bambino nel giorno dell’Epifania nelle vicinanze della Chiesa dell’Itria, si è esteso in tutto il paese. Che da quell’epoca la processione pigliò un incremento speciale per opera del Cappellano Sacerdote Antonino Carrozzo. Si parte verso le dieci dalla Chiesa dell’Itria e arrivati alla Chiesa Madre si canta dall’Arciprete la Messa Solenne, quindi si ripiglia la processione per compiere il giro in paese. Questa processione ha una caratteristica tutta propria, poicchè è formata di ragazzi e ragazze vestiti in varie foggie e portanti ogni specie di doni, frutta, galline, caccia, cesti con fiori, 106 pannilini e corredi di neonati. Viene accompagnata dalla musica e da molti tamburelli, organetti, zampogne ecc. Arciprete G. De Francesco Febraro 1° Nel dopopranzo a 22 ore sonovi i Vespri per la Candelora. La mattina della festa non c’è benedizione di Candele (1) 1) La benedizione delle candele fu introdotta, come di rito, dall’Arciprete Giuseppe De Francesco e si è praticata sin dall’anno 1896. 3 detto S. Biagio Con grande divozione e concorso sollennizzasi questo giorno, più d’ogn’altro, dai Villici l’antica divozione pè la statua; mitra e bacolo di argento sono posteriori. Si processionava come dall’annesso Ordine del 2 febraro 1701 (2). 2) La nuova statua di S. Biagio fu fatta per ordine dell’Arciprete De Francesco da Matteo Trovato del villaggio Sant’Antonio coi risparmi della festa ed altre contribuzioni nell’anno 1902. Dall’anno stesso si ripigliò l’uso della processione. Cogli stessi risparmi si è fatta la nuova addoratura dell’altare del Santo, eseguita dallo stesso Trovato. 5 detto A 18 ore e mezza va tutto il Clero alla Chiesa di Santa Maria, si espone il Divinissimo, si canta il te Deum in ringraziamento pè tremuoti del 1783, quando cadde la detta Chiesa e il campanile di S. Vito senza danno di persone, e si fa la benedizione . N.B. Sebbene entri qui per incidenza quanto andremo a dire perché non riguarda la Chiesa Madre, tuttavia è luogo suo proprio il lasciarne scritta una memoria a cognizione dè posteri, e ad onore della Pietà dè nostri antichi Curati. E’ antica costumanza santificare per dieci giorni continui il Carnevale di ogni anno colla sollenne esposizione delle Quarantore. Cominciano 107 alla Chiesa dell’Idria nella Domenica di Sessagesima e durano quattro giorni; la mattina, ai tocchi, va lo Arciprete, si espone il divinissimo, si fa da lui la Benedizione, e poi celebra la prima Messa innazi il Santissimo. Nel dopopranzo a 21 ora e mezza si suonano le campanate; mezzora dopo esce la predica o all’altare, od al pulpito, e dopo si canta il Compieta dall’Ufficiatore e Ministri. Indi si da la Benedizione. Così nel lunedì e martedì, eccetta la benedizione della mattina, ch’è la sola Domenica, come primo giorno. Nel mercoledì dopo pranzo si suona mezzora dopo, non si cantano le Compiete, ma il Te Deum, e poi si da la Benedizione. L’ufficatore per le Compiete e benedizione dè primi tre giorni è il rettore della Chiesa, per ultimo lo Arciprete. Dal Giovedì Grasso a tutta Domenica di Quinquagesima le Quarantore stanno alla chiesa di Gesù e Maria che dal 1820, epoca della istallazione dè Consiglio di Beneficenza, è esente dalla giurisdizione Arcipretale. Il metodo è lo stesso salvo che, nel Sabato dopopranzo, invece delle Compiete si cantano le Laudi della Santissima Vergine, giusta il Rito della Chiesa Madre, ma le litanie Lauretane si cantano sollenni. L’Ufficiatore è il padre della Congregazione. NB. Dacchè sono stato io Padre della medesima v’introdussi l’uso di fare un fervorino, immeditamente prima di dare al benedizione l’ultima sera; cioè dalla Quarantore del 1854, come poi l’uso di fare i Confrati l’adorazione sotto cappa ai due genuflessori un’ora o mezzora per ogni die. Il Lunedì poi e martedì di Carnevale le Quarantore passano alla filiale di Santa Maria, dove funziona lo Arciprete come all’altra filiale dell’Idria, e col metodo stesso. Alla benedizione dell’ultima sera, sin dal 1849, v’introdussi il fervorino sopra cennato, ch’è come la conchiusione del carnevale santificato. Torniamo a San Vito – Nella Domenica di Settuagesima la messa cantata suona un’ora avanti del solito, perché evvi la Crocefissione 108 per la pubblicazione della Bolla della crociata. Andati i Ministri allo Altare Maggiore, ove trovasi apuntata la Bolla alla tovaglia da spalle violacea, il Celebrante la spunta, e rivolto al popolo legge la intestatura e la Introduzione della detta Bolla, indi s’incammina la Processione, che va a girare al piano di Santa Maria e ritorna; dietro di che si canta la Messa. Il Celebrante per la Processione veste il pluviale violaceo che depone prima d’incominciare la Messa, i Ministri le tunicelle. Qualche anno, per non essere ancora arrivata la nuova Bolla, la pubblicazione si è differita dalla Sessagesima. Quaresima La Quaresima comincia dalla mezzanotte della sera di Carnevale; ma è annunziata dall’ora una di notte, quando si suona la Predica, e poi a mezzanotte quando si batte per un 4° d’ora prima dell’ora precisa a colpo la campana grande. La mattina si suona un’ora avanti per la Benedizione delle Ceneri. Adempiuta, giusta la Rubrica, l’aspersione della Cenere, si canta la Messa. Il Celebrante, ch’è lo Arciprete, veste per la Benedizione il Pluviale violaceo, i Ministri le pianete piegate senza manipoli. Alla Messa, riprende il Celebrante la Pianeta ed il manipolo, come i Ministri. Le Pianete piegate sono per tutta la Quaresima, meno alla Domenica. La Predica si fa all’Evangelio. Il Predicatore viene allo stallo a chiedere la Benedizione dallo Arciprete, il quale gl’impone anche la cenere. Per tutta la Quaresima non si fa giro per la 3za Domenica, né catechismo agli adulti. Quaresimale Il Quaresimale è nel nostro paese, come nelle grandi Città, tutto intiero, cioè ogni giorno, eccetto il lunedì. Sonovi né sabati i panegirici in onore di Maria Santissima, che si sollennizano dai diversi ceti del nostro popolo, e fannosi alla Chiesa Madre, meno di 109 quello per San Giuseppe, che fassi al Carmelo, come diremo. In tutti i venerdì di Quaresima le prediche son due, e fannosi ambedue alla Chiesa di Santa Maria; la mattina come Predica del Quaresimale, nel dopopranzo come istruzione sulla Confessione o su altra materia istruttiva. In tutte le Domeniche il Quaresimalista debbe scegliere soggetti di predica su i vizi comuni, e più dominanti per istruzione al basso ceto, che interviene a folla. I Panegirici dè Sabati debbono versare come per uso: 1° Sull’Immacolato Concepimento. Questo Sabato, quando Pozzo di Gotto era Città demaniale, per privilegio ottenuto nel 1639 alla epoca della sua collettazione e separazione da Milazzo, mercè un donativo al Re di Scudi 15000, celebravasi solenne dalla Municipalità. 2° Il secondo versa sulla nascita o sull’Assunzione, ed è sollennizato dai Notabili Civili. 3° Il terzo sul Carmelo, ed è sollennizato dai maestri. 4° Il quarto sul Rosario, ed è delle Signore Donne. 5° Il quinto sull’Annunziazione è dè Villici. 6° L’ultimo su i Dolori della Santissima Vergine, ed è del Clero. Questa solennità consiste in un buon numero di lumi allo Altare, mortaretti e donativo al Predicatore, secondo la possibilità del Ceto. Il rito solito è: prima di uscire il Clero e ministri dalla Sagrestia, un Sacerdote con cotta e stola e la Reliquia in mano, e gli altri cherici o preti, o due con torce, escono dalla Sagristia intuonando l’Inno Ave Maris Stella, e vanno ad esporre la Reliquia allo Altare; così la depongono appena lesto il Panegirico. Siegue il Clero ed i Ministri, che vanno a cantare la Messa votiva di Nostro Signore. Nel Sabato dell’Addolorata la Messa propria, e cinque strofe dello Stabat. Nella quarta Domenica di Quaresima si fa il suffragio alle Anime Benedette del Purgatorio. Nel dopopranzo del Sabato precedente si erge il tumulo in mezzo alla Chiesa. La Messa cantata della Domenica suona alle ore 14. 3, e riunitosi il Clero, esce l’Arciprete con rocchetto 110 e mantelletta e stola, va a sedere allo stallo, e si comincia l’ufficio dè Defunti. Egli intuona tutti i salmi, ed egli conchiude colle preci solite le Laudi. Poi si canta la Messa, quale terminata, paratisi dè paramenti neri seggono i Ministri, il Coro, e lo Arciprete al suo stallo, e si fa la Predica; infine l’assoluzione al tumulo, restando i Ministri al loro posto per mottivo della folla. Nella Domenica su detta il Diacono e Suddiacono vestono le tonicelle, invece delle pianete piegate, che han vestite nelle precedenti Domeniche, e suona l’Organo, com’è annotato nel Direttorio. Il giorno di San Giuseppe la Messa sollenne è alla Chiesa dè Padri Carmelitani. All’ora competente vi sale lo Arciprete, e due Eddommode; egli canta la Messa, ed all’Evangelio il Quaresimalista fa il Panegirico del Santo Patriarca. D’onde sia provenuto né tempi antichi quest’uso, oggi divenuto per consuetudine diritto dello Arciprete, s’ignora. Può credersi che sollennizandosi allora solo in detta Chiesa la Novena e festa del Santissimo Patriarca, sicchè era ivi in quel giorno il concorso del popolo tutto, ed essendo rarissime le etichette tra gli Ecclesiastici, perché maggiore la esemplarità forse di accordo, il priore del Convento e lo Arciprete de tempore convennero di non dimidiare il concorso del popolo ed il fervore, sollennizandosi la festa di San Giuseppe al Carmine, e poi il Panegirico al Santo facendosi dal Quaresimalista alla Chiesa Madre, dove non c’è altare dedicato al Santo e nessuna Imagine ragguardevole di lui. Può aversi però come più probabile la opinione che la particolare divozione della famiglia Recupero allora in grande fortuna e predominio in paese, per altro benefattrice del Convento, che suole sinora sollennizare a proprie spese la festa del Santo in detta Chiesa, abbia introdotto l’uso di pregare il Priore, lo Arciprete, il Quaresimalista ed il Clero, come ne pratica ancora la formalità, ad ufficiare, e dà in quel giorno così sollenne in onore del Santo. Argomento massimo di tale opinione si è che sino l’ultimo degli antichi Recupero, il Dottor Don Placido, morto nonagenario a 24 111 Luglio 1853, non ostante la consuetudine publica, continuò costantemente la pratica dello invito, come quella della costumanza dè suoi maggiori, di regalare tarì quattro allo Arciprete, tarì quattro al predicatore, tarì 2 per ogni prete che ivi celebra, ed altre limosine di messa ad altri Sacerdoti, tuttochè ivi non celebrassero. Il Panegirico della Santissima Annunciata, ch’è come dissimo dei nostri villici, si fa nel Sabato che da loro si celebra. Quindi, ove la detta festa non cadesse in giorno di Sabato, nel dì dell’Annunziata, il Quaresimalista fa predica al solito. Domenica di Palme A 12 ore lo Arciprete con rocchetto etc. fa l’apertura del Precetto Pasquale. Senz’aprire il tabernacolo, fa prima il sermone per l’apertura. Poi esce la pisside, fa un fervorino, e communica le Donne; allo altare del Sagramento altro Sacerdote communica gli uomini. Nella Domenica delle Palme la nostra Chiesa Madre fa tutte le funzioni prescritte o per messe dal Rito Sagro, cioè la Bendizione e distribuzione delle palme, la Processione, la Messa sollenne col Passio; e nel dopo pranzo la Esposizione del Santissimo in forma di Quaratore. Ne parleremo di tutte. Benedizione delle Palme Un’ora e mezza prima del solito, come nell’Orario, si suonano le Campanate a festa; interviene tutta la Communia, e mezzora dopo, vestiti tutti gli ufficianti, lo Arciprete giunto all’Altare incomincia la benedizione juxta Rithum, quale terminata il Seniore, cioè qui il Vicario Foraneo, da a lui la palma, e poi da lui la riceve. Lesta la distribuzione s’incammina la Processione, che non oltrepassa il piano di Santa Maria, si cantano le solite antifatte, e tornata dietro la porta trovansi dentro la Chiesa i due Cantori, i quali accompagnati dall’Organo, cantano su note Musicali il Gloria, Laus et honor more solito. Arrivati allo Altare lo Arciprete veste la pianeta, e comincia la Messa. Nel dopo pranzo, a 21 ora, si suona per la Sollenne Esposizione delle Quarantore. V’interviene tutto il Clero e, vestiti ad ora competente 112 tutti i Ministri per ufficiatura Arcipretale, si aspetta lo intervento dell’Arciconfraternita del Santissimo Sagramento, quale arrivata si esce, si va ad esporre il Santissimo, s’intuona Pangelingua, Verbum caro etc. e si fa la prima benedizione; posto il Divinissimo in Trono, restano tutti i Ministri e l’Arciconfraternita genuflessi, va all’Altare il Quaresimalista, e fa il sermone per l’adorazione degli Arciconfrati. Quale terminato, si rientra in Sagristia, restando vestiti tutti gli ufficianti, e l’Arciconfraternita se ne torna al suo Oratorio. In questo frattempo scende la Fratellanza di Gesù e Maria col proprio Padre, od altro invitato, e si fa la sua adorazione e la sua predica. Dopo di che tornano i Ministri e il Clero allo Altare, e si fa la seconda Benedizione dallo stesso Arciprete, restando genuflessa la fratellanza. A maggior decoro si è stabilito dala Communia che, tanto nella prima che nella seconda benedizione, v’intervenga tutta, mentre prima per la seconda bendizione usciva un Sacerdote col Pluviale, l’incenziere, e due cherici colle torce per deporre il Santissimo, e tutta la decenza delle funzioni di tutto un giorno andava a perdersi in tale grettezza. Nel Lunedì Santo, ai tocchi della Salve, si suona per la esposizione ed coll’Arciprete, come nei giorni susseguenti, con vestito a messa di cerimonie e incensiere. A Miglior commodo dè fedeli la Communia assegna dieci Sacerdoti per celebrare la messa unus post alium, oltre què Sacerdoti, che vengono a celebrare per convenienza con altro calice. Per evitare qualche disgusto tra i dieci assegnati vi è prescritto né Regolamenti il bussolo per tutti tre giorni, e secondo il sorteggio ha ognuno il suo luogo e la giornata per la messa. Dal 1849, epoca del mio ritiro in padria, onde non sentirsi nelle ore pomeridiane què continui rintocchi di campana, che negli anni precedenti chiamavano dopo l’ultima Messa i fedeli all’adorazione di Gesù Sagramentato lasciato solo, appena la proposi, fu eseguita dagli Arciconfratelli l’ora ai due genuflessori, che dopo le messe si mettono ornati e cuscinati innanzi al primo gradino dell’Altare maggiore. Si spogliano e vestono a due a due in Sagristia della Cappa, e continuano sino all’ora delle Campanate per la benedizione, così nel lunedì Santo, 113 come nell’indimani. Nel tempo delle Quarantore, all’ora solita di Messa cantata, interviene la Eddommoda, e la messa si canta coi ministri more solito innanzi al Santissimo. Nel dopopranzo del lunedì Santo interviene la sola Fratellanza delle Anime Purganti (1). 1) Nel 1896 fu istituita la Congregazione dei Luigini con apposito regolamento datomi dall’Eccellentissimo Cardinale Guarino. Essi fanno la loro visita il Lunedì Santo prima della Confraternita delle Anime del Purgatorio. Ed essendo ragazzi ha portato che il sermone venga recitato da un Cherico, come suol praticarsi nella Cattedrale di Messina quando va il Seminario a far l’ora sua di adorazione. Si suona per la deposizione alle ore 22. Fatta la solita adorazione e predica, escono i tre Ministri colla Eddommoda, cherici, torce ed incenziere e si da la benedizione, presenti i Confrati. In tale conformità praticasi per tutto nel martedì Santo con poche differenze. 1° La mattina, la Messa cantata, essendosi il Passio cantato al pulpito come nella Domenica di Palme, suona un’ora avanti del solito. 2° Nel dopo pranzo, siccome intervengono due Corporazioni per l’ora, cioè primi i Padri Cappuccini e poi i Confrati di S. Filippo, perciò le campanate per la Deposizione si fanno a 21 ora. Mercoledì Santo mattina si suona per la esposizione e Messa cantata come nel martedì per ragione del 3zo Passio. Terminato il Tratto del Passio Emisit spiritum si suonano le Campanate per la Benedizione. Scendono i Padri Carmelitani, preceduti dalle fanciulle vestite Monachelle, indi dalle Monache pinzochere di casa, fanno la loro adorazione e la predica e se ne tornano al Convento. Indi si aspetta l’Arciconfraternita, quale giunta alla Chiesa, essendo tutto pronto pel giro, vestito di pluviale lo Arciprete, e more solito 114 tutti gli ufficianti, si va all’Altare Maggiore, s’intuona il Pangelingua, s’incenza, si scende dal Diacono il Divinissimo dal trono, si porge al Celebrante, e s’incammina la Processione pel giro, che vien fatto come nelle terze Domeniche, e poi si fa la Benedizione. Alla nuova Matrice si arriva fino alla Piattaforma. Nel giro l’Arciconfraternita apre il giro col suo Stendardo e sorgentine, e lo chiude con tutto il resto del Corpo, che va dietro del Santissimo. Si badi per le lanterne. Dopo pranzo a 21 ora si suona per le Tenebre; mezzora dopo tutta la Communia va al Coro. Trovasi preparato il triangolo colle candele in cera vergine con quella in cera bianca in mezzo. Le prime tre lezioni si cantano dalle migliori voci, le altre sei si leggono, così per l’indomani. Giovedì Santo Questo giorno è anche sollennizato ritualmente dalla Chiesa Madre. Trovasi apparecchiata la Cena e preparate le sedie per lo Apostolato. Nel tabernacolo due Pissidi grandi, in Coro i Calici, bottiglie di vino e Stole, alla credenza il boccale, bacino e tovagliolo per la lavanda dè piedi, come la pianeta pel Celebrante. Tre ore prima mezzogiorno si suonano le campanate per la funzione, va un Sacerdote ad accompagnare gli Apostoli che trovansi vestiti alla Chiesa di Santa Maria, e scendono scortati dal Sacerdote vestito di cotta e Stola. Scende ugualmente l’Arciconfraternita, dietrocchè ha terminate le sue funzioni a Santa Maria, ove ha il diritto di condurre il Santissimo al Sepolcro dopo avere assistito alla Messa cantata, e giunti ambidue Corpi alla Chiesa Madre di S. Vito, trovandosi pronto e vestito tutto il Clero, esce dalla Sagristia e va all’Altare. Ivi si osserva la Rubrica per la lavanda dè piedi degli Apostoli e, ripresa la pianeta, comincia la Messa sollenne. All’ora del Sacro Precetto Pasquale, intuonato sollenne dal Diacono il Confiteor, lo Arciprete, detto il Misereatur etc. fa il colloquio per la Communione di quel giorno, e poi communica il Clero, indi scende 115 sotto l’ombrello tenuto da un Chierico, accompagnato dai Ministri, a comunicare gli Apostoli dove si trovano, e ritorna al primo gradino, ove aspetta che venga l’Arciconfraternita a comunicarsi, poi i fedeli. Contemporaneamente altro Sacerdote dignitoso ed anche il Vicario Foraneo va ad uscire la Communione allo Altare del Santissimo Sagramento, ed un altro con altra Pisside aiuterà l’Arciprete. Nota bene che il Sagramento, ossia il Calice coperto e legato, deve trovarsi così preparato prima della Comunione, cioè immediatamente dopo la funzione. Terminata la Messa sollenne e preparato tutto l’occorrente per lo giro in Chiesa, il Celebrante incensa il Santissimo Sagramento e poi, ricevutoselo in piedi dal Diacono, lo copre con la estremità della tovaglia omerale e s’incammina per la Processione, che viene cominciata dall’Arciconfraternita. In tempo della incensazione allo Altare, il Clero intuona il Pangelingua che si prosegue sino al Sepolcro. La Rubrica vuole che il Tantum ergo fosse intuonato, giunto che sia il Sagramento al luogo del sepolcro, onde farsi la incensazione del Celebrante al solito dopo il Veneremur cernui, quando deve trovarsi posato sulla mensa il calice col Sagramento. Quindi, a norma della grandezza della Chiesa e lunghezza del giro, debb’essere proporzionato tanto il passo del celebrante quanto la lentezza o lestezza del canto. Incensato il Sagramento, il Diacono o altro Sacerdote con cotta e stola dalla mensa leva il calice all’Urna, il Coro siegue il Genitori, il Sacerdote posto il Calice nell’urna la lascia aperta e sta genuflesso sinchè il Celebrante di nuovo lo incensa, poi la chiude e porta la Chiave al Celebrante, il quale può darla a chi crede, o a se stesso od al Governatore dell’Arciconfraternita, dandola prima a baciare e poi ponendola egli stesso al collo di chi ha destinato ad averla. Terminato tutto, si alza tutto il Clero e seguito, e muti ritornano in Sagrestia, non facendosi presso di noi denudazione di altari. Ma un Sacerdote con cotta e stola li denuda assistito da chierici ed egli stesso, nel tempo che la Processione va al Sepolcro, porta a due lumi 116 la Pisside nell’Oratorio. E’ costume presso di noi, leste le funzioni del Giovedì Santo mattina, che l’Arciconfraternita e l’Apostolato, uscendo dalla Chiesa Madre, vadano separatamente a visitare i sepolcri delle altre Chiese, cominciando da quello dei Capuccini. La Confraternita di Gesù Maria vi va nel dopopranzo. Quella del Purgatorio la notte seguente, albando il Venerdì Santo. Nel dopopranzo, a 21 ora, si torna a Coro per le Tenebre come ieri, mediante lo avviso col disparo di dieci mortaretti. La sera del Giovedì Santo all’Ave Maria se ne disparano altrettanti per la Predica della Passione, che il Quaresimalista comincia un quarto d’ora dopo. All’esordio si esce la Croce allo Altare maggiore da un Sacerdote, con quattro torce portate da altri quattro dè più giovani. Stanno fermi sulla pradella rivolti al popolo sino che dall’Organo venga cantata da buona voce patetica tutta la Strofa del Vexilla o Crux. Al primo riposo e secondo ancora che piglia il Predicatore, si cantano due strofe del Vexilla, una per volta. Quando il Predicatore è giunto al finire della Predica e si dispone a schiodare il Cristo dalla Croce, vanno sotto al pergamo quattro Chierici colle torce accese, e si situano come quando nelle solennità cantasi il Vangelo e, sceso il Predicatore dal Pergamo, cominciano a camminare formando processione verso l’ala destra della Chiesa; nel tempo stesso tutto il Clero con la torcia accesa, ognuno col libàno e corona di spine, ultimo lo Arciprete, accompagnano processionando il Predicatore, il quale, colla tovaglia omerale, porta nelle sue braccia il Cristo ed arrivano al Sepolcro. Ivi, posatolo sulla panca, sottopostavi la tovaglia, il Predicatore fa il Colloquio per la Sepoltura e tornano muti in Sagrestia. Partendo la processione, s’intuona dall’Organo il Miserere in tuono lamentevole di passione, e se ne cantano tanti versi quanti bastano per arrivare al Sepolcro. E’ costumanza del popolo ch’esce dalla Predica, andarsene a visitare il Sepolcro a Santa Maria, dove il Clero canta tutto il Pangelingua, dopo di che, previa questua di monete, si dispara una mediocre 117 batteria di mortaretti. Nel Venerdì Santo mattina si da il solito segno dè mortaretti ore quattro prima mezzogiorno. Si osserva esattamente il rito per tutta la funzione, tenendo presente che, terminata l’adorazione della Croce, pegli uomini trovisi pronto un piccolo scanno ornato di tovaglia e cuscino su cui si posi il Crocifisso per l’adorazione delle Donne. In questo frattempo si accendono tutti i lumi al Sepolcro. Si avverte pure che, oltre il Crocifisso per l’adorazione, coperto di un velo violaceo, debb’esservi sempre quello dell’altare maggiore, ugualmente coperto, da servire per le funzioni. Questo si terrà pronto alla credenza e, mentre si fa l’adorazione di quello che il Diacono scende dallo Altare, questo sarà posto scoverto in sua vece. Nel Passio què medesimi tre cuscini, che allo andare all’altare servirono per la prostrazione dè Ministri e Celebrante, si riporteranno tutti e tre od un solo alla pradella per lo Emisit Spiritum. Allorquando, giunti al Sepolcro, sono tutti genuflessi, viene colui che ieri ebbe consegnata la chiave del Sepolcro, s’inginocchia a destra del Celebrante, e costui gliela leva dal collo col solito bacio di essa, la consegna al Sacerdote vestito di cotta e stola, il quale va ad aprire l’urna senza estrarre il calice sino che il Celebrante non lo abbia incenzato. Quindi lo estrae, lo porta al celebrante, il quale lo riceve in piedi, e ritorna allo Altare maggiore preceduto dall’Arciconfraternita e Clero, il quale canta l’Inno Vexilla tutto (+) ancorchè siano giunti prima di terminare allo Altare maggiore. Tutto il resto è pure secondo la Rubrica. (+) V. Mirati super hoc Al dopo pranzo del Venerdì Santo evvi la tanto sentimentale die n.° 49 Processione delle Barette colle Statue della Passione che sono n.° 8 sinora, ed ognuna ha una Compagnia che la precede. E’ utile darne qui una breve descrizione. Prima che esca la Processione, che in quest’anno 1860 cominciò ad uscire dal nostro nuovo magnifico Tempio di Santa Maria, si riuniscono tutte le 8 Statue sulle rispettive barette, già per la massima parte rinnovate ed abbellite per le cure della Deputazione, e più di ogn’altro del Deputato Tesoriere Reverendo Don Gaspare Bonomo 118 (A). (A) L’anno in cui cominciò questa divozione nel nostro Paese non saprebbe precisarsi, ma è certo che il Promotore di essa fu il pio Sacerdote nostro Don Filippo Lanza che si era ferventissimo, il quale, mercè le limosine del popolo e gli aiuti di una Deputazione annualmente scelta, fece costruire le Statue a plastica dal bravo nostro Pittore Sacerdote Don Antonino Vescosi e le barette a legno pittato, benché ignobili e grossolane: sono le 5 statue sopra menzionate. Si morì nel 1825 e la divozione fu continuata dai Fratelli Sacerdoti Don Onofrio e Don Salvadore D’Amico sino al 1858. Ed oggi dal Sacerdote Don Gaspare Bonomo, coll’aiuto della Deputazione, si è molto migliorata. Nel 1859 si fecero nuove tre barette; in questo anno si rifece di nuova forma l’Urna. E da canto suo la Confraternita di Gesù e Maria rifece più alta quella pel Santissimo Eccehomo; resta a rifarsi quella per l’Addolorata, e qualche altra. I fondi inservienti alle spese di questa Processione sono il prodotto delle pie contribuzioni dei fedeli, mercè operosità dei Deputati, fondo incerto ma sicurissimo, atteso il fervore sommo in questa divozione. Due soli introiti, benché certi ma non sicuri, sono quello così detto della Bilancia in ducati 4 annui, e quell’altro dell’articolo feste Religiose che la Comune assegnò nello Stato Discusso alla Sezione Pozzo di Gotto nel totale di ducati 20 e che i fratelli D’Amico tolsero per mettà alla Chiesa Matrice di San Vito, previo ordine dell’Intendente e lo fecero accordare a questa processione, cioè ducati 10. = fondi certi in tutto ducati 14. In altri tempi faceansi pure le Questue per le Campagne nelle Recollezioni. Si apparano di quanta cera si può mettere e tutta a spese dell’Opera, le cinque Barette proprie della pia Devozione, che sono l’Orto, il Signore alla Colonna, la Caduta, il Signore che porta la Croce, l’Urna ossia il Sepolcro. Vengono dall’Oratorio delle Anime Purganti il Crocifisso e l’Addolorata, e da Gesù e Maria il Santissimo Eccehomo, perché son 119 proprie di dette Chiese, ed anche le prime due sono apparate di cera a spese dell’Opera; il Santissimo Eccehomo però ha trovati sempre i divoti per la spesa della sua cera. Lesto questo apparecchio, trovansi pronte in Chiesa tutte le Corporazioni che devono accompagnare le Statue, e comincia la Processione. Precedono due tamburri vestiti a bruno con un velo nero gettato sul tamburo, battuto a rintocco lugubre e camminando a passo lento. (NB. Se v’è invito di soldati d’arme, come in concorrenza di mezzi si è fatto, questi aprono la Processione ben vestiti a cavallo e colla spada sguainata al petto, e poi vengono i tamburri). Vengono avanti gli Arciconfratelli, vestiti in abito di etichetta, cioè scarpe con fibia d’oro, calzone corto, giamberga romana, scibò, cravatta bianca e cappello a sufflè portato sotto il braccio. Va il primo con lo stendardo nero, poi le due bacchette a sorgentine, ultimo il 1 Bara Governatore ed è da loro guidata la prima bara del Signore all’Orto, sostenuta da 4 villici vestiti di cappa turchina, come tutte le altre in simile uniforme, meno dell’Urna, che ha un vestiario proprio pè 4 conduttori, col capo coperto di un elmo (Questo vestiario turchino uniforme si è introdotto nel 1858). 2a Bara L’Orto è seguito dal Signore legato alla colonna, per indicare la cattura del Redentore dopo il tradimento di Giuda. Precede questa Bara la Confraternita del Purgatorio sotto cappa. 3a Bara Viene il Santissimo Eccehomo, preceduto dai Confrati di Gesù e Maria per indicare, secondo il Cronismo Vangelico, la flagellazione. La 4a bara è del Cristo colla Croce che si avvia al Calvario, preceduto da una Compagnia dè migliori Maestri vestiti in abito di etichetta come i Civili, ma col cappello loro proprio, non a sufflè. Sieguono i Confratelli di S. Filippo sotto cappa, che guidano more solito la 5a Bara che è del Cristo caduto sotto il pesante legno della Croce. La 6a Bara è del Santissimo Crocifisso guidata dai Padri Cappuccini. La 7ma è l’Urna, ossia il Santo Sepolcro. Qui avvi una Scena assai tenera e commovente. Chi la contempla convincesi a colpo d’occhio del sentire e del sapere del Promotore Sacerdote Lanza e Deputati di quel 120 a tempo. Questa Bara è preceduta da una Compagnia di fanciulletti, i più belli del paese, guidati per mano dal proprio Genitore, che camminano a due a due, vestiti da Angeli colle ali, gonella, calzonetti, calzette e stivaletti color bianco o celeste, raccamati appositamente in oro e argento, con una pettiglia intessuta delle cose più preziose, apprestate dalle migliori famiglie, e con una corona in capo, tempestata delle migliori perle, diamanti ed altre pietre preziose, che si possono avere anche fuori paese e portanti in mano gli strumenti della passione. Questa Compagnia di puttini, che son tutti infra il settennio, è conchiusa da tre fanciullette di uguale età, vestite da Monache in abito nero: quella in mezzo è la Veronica colla stampa del Salvadore in mano. Incedono tutti a passo lento, viene la Bara, sostenuta da quattro uomini vestiti da soldati, colla lancia in mano, coll’elmo in testa, cogli baffi posticci; dietro l’Urna quattro Sacerdoti vestiti a nero, i più gravi, i più meditabondi (Vedi … sei al Sepolcro di Cristo Signore, è ambulante perché si processiona. Ricordi il Vangelo? Gli Angeli, i soldati, le Marie, gli Apostoli; tutto il fatto del sepolcro e le persone indicate dal sagro cronista vi sono bene espressi. Grazie davvero alla pietà dè nostri Maggiori!). Questa scena, sì tenera, è seguita da un’altra più tenera ancora. Chi vien l’ultima è la Madre dè Dolori, e la precedono gli abitatori dello antico Carmelo, monte di Lei, onde non abbandonarla nel duro conflitto. Non sono essi soli, prima vanno altre fanciullette innocenti, monachelle con un fazzoletto bianco alla sinistra, con un Crocifisso alla destra, cogli occhi a terra, gravi nel passo, quale mesta, quale in lagrime: son le congiunte della Madre del Signore che l’accompagnano. Chi non è madre non piange, chi è madre, ed è calda di affetto, non tenga le lagrime. Viene ultimo il Clero ed il popolo. Precede la Croce ed i due Ceroferari con cotta, ma tutto il resto del Clero, dal 1859, cominciò ad intervenire col solito abito talare completo, incluso lo Arciprete che veste la stola nera. Due Incenzieri con camice e tonacella precedono il Baldacchino nero proprio dell’Opera, sotto a cui i tre Ministri colle 121 solite tovaglie, come innanzi al Santissimo, vestiti a nero, incedono a passo grave, portandosi dal Celebrante il legno della Santa Croce, il baldacchino da 4 Civili (Il celebrante suol essere il Deputato Tesoriere dell’Opera, ch’è sempre un Sacerdote. Il diritto di condurre sarebbe dell’Arciprete). Dietro la Banda Comunale suona pezzi lugubri ed il Clero, come tutt’altre Compagnie, canta negli intervalli di riposo l’Inno Vexilla. Fatto il Giro per le strade consuete, si torna alla chiesa, dove la processione è partita, e giunti i Ministri allo Altare, il Diacono riceve la Santa Croce dal celebrante e la pone sull’Altare e tuona Hoc Signum Crucis. Il Celebrante dice cantando la Orazione della Croce e da la benedizione. Dietro di che le Barette del Santissimo Eccehomo, Santissimo Crocifisso ed Addolorata, precedute dalla propria Confraternita, si riportano alle rispettive chiese. Sembra incredibile che circa 20000 persone concorrano spettatrici di questa pietosissima e sentimentale Divozione. Nelle Pasque alte, col favore di un giorno sereno, è a vedersi la folla che accorre dai vicini paesi, e maggiore senza dubio sarebbe il concorso se la Sezione offrisse migliori commodità di fondachi e locande ai forastieri68. 68 Una rendicontazione della processione delle barette è contenuta in un volume/registro dal titolo Contabilità Generale tenuta dai tesorieri del tempo pella Processione del Venerdì Santo, oggi custodito presso l’ Archivio dell’Arcipretura di Santa Maria Assunta in Pozzo di Gotto. Il registro inizia nell’anno 1887 e finisce nell’anno 1957. Gli anni 1930 e 1931 sono privi di rendicontazione e risultano totalmente mancanti i fogli relativi agli anni 1941,1942 e 1943, cosa che induce a ritenere una sospensione della processione dovuta alla seconda guerra mondiale. Il primo bilancio riportato, relativo all’anno 1887, prevedeva un’entrata di lire 477,22, tra cui spiccano gli introiti provenienti da «Gugliemo Alberto per fitto delle sedie dell’Opera, maturato a marzo del corrente anno Lire 76.50» e quello del «Signor Todaro Giacomo per consumo di cera sulla bara del Crocifisso, pagata per annuale devozione lire 5», a fronte di un totale uscite di lire 288,72 dovute, in parte, per «Facchinaggio pel movimento delle barette lire 2.37; Ricerca e trasporto d’erba per la baretta che rappresenta l’orto lire 1.50; A maestro Salvadore la Torre per vestire le statue lire 6; A Ficarra Luigi per vestire le comparse dei Giudei lire 2.55; Al Signor Vito Rossitto Cassata per affitto della casa dove sono conservate le barette lire 38.25». Il primo esito riportato nel registro e vistato dal Sac. Onofrio D’Amico, tesoriere della manifestazione dal 1887 al 1889 (poi sostituito, nel periodo compreso tra il 1890 e il 1902, dal Sac. Carmelo Rossitto e in seguito da un comitato), rendicontava un attivo di lire 188,50. Alla manifestazione contribuivano, con offerte, gente comune, nobili del luogo (tra cui il Commendatore Salvatore Cattafi, nel biennio 1944-1945,e il Marchese D’Alcontres Stagno, negli anni 1946-1952), gli arcipreti di Pozzo di Gotto (che fornivano gli introiti derivanti dall’affitto delle «sedie della Parrocchia», disposte lungo il percorso delle barette), «bottegai», «maestri», «civili», «villici» e varie contrade barcellonesi (tra cui S. Giovanni, Rione Pantenini, Rione 122 Ma né naturale è tale fervore in quel giorno, è tale la fiducia nella Potenza del Legno della Santa Croce che in tanta folla, non dico una rissa ma neanco una parola disonesta, si ode. Come qualunque sia il tempo, o di pioggia o di vento, si vuol fatta sempre la Processione, attesa una mirabile osservazione che, appena il legno della Santa Croce si espone alle mani del celebrante, per condurre calma o la pioggia od il vento. In quest’anno 1860 un vento strepitoso cominciato dal giorno precedente facea disperare la uscita. Mirabile grazia! Calmò il vento Lagonazzi, Marsalini, Crisafi-S. Paolo, Centro Città). Alla manifestazione erano inoltre collegati gli introiti del cosidetto «Legato Lanza», che veniva riscosso annualmente dall’arciprete e devoluto al tesoriere o al comitato. Nei registri si evincono numerose spese annuali, tra le quali quelle per la «pulitura e stiratura della biancheria delle statue»; per l’affitto annuale del locale dove custodire le barette; per la «toccatura» e «per la vestitura dei giudei», spesse volte «adornati» con baffi posticci realizzati con «gomma arabica»; per i «pani di cena»; per i portatori delle barette (che nel 1915 venivano pagati «lire 0,85 per ogn’uno»); per candele e cera; per l’intreccio delle palme e per ripristinare e riparare continuamente le barette, come ad esempio avvenne nel 1895 («Per 24 metri d’aste dorate dovute per l’ornamento della bara dell’Urna lire 12; Stanghe per la nuova Urna e trasporto ed altre spese fatte dal deputato D’Amico giusta la nota, lire 71,95; Complimento fatto a Migliorino per l’esecuzione dell’Urna stabilito dalla Deputazione esito lire 10), nel 1889 («Per acconci fatti ad una tunica e manta ad un apostolo sulla cena perché s’incendiò, sola manifattura a Maestro Salvatore La Torre, lire 1»), nel 1918 («Riparazione alle barette ed altri arredi giusta nota da Costanzo lire 19,50»), nel 1925 («Riparazione alla baretta della Cena e propria alle statue di S. Pietro e S. Tommaso allo scultore Trovato, lire 29»), nel 1938 («Trovato Matteo per rifare la testa di S. Tommaso, lire 20»), nel 1946 (quando al comitato «restò un attivo di lire 1270,30 che detiene in potere il Sig. Russo Angelo, da servire per la riparazione da fare ad alcune statue») e nel 1950 («Per ritoccare Cristo morto e pitturare 4 angioletti del SS. Crocifisso, lire 3500»). Una particolare spesa documentata era quella relativa al vino, spesse volte unito a lattughe, ceci e «nocellina» che veniva dato, come forma di gratificazione, dapprima alla banda musicale, e in seguito anche ai portatori di vare e ai Giudei, come si evince, ad esempio, negli esiti degli anni 1887 («Biscotti e vino per la banda musicale, lire 11,10»), 1888 («Zuccarate e vino per la musica, lire 7; Pagati pel vino agli uomini che trasportarono la cena e cascata lire 1.40»), 1891 («Vino per le solite ricreazioni Banda ed altro, quartucci 22 a centesimi 30 quartuccio, lire 6,60»), 1906 («vino ai 4 uomini che portarono la cascata ed a 15 uomini che portarono il Crocifisso, litri 5 a centesimi 40, importo L. 2»), 1913 («Vino per tutti gli uomini che portarono le barette, litri 21 e mezzo a centesimi 40 litro, lire 8,60; Vino per i Giudei, lire 4»), 1916 («Spese per pagamento d’uomini per portare le barette, vino per tutti gli uomini che portarono le barette e pel trasporto al magazzino e Chiese e viceversa ad altre spese giusta nota, lire 126,25»), 1923 («Vino per gli uomini che portarono le barette, per i giudei e per la musica regalato dal Comm. Cattafi»), 1945 («Il reverendissimo Arciprete ha dato litri 30 di vino per dare a bere al personale che portano le barette, a la musica e forza Pubblica») e 1952 («Il reverendissimo Arciprete La Rosa Stefano ha dato litri 30 di vino per dare da bere alla musica, al personale che porta le varette, a la musica e forza Pubblica»). Nel bilancio del 1953 non erano previste spese per vino, che ricompaiono negli esiti del 1954 (25 litri) e del 1955 (20 litri), per poi scomparire del tutto nelle rendicontazioni degli anni 1956-1957. Il registro riporta inoltre due particolari vicende che caratterizzarono le manifestazioni del 1890 (quando la Confraternita Anime del Purgatorio «fece sciopero di cera, avendo portato le torce tutte tagliate di sotto ed i resti inutilizzati », per protesta contro il tesoriere Sac. Carmelo Rossitto che non aveva consegnato la cera in tempo utile) e del 1936, anno in cui la banda musicale venne pagata di meno a causa di un furto avvenuto il mercoledì santo nella chiesa di San Vito («Quest’anno la musica avuto lire 320 e non lire 350 giusto prezzo stabilito, perché il mercoledì Santo non prestò servizio, perché non c’è stata la processione, causa che proprio la mattina c’è stato un furto nella chiesa di S. Vito, cosicchè il Reverendo Arciprete sospese la processione, quindi si sono tolte alla musica lire 30 in meno dal prezzo stabilito in lire 350»). Il registro rivela anche i nomi di alcuni Giudei, tra cui spiccano Giunta Francesco nel 1921 («Al Capo dei Giudei Giunta Francesco per vino dei Giudei, lire 25»), Pasquale D’Amico nel 1933 («D’Amico Pasquale giudeo, lire 4»), Sentineri e Tartarello nel 1934 («Giudei Sentineri e Tartarello, pagato lire 8») e il giudeo Pascali nel 1935 («Pagato al giudeo Pascali lire 5»). 123 per tutto il tempo che la Processione fu nelle strade; rientrata in Chiesa e riportate le Statue, il vento ripigliò la sua lena sino al Sabato Santo a mezzogiorno. Diciamo qui una parola, trattandosi di vento, circa ad una divozione inveterata verso S. Filippo di Argirò, di cui la Chiesa di Santa Maria ha una Statua in legno, con la faccia nera, sopra un Altare che i nostri Maggiori gli costruirono di pietra con degli ornati e nicchia di goffa architettura senza dubio, ma di forte spesa per què tempi. Divozione piena di fiducia, sostenuta da una Confraternita sotto nome del Santo, e legata né forti venti, dal 1851, a quella verso il Santo legno della Croce. Né mesi di primavera sbucano spessi ed impetuosi i venti di Levante, o Libeccio, o Scirocco, attesa la esposizione del nostro suolo. Immantinente dato a Santa Maria il segno delle campane, corrono i nostri villici alla Chiesa, pongono San Filippo sulla sua bara, e preceduti dal Cappellano e da un Cherico colla Croce, vestiti di cotta, lo portano per le strade e per le Campagne. E’ osservazione quasi costante che affacciando la Imagine del Santo nelle campagne le scampa dal flagello, calmando il vento sì furioso nel nostro territorio, attesa la sua naturale esposizione. Però avvenendo che le preghiere del Santo non siano esaudite, il che accade raramente, mirabile si è sperimentata l’uscita, per breve tratto del paese, del legno della Santa Croce, praticata dal 1851 in qua, ed io nel dar fuori questa narrazione relativa a San Filippo, ch’è qui come estranea al soggetto, intesi scriverla come a prologo occasionale di ciò che dovevo concludere in onore e gloria della Santa Croce, cui il nostro popolo ha cotanta divozione nel Venerdì Santo. A completare la narrazione sopra distesa ci resta a dire che tutta la Cera per le Bare e per le Corporazioni e pel Clero è apprestata dalla Opera, salva qualche oblazione particolare per tale o tal altra bara. Si portano delle torce di richiesta, si assiste perché la cera delle bare accenda sempre, si vigila per la decenza in tutto a cura e previdenza della Deputazione che con tanto pietoso zelo annualmente si affatica. Notiamo finalmente che, siccome per talune Bare c’è stata né nostri 124 villici e Maestri una divozione particolare, tanto che fanno taluni anche voto di accollarla nella Processione, più d’ogni altro pel Santissimo Heccehomo, Crocifisso ed Addolorata, così si è introdotta la usanza che questi tali complimentano delle offerte, o in cera o in mortaretti o in denari all’Opera, invece d’essere complimentati essi loro per la fatiga di condurre le dette statue. Sabato Santo Le funzioni di questo giorno vanno eseguite esattamente secondo la Rubrica. Una costumanza sola, ch’è una singolarità locale, abbiamo nella Chiesa madre circa all’apparizione del Cristo risorto. La Chiesa non ha telone dietro a cui, come nelle altre città, si facciano allo Altare le funzioni. Quindi allorchè lo Arciprete intuona il Gloria, da dietro la Custodia dell’Altare maggiore, dove è situata una trave alta perpendicolare, mercè una leva a reazione, sale a colpo il Cristo risorto, apparendo al di sopra della sommità della Custodia su detta, ivi trovansi accese quattro candele che terminata la Messa solenne si estinguono, e si riaccendono nella messa cantata dè due giorni consecutivi e nella sola ottava di Pasqua, cioè nella Domenica in Albis. Nella Messa l’Introito è tutto, ma non c’è Agnus Dei, né Pace. Nel dopo pranzo del Sabato Santo non vi sono laudes. Nel giorno di Pasqua evvi la solita predica del Quaresimalista sulla Risurrezione all’Evangelio della Messa cantata Pontificale. Nel Lunedì similmente il panegirico del Patrono. Nel martedì la Predica della benedizione è in fine. In questi due giorni è Pontificale l’assistenza dello Arciprete, e nel Lunedì si accendono i lumi allo Altare del Patrono, ma la reliquia si espone all’Altare maggiore e si depone come né Sabati. Concludiamo la narrazione della Quaresima con dei lamenti sullo scarso appannaggio delle nostre Cose Sagre. 1° Il Quaresimalista, che compie una carriera come in una grade Città, alla fine percepisce dalla Comune soli 20 Ducati e dalla Chiesa Madre come per una piccola gratificazione Ducati 3,60. Si deve dunque 125 avere in ogni anno un Quaresimalista da Villaggio. Non c’è Casa per alloggiarlo: si deve avere dunque in ogni anno o un Capuccino, od un Carmelitano, che soli hanno qui Casa Religiosa del loro ordine. 2° Le 5 Bare, proprie dell’Opera per la Processione del Venerdì Santo, non locale si hanno dove collocarsi, né venerazione in verun altro giorno: stanno chiuse, eccettuata l’Urna, a discrezione della tignola, del polverio e dè topi in una Casa presa a fitto. L’Urna sola va collocata sotto la mensa dello Altare del Crocifisso in Santa Maria e viene esposta, tolto il pallio altare, nel dopo pranzo dè Venerdì di Quaresima. Annunziata e S. Francesco di Paola67 Il Precetto Pasquale agli Nel martedì o mercoledì dopo Domenica in Albis la Ebdommoda di Ammalati. Ore 12 servizio, i chierici ed il Prefetto Amministratore dè Sagramenti accompagnano lo Arciprete pel Santo Precetto agli Ammalati Cronici, che non possono venire alla Chiesa Madre. Sin dal 1859 ho introdotto l’uso d’invitare il Governatore dell’Arciconfraternita a mandare 4 dè suoi Confratelli con abito decente pel Baldacchino, e tre sotto cappa pello Stendardo e sorgentine, per aprire la Processione e il tamburro. Va avanti la Croce e poi l’Ebdommoda e cherici con le torcie, e dà fianchi del baldacchino le 8 lanterne che sono prese dalla Processione del Venerdì Santo. Aprile 25 Nel giorno di S. Marco sonovi le Rogazioni, ed interviene tutta la Communia. Un’ora e mezza prima della Messa cantata si sonano le Campanate, preparansi i paramenti violacei. Mezzora dopo, vestiti i tre Ministri, il Clero, i due Cherici pè Candelieri ed il Crociferario, si esce dalla Sagristia, s’intuona dal Celebrante l’Antifona Exurge Domine alzandosi in piedi, si prosegue e ripete dal Coro, e quindi, cominciate dai Ministri le Litanie, in ginocchio, al Sancta Maria, comincia la Processione, cui intervengono i Padri Carmelitani. 67 Il manoscritto non contiene informazioni al riguardo. 126 Si sale dritto per Gesù e Maria, si volta alla strada di Todaro, si scende pel di lui trappeto dietro Barresi, si va pei Quartarari, dromo etc e si ritorna cantando in Chiesa fili Dei; come si è giunti alla Chiesa Madre si dicono i versicoli e responsori, e poi le Orazioni solite. Rientrati tutti in Sagristia, i Ministri con i paramenti violacei, vanno a S. Marco, l’Eddommoda ed i tre cherici restano per la Messa, che si va a cantare de Rogationibus. Nell’ultima Domenica di Aprile si solennizza la festa di S. Liberale, cui è grande la divozione dè Marinai milazzesi, i quali frequentemente nell’anno vengono a sciogliere i loro voti fatti nei pericoli corsi in mare. A Pater noster si espone la Reliquia al suo Altare e si celebrano ivi tutte le Messe in quel giorno, e dopo la Messa cantata si depone la Reliquia, si fa la benedizione con essa, che va baciare poi tutto il Coro della Eddommoda e cherici. NB. Si dovrebbe fecondare la detta divozione, con far precedere alla festa un Triduo di Preghiere, qualche Predica e distribuzione delle figure, tanto meglio che, nel 1850, io ho fatto incidere a mie spese la piangia in rame della Imagine del Santo da Antonino Minasi in Messina. Maggio 8 I Vespri di ieri cantaronsi allo Altare di S. Pietro, nel di cui quadro c’è pure lo Arcangelo S. Michele dipinto. Le Messe perciò, incluse la Parrocchiale e la Messa cantata, sono tutte a questo Altare. Dovrebbe promoversi la divozione a questo Illustre Difensore della Santa Chiesa nell’Oratorio dè Cavalieri a Lui dedicato. Gli si fa tiepidamente la Novena e festa pel 29 Settembre. Rogazioni Sogliono accadere in questo mese le Litanie Minori ossia Rogazioni né tre giorni che precedono l’Ascensione di Nostro Signore. Ad ore 14, preparato l’Altare a colore violaceo e suonate le Campanate solite, dopo mezzora si esce. Giunti i Ministri, il Celebrante con Piviale, i Ministri con tonacelle violacee, Egli o il Coro intuona l’Antifona Exurge Domine e si prosiegue tutta dal Coro. Quale terminata, il celebrante e Ministri cominciano le Litanie. Al Sancta Maria si alzano tutti e s’incammina la Processione. V’intervengono pel primo e secondo giorno i Padri Carmelitani. 127 Precede la Croce Parrocchiale coi due Candelieri indi i detti Padri, poi il Clero. Si va il lunedì alla Chiesa di Santa Maria, ove giunti e prostrati, si sieguono le Litanie sino a Santa Maria Magdalena exclusive. Indi, rimasto il Coro a sedere, vanno i tre Ministri ed i candelieri in Sagristia per pararsi il Celebrante della Paineta e così uscire precedendo l’incenziere per la Messa cantata. Terminata la Messa e tornati in Sagristia, ripigliato il Pluviale, rivengono allo Altare, ripigliano le Litanie del Sancta Maria Magdalena e se ne torna la Processione alla Chiesa Madre, ove si conchiudono colle solite preci. Il Martedì il rito và similmente e la Messa cantata và a cantarsi in Gesù e Maria. Il mercoledì le Rogazioni vanno al Carmelo, e per questa ragione non intervengono què Padri alla Processione. Ma la Messa ivi che si canta è la votiva della Beata Vergine Maria, perché è quella stessa che i Padri cantano né Mercoledì sollenni di Udienza così detti. E’ antichissimo l’uso di che parliamo, ed era costumanza di cantarsi dallo Arciprete intervenendovi anche la Municipalità. Ma non intervenendo più Essa in veruna delle nostre feste, attesa la riunione Civile dè due Comuni Barcellona Pozzo di Gotto, e l’assorbente preponderanza di quella Sezione, lasciata vergognosamente verificare dagli Ottimati di Questa, nel 1859 io disposi che cantasse la Messa l’Eddomadario stesso che la canta né precedenti due giorni, assistendo io, more solito, alla sedia distinta, ma ciò si fece due soli anni e tornammo all’antico uso per non indurre pregiudizi di dritti. Notansi qui due usanze. La prima si è quella che nelle tre Chiese cui vanno le Rogazioni, oltre gli scanni a spalliera che preparansi debbono per tutto il Clero, trovarsi debbono pure due sedie distinte, l’una pello Arciprete a sinistra, l’altra a destra ma meno ornata pel Vicario Foraneo. Similmente le sedie in luogo apposito pè Padri Carmelitani. La seconda usanza si è quella di farsi trovare alla porta della Chiesa il 128 rispettivo Rettore con cotta e stola, il secchietto dell’acqua benedetta e cabarè con mazzetti di fiori, per darsene uno ad ognuno di tutto il Clero che v’interviene. La Messa in queste rogazioni è pè primi due giorni la solita de Rogationibus sine Gloria et Credo e le Orazioni Nostro Signore pel 3zo giorno, al Carmelo quella votiva de Beata Vergine Maria com’è detto. Con le Orazioni per le Alla Chiesa madre conviene che resti puntato l’Eddomodario di 4° Rogazioni e Vigilia per la solita Messa così detta Cantata per avere i Fedeli il commodo cui sono avvezzi. Egli non ha obligo d’intervenire alle Rogazioni. Se non sarebbe in Comunia e il Clero di servizio fosse in poco numero allora bisogna che l’ora delle Campanate per le Rogazioni si anticipi. Ascensione Nel dopopranzo del mercoledì, vigilia dell’Ascensione, sonovi i Vespri coll’assistenza Pontificale. Intervengono due sole Eddommode. Similmente la mattina della festa. Sabato di Pentecoste Alla vigilia della Pentecoste, nella mattina, suonate le campane un’ora prima del solito per la messa Cantata coll’intervento di una sola Eddommoda, il Celebrante colla pianeta violacea e ministri va allo Altare, e si cominciano le Profezie indicate nel Rito di questo giorno nel Messale. Quindi, posto il Pluviale, si va alla benedizione del fonte come nel Sabato Santo. Pentecoste Nel dopopranzo sonovi i Vespri alle ore 22 con assistenza Pontificale ch’è così nella Messa cantata della festa. V’interviene tutta la Comunia. L’Epistola e il Vangelo cantansi al Pulpito. Corpus Christi La vigilia di questo sollennissimo giorno i Vespri sono Pontificali e si suonano alle ore 23 e mezza. L’indimani l’ora della Messa sollenne è un’ora e mezza dopo i tocchi della Salve. Diciamo degli uni e dell’altra. Vespri All’altare maggiore nel Tabernacolo si troverà preparato l’Ostensorio col Divinissimo prima che suonino i Vespri. Cantato il Capitolo del Celebrante, un Chierico leva la sedia e 129 genuflessorio dell’Arciprete, il quale scende in piano coi Ministri; sale il Diacono allo altare, apre il tabernacolo, espone il Divinissimo e il Coro intuona l’Inno Pangelingua, si mette incenso e s’incensa, torna ad incensarsi al Veneremur cernui, e poi il Celebrante aspetta che termini l’Inno: i due ministri cantano il Versicolo Panem de caelo, indi il Celebrante intuona l’antifona a Magnificat, poi Magnificat, e sale allo Altare per la incensazione. La incensazione comincia dal Santissimo ch’è sull’Altare, e si fa dalla pradella, ove prostransi tutti e tre i ministri, poi si alzano e si fa more solito la incensazione dello Altare, e si da solamente al celebrante l’incenzo. Lesta la incensazione, canta Dominus vobiscum etc. Terminato dal Coro il Deogratias, s’intuona Tantum ergo, s’incenza, e poi more solito si fa la Benedizione. Messa Sollenne e Com’è detto, la messa sollenne suona un’ora e mezzo dopo i tocchi Processione della Salve. Posti di accordo lo Arciprete coi Superiori dell’Arciconfraternita del Santissimo Sagramento, è dato avviso alle altre Corporazioni a trovarsi pronte all’ora puntata per la processione, riunito tutto il Clero in Sagrestia, si apparano i ministri per la Messa Cantata more solito. Dopo l’Epistola cantasi a canto fermo la Sequentia Lauda Sion. Quanto starebbe meglio in musica. Fatta la funzione dal Celebrante, ei s’inginocchia al Cornu Evangelii ed il Diacono, ricevuto sull’Altare l’Ostensorio grande, vi pone l’altra Ostia consegrata in detta Messa, lo lascia alzato, e il celebrante si alza e continua la Messa, quale terminata, il Diacono pone in trono l’Ostensorio ed i Ministri vanno in Sagristia, dove aspettano che si avvia la Processione. Precedono i due tamburri e la prima Confraternita è quella delle Anime Purganti, ma è preceduta dallo Stendardo e bacchette dell’Arciconfraternita, poicchè il resto del Corpo siegue il baldacchino del Santissimo in due file al solito, poi la Confratria di Gesù e Maria, poi quella di S. Filippo, poi i Padri Capuccini, poi i Carmelitani, e finalmente il Clero. Il giro solito degli anni precedenti era questo. Saliva dritto per Gesù e 130 Maria, vi entrava e faceva la benedizione, uscita saliva pel Castello, volgeva a destra sulla strada Palumbini, ossia Maestro Gaetano Alicò, sino al Vico di Francesco Siragusa da dove scendeva sulla strada maestra tornando al Castello, da lì passava traversando il fiume nel Quartiere Pantenini, dove trovavasi acconciato l’Altare per la benedizione, scendeva nel fiume, entrava nella strada dè Russo, Consiglia e Quartarare fino a Guardiola. Da li volgeva a destra per Laganazzi, ove trovansi preparato pure lo Altare per altra Benedizione, e poi si ritirava alla Chiesa Madre. Al 1859, essendosi accomodate varie strade del paese, ossia della Sezione nostra, ed essendosi considerato che nell’antica distribuzione era troppo lunga la Processione del primo giorno e troppo corta in alcuni giorni dell’Ottava, abbiamo risolute varie modificazioni ed il giro della Processione và come siegue. 1° Giorno Sale dritto per Gesù e Maria, e vi fa la prima Benedizione, arriva sino a Siragusa e tornata al Castello scende per la 3za strada Gesù e Maria, strada Saija, Lombardo, Romeo, Russo, Quartarari, Dromo, Santa Maria, S. Vito Chiesa Madre. Venerdì Conduce il Padre dell’Arciconfraternita e la Processione esce dal suo Oratorio, sale pel Dromo, volge a Quartararo e Giardino di Cassata, passa sotto l’arco di Cambria, alle Fornaci, Vico di Bonomo e va ad entrare il Vico Bartolone, scende per la strada Paradiso, ed arrivata alla Casa Alicò risale per l’Oratorio; oggi rientra in Chiesa. Sabato Sale dritto per Santa Maria, ove volge pel Dromo, va all’Idria, dove fa la benedizione. Uscendo pel fiume entra per la prima strada pel Quartiere Pantenini, ove trovasi l’Altare preparato, va ad uscire all’estrema via e torna a scendere pel fiume, entra la strada di Don Federico Todaro e scende dritto sul Corso. Domenica Al Carmelo dal Selciato vecchio e, scendendo dal nuovo, ripassa per la strada Paradiso, se non c’è Altare particolare in Santa Maria. Lunedì In Santa Maria solamente Martedì Scende per basso e benedice i Carcerati. Si avverte a far portare da un Cherico un Campanello per detta Benedizione. Và prima a Santa Rosalia e risalendo entra Buonriposo. 131 Mercoledì Va sino a Guardiola, scende per Laganazzi, e poi, venendo alla Graziella, scende alla strada Sputazza. Giovedì Scende a S. Giuseppe e dritto sino a S. Cosimo, passa ai Marsalini e sale ai Capuccini dalla rampa. Qui bisogna dire qualche cosa dell’Oratorio di S. Michele Arcangelo, Oratorio dell’Arciconfraternita del Santissimo Sagramento69. L’oratorio si faceva annesso alla nuova Chiesa di Santa Maria nell’anno 1715. Leggesi nell’atto di concessione della Reliquia del Sagro Capello della Beata Vergine Maria, che i Giurati fanno per atto publico ai Procuratori di S. Vito sotto il dì 14 Settembre, anno sudetto, in Notar Paolo la Rossa. Quindicina e Festa del patrono San Vito Quindici giorni di lodi e preghiere ha fatto precedere ab antiquo la nostra Chiesa in onore del Patrono, e costantemente si è mantenuta una tale osservanza. Ogni mattina, mezz’ora prima dei tocchi, suonano tre brevi campanate e la predica. Un 4° d’ora dopo il Prefetto con cotta e stola, accompagnato da due torce, esce portando scoperta la Reliquia e cantando l’Inno Deus tuorum militum, e va ad esporla allo Altare del Santo. Immediatamente dopo esce lo Arciprete, va all’Altare ed, aggiustato il calice ed il messale, comincia la predica. Questa si fa prima, per non interrompere le Preghiere che dal Prefetto si recitano in onore del Santo quasi per tutta la Messa, da poi è che ogni strofa è ripetuta dai Cantori all’Organo e poi dal popolo. Dopo la predica e lesta la messa si fa benedizione della reliquia con la solita Antifona e versicoli cantati come nel Libretto apposito. Così per 69 L’arciprete De Luca, in’altra sua memoria, riportava inoltre queste informazioni (BP, c. 39): «La 4° e più recente è l’Arciconfraternita del Santissimo Sagramento, la quale ha cominciamento nel 1715. Alligheremo a questo volume l’Atto Provisionale della Gran Corte Arcivescovile del 18 Aprile 1715, contenente la Domanda del Clero e Gentiluomini di Pozzo di Gotto a potere primariamente riunirsi pegli esercizi spirituali nell’Oratorio contiguo alla Chiesa di San Vito, sicchè sarà eretto il loro Oratorio in Santa Maria, e la Provvista di Monsignor Arcivescovo Migliaccio per via del suo Vicario Generale Castelli. Nello stesso anno 1715 venne stipulata la Convenzione tra i Confrati e la Chiesa per la costruzione dell’Oratorio, ove l’abbiamo attualmente». 132 tutti i 15 giorni e nell’ultimo giorno, come lo Arciprete ha terminata la Messa ed è sceso in piano, intuona il Te Deum assieme al Prefetto, e dopo la Orazione consueta pro Gratiarum actione, si canta l’Antifona more solito e si da la benedizione della Reliquia. NB. Nell’anno 1901 l’Arciprete G. de Francesco ottenne l’Ufficio proprio del Santo Patrono rivolgendosi al Can. Padre Vinci della Cattedrale di Mazzara e, fattoselo approvare dalla S. C. dei Riti, lo fece stampare in appositi opuscoli e lo fece adottare dal clero di Pozzo di Gotto. Il Rescritto annesso, tanto all’Ufficio quanto alla Messa propria, in originale trovasi qui annesso. Ogni giorno si da a baciare la Reliquia del Santo dal Prefetto, ma all’Altare maggiore, al primo gradino, perché la Cappella del Santo è troppo ristretta. A 23 ore della Vigilia si suona pè Vespri Pontificali, cui interviene tutto il Clero. L’ora solita del cominciamento è a mezzora di notte. Esce prima dalla Sagrestia un Sacerdote che porta la reliquia, accompagnato da quattro altri simili colle torce, i quali intuonato l’Inno Deus tuorum militum, vanno ad esporla allo Altare maggiore, e dopo i Vespri si da dall’Arciprete e Clero. Si è fatta una mutazione – Un Sacerdote del Coro resta per darla a baciare al Popolo, perché la folla è un impedimento a concludere commodamente la funzione. L’indimani, giorno festivo, ad ora competente si espone la Reliquia allo Altare Maggiore. Intanto trovasi sin da prima dè Vespri situata sulla bara la Statua del Santo e posta sotto l’arco, vicino al Pulpito, ove ardono in di lui onore quattro candele. Questa statua fu fatta dai nostri antichi appositamente per la processione. All’ora consueta si suona per la Messa Sollenne; oggi vi è la nuova messa propria di S. Vito, venuta da Mazzara e fatta stampare nel 1901 assieme all’ufficio proprio. 133 a baciare dal Diacono a tutti, cominciando Processione Al dopopranzo a 21 ora e mezza si suona per la Processione cui intervengono tutti i corpi Religiosi, Confraternite e Clero. Giunta l’ora di uscire il Clero, apparati con i pluviali rossi i tre Ministri che precedono la bara, il Celebrante esce dalla Sagrestia colla Reliquia esposta in mano, coi Ministri al fianco, preceduti dallo Arciprete e Vicario che hanno in mano la torcia accesa, arrivano alla Bara, il Diacono riceve dal Celebrante la Reliquia e la ferma con legacce di fettuccia sulla Bara more solito e s’incammina la Processione per basso, arriva al ponte di Barcellona, vi sale sino alla sommità centrale e ritorna sulla destra, così la Bara entra poi da S. Cosimo, passa Marsalini, arriva alla strada nuova dè Cappuccini e si rimette sulla via maestra, sale dritto, passa la strada Paradiso, esce da Bartolone, sale al Castello e Casa di Siragusa per la via Alicò, scende tornando al Castello e piega per la 3za Strada Gesù e Maria, Saija, Lombardo, Russo, Quartarare, e si ritira alla Chiesa dove, giunti i Ministri allo Altare, s’intuona l’Antifona Qui vult venire post me etc, si cantano i Versicoli e Responsori e si da la Benedizione colla Reliquia, che si da poi a baciare dal Diacono a tutto il Clero e popolo. Nel 1907 l’Arciprete G. de Francesco colla sua cooperazione fece costruire dal buon artista Salvatore Migliorino la nuova bara pel Santo Patrono e la fece addorare al giovane Matteo Trovato; da quell’anno in poi la Statua di S. Vito si è esposta in chiesa sin dalla vigilia. NB. E’ un grave disturbo della funzione il fracasso dè ragazzi, delle Donne e degli stessi villici che trasportano la bara per strappare i garofani che si appendono alle torce innanzi al Santo. Debbesi riparare. L’Arciprete G. de Francesco nel 1907 riparò al superiore disordine col fare costruire quattro ghirlande di fiori artificiali i quali si conservano in apposita cassa che chiude le aste del baldacchino coi relativi fiori. Legato biennale Il giorno festivo del nostro Patrono è in ogni biennio un giorno di liete speranze ma di una individuale consolazione, poiché avvi il sorteggio di un legato a maritagio per un’Orfana del paese, sola Sezione Pozzo di Gotto. 134 Il fu Sacerdote D. Domenico Giunta dispose in favore della nostra Chiesa Madre, ma la gravò di un legato a maritaggio in ogni biennio. Ordinò che tre sole orfane venissero imbussolate e se ne sorteggi una; le tre elegiali debbono essere proposte una per ognuno dallo Arciprete, Vicario Foraneo e Visitatore pro tempore. Il sorteggio si fa nella Messa sollenne dopo l’Evangelio. E’ a cura dello Arciprete e Procuratore della Chiesa rediggere il corrispondente Verbale del sorteggio, riporne l’Originale in Archivio nel Quaderno Giunta, e darne una Copia alla interessata. Circa alla festa del nostro Padrono avrei una lunga storia a narrare, lamentando sulle pretesche discordie e sulle invidie segrete che dal 1848, epoca del mio ritorno in Patria, ho impertubabilmente osservate. Mi contento di dire quanto basta per avvertimento di chi leggesse in avvenire queste pagine. Al 1818, pel Concordato tra Pio VII° e Ferdinando IV, vennero abolite tante feste e trasferite alla Domenica imminente quelle dè Patroni, anche principali. Sorsero reclami ed un Breve Pontificio di pochi mesi dopo la conclusione del Concordato accordò ai Diocesani poter fare continuare in què paesi della loro Diocesi, che lo volessero, la celebrazione della festa del loro Padrono nel suo giorno proprio. Pozzo di Gotto non reclamò, oppure i Magnati Ecclesiastici di quel tempo non la intenderono; passato il primo anno la continuazione s’interruppe e, sia per ignoranza del Breve sia per nolontà, multi multa dicunt, sul perché la festa del Padrono restò trasferita alla Domenica vegnente, e non si celebrò più nel dì 15 Giugno, se non quando il 15 è Domenica. Io, ritirato nell’Oratorio Filippino di Messina sin dal Dicembre 1821, uscito dalla Patria a 14 anni, debbo confessare che adottata Messina per Patria, poco o nulla mi curai per 28 anni delle cose sagre del mio Suolo natio. Ma ritornato in Patria al 1848, la stretta relazione di mio Padre coll’Arciprete Consiglia, allora Economo per la morte dello Arciprete Alicò, passato a 13 ottobre 1847, e la grande amicizia mia col Padre Zodda m’ingolfarono in tante faccende Ecclesiastiche che 135 prima ignoravo, ma più mi diede campo al travaglio la predicazione e confessione, in cui venivo versato da Messina. Qui io non devo parlare di me, ma delle cose sagre, ecclesiastiche del paese, ma si lega a queste quanto debbo dire. Il mio travaglio in padria, il nodo a Padre Zodda, allora anch’esso assai invidiato, le relazioni colla più parte del Clero e del popolo, il Catechismo istallato alla Chiesa Madre, il Quaresimale del 1849, ma più che tutto questo, la elezione orale fattami da Consiglia a suo Luogotenente attesi i suoi 77 anni, concitarono siffattamente contro di me la invidia di qualcuno (che prima del 48 vantava in paese una mal soda primazia) che sino dè ricorsi si fecero al Prelato, portando per mio principale delitto l’avere istallato il catechismo per rendermi affettuose le Donne. Vedi Sapienza di tali Primati! Intanto mene segrete, non devo dire di chi, aveano peggio disposto il Prelato contro di me, che da Confessore ordinario in Messina dei Monasteri, a 5 febbraio del 48, avevo dovuto, minacciato di fucilazione, scappare segretamente, lasciando solo il Monastero, senza prevenzione né al Prelato, né all’Abbadessa. Le cannonate piovevano sotto il Palazzo Arcivescovile da 3 giorni e non vi si potea accedere, mi condanni chi vuole. Sua Eminenza, tuttochè io le abbia scritta una giustificazione, restò meco fredda. Le mene crebbero sotto altri rapporti, non devo dire quali, presso la Famiglia Mola, e quindi ad occhio ingannatore non sfuggì che un guasto si congengò tra quella e la mia famiglia, io, De Luca e Prete, mentr’ero il bersaglio alle frecce pretesche, servivo d’eccitamento a quelle laicali. L’anno 1854 dietro la dichiarazione più completa, dopo la morte di mio fratello D. Francesco. Noti meco dunque il Lettore. Dal 1848 il Prelato è freddo con me, la di lui Famiglia fredda con la mia, ma fatti palesi ancora nessuno: se aspettate avrete il primo nella festa di San Vito. Al 1849 fu fatto Sindaco mio fratello D. Antonino, io ero Luogotenente allo Arciprete. Si pensò fare la Domanda per ritornare festivo il giorno 15 per San Vito. Con la Domanda firmata da tutti i ceti, mio fratello andò personalmente dal prelato, si ebbe buone parole 136 e lasciò la Supplica. Non veniva provvidenza, forse con una ventina d’onze si sarebbe tutto ottenuto, ma i De Luca non sono avvezzi a tali compre, non apriron la mano … non si parlò più della festa nel giorno 15 … Ma si seppe dappoi che non se ne parò più e nulla si ottenne, perché due De Luca, per disgrazia in vista allora al paese, avean fatto la Domanda. E il Cardinale, che si vantava Pozzogottese, è il nipote che poteva passare pel barone della terra …. Oh se altri se ne fossero impegnati e non si fossero trovati un po in obscurum, la festa si sarebbe ottenuta … Gran falli di questi De Luca !!! Al 1858 io fui eletto Vicario dallo Arciprete, già molto vecchio, dallo Amministrato e alla Diocesi Monsignor Vescovo di Sinope in partibus Don Giuseppe Maria Papardo dè Principi del Parco, Generale dè Teatini. Nel 1859 volli ripensare alla festa nel giorno 15 e fatta fare per l’assistenza del Sacerdote Don Vito Russo una Deliberazione Devozionale da servire per Domanda di tutta la Comune, ne parlai a Monsignore. Preso il parere dello Illustre Parroco Don Gaetano Messina, n’ebbimo in risultato che lasciatasi verificare una interruzione di 40 anni è necessità diriggersi alla Santa Sede. Vi andremo a miglior tempo. Ma come contentare il popolo che ardentemente desidera la festa nel giorno proprio del Patrono? Cominciammo da questo anno 1860 a ritener per festivo di doppio precetto il giorno 15 Giugno volontariamente, ne fu prevenuto molto prima il popolo dallo Altare, e col fatto si osservò come doppia festa, facendosi anche la Processione coi debiti permessi. Andiamo alla parte liturgica. Avendo interrotta i nostri Maggiori Eccesiastici la celebrazione festiva del giorno 15 e trasferitala alla Domenica vegnente, giusta il Concordato, eccoli costretti dover trasferire anche l’officio per ragione della Messa. Quindi il bisogno di una Giuntina annuale, la di cui esemplazione addossò all’Amministrazione della Chiesa Madre la spesa annua di tarì 12. Così si cominciò per consiglio dè Savi liturgici di Messina, così si è continuato. E perciò la Giuntina in parola comincia dalla Domenica dopo il 15 Giugno, col porre in essa San 137 Vito, scavalcando l’officio e Messa di quel giorno, mette la commemorazione per tutta l’Ottava e poi in questa scavalca il Santo del Direttorio, e poi, e poi, e poi deve percorrere tutti i posteriori mesi dell’anno per farvi rientrare, a via di nuove traslazioni, e di qualche remanet i due Santi scavalcati da S. Vito e sua Ottava. Ma la Bolla così vuole. Io volli proporre il mio dubio a Dotti Messinesi ed allo attuale Maestro Cerimoniere, redattore del direttorio, D. Litterio Arena. Il dubio diceva. La traslazione della festa dè Padroni alla Domenica vegnete, che la Bolla Pontificia vuole completa, non solo, cioè per la festa di doppio precetto, ma sibbene per la messa ed officio è precettiva in guisa che le Chiese debbano recitare l’Officio e celebrare la messa nella Domenica vegnente e non nel giorno proprio del Padrono? Può il Diocesano dispensare? La risposta fu franca e lesta. La festa di doppio precetto si trasferisce, la Messa ed officio pel Padrono restano nel giorno suo proprio. Non mi soddisfece, attesochè la Bolla trasferisce l’una e l’altra obligazione. Ed io arrischiava la 2da domanda, cioè se il Diocesano potesse dispensare, avuto riguardo a quel Breve, posteriore alla Bolla dell’abolizione e riduzione delle feste, il quale, volendo i fedeli continuare la celebrazione della festa del loro Patrono nel giorno suo proprio, attribuisce ad ogni Diocesano la facoltà di poterlo permettere senz’autorizazione preventiva. La sterilità della risposta mi fè riserbare ad altro tempo la discussione ed abbiamo continuato colla Giuntina. Ho detto sopra che proposto nel 1859 il dubio a Monsignor Amministratore della Diocesi, Padre Giuseppe Papardo dè Principi del Parco, Vescovo di Sinope in Partibus eletto a reggere e governare la Diocesi, invece dello Eminentissimo Mola dichiarato inutile per infermità e vecchiaia, il prelato mise la Domanda al parroco D. Gaetano Messina. Questi sciolse e tagliò la difficoltà, riflettendo che siccome il 2do Rescritto Pontificio rimette alla facoltà del Vescovo lasciare festeggiare pel patrono quando si tratta di continuare ed aver continuato senza interruzione. 138 Ora, essendo scorsi molti anni dacchè il popolo ha osservata la festa di doppio precetto, potrebbe tentarsi un altro dubio canonico. Quanti anni ci vorrebbero, premessa la base storica anzidetta, a stabilire una consuetudine,che, nel caso nostro, divenga precettiva? I Posteri lo proporranno. NB. Trovandomi in Messina di residenza in Seminario in qualità di prefetto di disciplina e Prof. Di Teologia Morale sin dal 1884, come tale vicino all’Eccellentissimo Arcivescovo Monsignore D. Giuseppe Guarino, il quale a tal uopo aveami richiamato da Roma ove studiai e fui ordinato, spesso l’Arciprete De Luca m’incaricava di affari per la parrocchia: fu in questo tempo che il De Luca, quantunque cieco, ridotto in casa, ma sempre intento al bene di questa Chiesa, volle tentare un’altra domanda pel trasferimento dell’intiera festa nel giorno 15 Giugno ed essere innalzata con decreto e festa di doppio precetto. Presentai al Prelato la domanda dell’Arciprete che accompagnò con una lettera commendatizia alla Sacra Congregazione, ma venne respinta forse perché, attesa la tristezza dei tempi, non si voleva imporre dal popolo una nuova obbligazione, che esso d’altronde adempisce e non incorre in peccato se non l’avesse adempita. Arciprete G. De Francesco. Col nuovo ufficio di S. Vito venne risoluta la questione della festa perché venne concesso pel giorno 15 Giugno, come leggesi nel decretum stampato nella seconda pagina dell’opuscolo. Domeniche per S. Luigi Nella nostra Chiesa Madre v’è stata ab antiquo una Cappella dedicata a questo Santo. Non sappiamo a che attribuire una specie d’incoerenza materiale che si osserva in detta Chiesa. Nella primitiva destinazione della Cappella S. Luigi fu piazzato appresso del Patrono, cioè al primo altare dell’ala destra della Chiesa, e S. Pietro, Vicario di Gesù Cristo al quarto Altare, dove si osservano ancora sull’architrave le insegne pontificie, cioè il Triregno e le Chiavi. Il S. Pietro è lavoro 139 del Sacerdote Don Antonino Vescosi, che lo dipinse nel 1776 per once 6. Vedi il Libro d’Esito a 1° Febbraio 1776. In onore di S. Pietro si è cantata la messa sollenne al suo Altare, e si sono sparati un poco di mortaretti in forza di una prelevazione solita farsi sino al 1860 sulla distribuzione delle messe cantate dalle 100 Messe. Istallata la Communia, si continuò lo stesso metodo. Passata Chiesa Madre Santa Maria70 si canta la Messa ai tocchi della Salve coll’invito dello Eddommoda, se c’è chi alla funzione ecciti il fervore. Ma i Vespri e la Messa Cantata de jure sono alla Chiesa Madre. In tempi posteriori, non saprei precisare l’epoca, il quadro di S. Pietro smontò S. Luigi e viceversa, come attualmente vi vedono. E’ facile che una tale correzione abbia avuto luogo dopo i tremuoti del 1783 quando, diroccatasi la Chiesa di Santa Maria appena destinata al culto, in quell’epoca benchè non ancor lesta nello interno, il Quadro ch’era a Santa Maria alla Cappella di S. Luigi, ch’era la prima nell’Ala destra vicino quella di S. Filippo, si recò a S. Vito, ove restò sino a 10 Dicembre 1859, e per trovarsi alla riapertura di Santa Maria seguito l’indimani, giorno 11 Dicembre, fu trasportato di notte a Santa 70 La richiesta di elevazione della chiesa di Santa Maria Assunta a matrice di Pozzo di Gotto fu effettuata dallo stesso De Luca, come si riporta in una lettera del 2 gennaio 1863 (BP, fogli sparsi): «Per passarsi la Chiesa madre da San Vito in Santa Maria. A Sua Eccellenza Reverendissima Monsignor Vicario Capitolare di Messina. Eccellenza Reverendissima, scorsero già due secoli che gli antichi abitanti di Pozzo di Gotto, svincolatisi dai ceppi della Territoriale Dominazione Milazzese, in cui erano naturalmente compresi, ed acquistata la Civile rappresentanza nel Regno e nei Comizi Parlamentari, gettavan le fondamenta di un vasto Tempio che servisse loro di Chiesa Madre fra altre che ne avean piccole, inclusa la Parocchiale di S. Vito, e ricordasse ai posteri l’epoca della loro libertà Civile e Religiosa. A via d’entusiasmo e di sforzi, al 1710 non ancor completato lo interno, era tuttavia aperto al Culto, e denominato la nuova Matrice, e veniva dedicato all’Assunzione della Vergine ad imitazione del Duomo Cattedrale e forse perché la più gran parte del territorio segregato da Milazzo era da Nobili Messinesi posseduto. I tremuoti del 1783 ne fecer crollare le due terze parti, e la pietà, lo zelo, il buon volere dè Cittadini lo riedificarono e riaprirono al Culto nel dì undeci Dicembre 1859 a via di contribuzioni e limosine. I nostri antichi Padri sentivan la gloria ed inauguravan lo accrescimento della popolazione, pigliando lungo e largo un Tempio non bisognevole al loro tempo. Noi sentiamo ora, Eccellenza Reverendissima, la necessità di averlo a Chiesa Madre, dacchè indecorose riescono le nostre grandi feste nell’attuale Matrice di San Vito, attesa la incapienza della folla che vi accorre. Or io, appoggiato primamente al fatto dè nostri Antichi che fabricano il Tempio rieletto per Matrice, come costa da gran numero di Atti publici e dai Libri di Amministrazione della stessa Parrocchiale San Vito, e secondariamente alla necessità dell’accresciuta popolazione che in folla accorre nelle grandi Sollennità, credendo sufficiente al decoro delle Sagre Funzioni il trovarsi lesto, benchè non intieramente ornato, lo interno di detto Tempio, prego a nome di tutto il popolo e Clero di questa Sezione Pozzo di Gotto la Eccellenza Sua Reverendissima a voler destinare a Madre chiesa il ripetuto Tempio di Santa Maria invece di San Vito, al più presto che lo crederà possibile, restando San Vito Parrocchiale. Ed in esito alla Lettera Pastorale, che decreterà siffatta traslazione, desiderio ardente di tutto un popolo numeroso, verranno a Sua Eccellenza Reverendissima con altra Supplica proposti i modi di provvedimento perché il Culto decorosamente esercitato, i bisogni della popolazione siano spiritualmente soddisfatti e gl’interessi delle due Chiese rappattumati. Mi benedisca nel Signore. Lo Economo Abbate Giuseppe De Luca». 140 Maria per evitarsi le etichette tra Divoti e Divoti, che aveano già spiegati dè partiti ed a S. Vito fu rimesso lo antico Quadro ch’era stato, mentre c’era quello di Santa Maria, sulla porta della Sagristia: io lo chiamo antico, perché esisteva precedentemente, ma non prima del 1782, comprato assieme al Quadro Ovale di Santa Maria dell’Idria, che gli sta sotto, con denari della Chiesa madre, dal Signor Filippo Vescosi per once 4. Vedi Libro d’Esito 31 Dicembre 1780 N° 111. Il detto Altare di S. Luigi fu dopo i tremuoti incrostato di marmo a spese dè ragazzi, e dà veramente l’idea di una spesa fatta a questua di bajocchi; al 1860 io lo feci adornare con pittura da D. Giuseppe Vescosi, figlio di D. Filippo, per la spesa di once 1 18 miei. Il Quadro che tornò a Santa Maria ha scritta in piedi l’epoca della sua esistenza, cioè il 1781, senza nome di Autore; credesi sia di un cotal Russo. L’epoca prova che sin d’allora i ragazzi intervenienti all’una ed all’altra Chiesa onoravano contemporaneamente il Santo, e la divozione, se era prima cominciata, in quel tempo cresceva ferventemente. Andiamo alla parte ecclesiastica di queste Domeniche. Fatto il conto di sei Domeniche che precedano il 21 giugno, la sera precedente ad un’ora di notte suonano le Campane, si sparano mortaretti, comincia il brio dè ragazzi divoti. L’indimani il Prefetto previo permesso dello Arciprete, ai tocchi della Salve, o per se o per alium, fa suonare per la Messa. Riuniti i Cherici, vengono i ragazzi secolari guidati dal Prefetto stesso, vanno allo Altare del Santo, e recitano la preghiera. Esce la Messa, si espone le Reliquia, e dall’Organo si cominciano le Preghiere, interpellata ognuna da una canzoncina cantata all’Organo stesso, cui rispondono i ragazzi inginocchiati dinnanzi agli scanni che chiudono la cappella. Al Postcommunio il Celebrante fa la predica. Terminata questa, continuano le canzoncine al Santo dall’Organo e dai ragazzi. E lesta la Messa, si depone la Reliquia, s’intuona dall’Organo l’Antifona, i versicoli e responsori, e la Orazione more 141 solito, e si da la Benedizione colla Reliquia, che poi si da a baciare a tutti. Nel Corso di queste sei Domeniche per S. Luigi incontrano la Quindicina e Festa del Patrono S. Vito. Le Domeniche che incontrano nella Quindicina si fanno, non si omettono; si fa la solita funzione, ma duopo terminata la quindicina che lo Arciprete fa suonare mezzora prima, ma la Domenica in che cade la festa di S. Vito si omette. Nel giorno festivo di S. Luigi, all’ora solita delle Domeniche, si da la stessa funzione, ma il Celebrante invece della Predica fa il fervorino innanzi la Communione, e poi resta esposta la reliquia. All’ora poi della Messa sollenne, si canta ivi colla Reliquia esposta, che si depone e si da a baciare a tutti. Il fervore nelle Divozioni è incostante, e la incostanza delle annate in un paese che fa tutto a contributo lo rende più incostante ancora. Quindi la divozione a S. Luigi, oltre di essere dè ragazzi, è anche del tempo. In qualche anno vi è stata anche la Processione di una statuetta a plastica fatta fare non so quando, ma assai grossolana, qualche anno anche la festa civile, con illuminazione, corse di cavalli ed artificio di fuoco. In tempi anteriori al 1848 questa divozione è stata discontinua, qualche anno, due, tre e quattro anni è stata dimenticata, ma dal 1848 quella di Chiesa non è stata più omessa. In quest’anno 1860 si è anzi duplicata, perché lo stesso rito che si osserva alla Chiesa Madre, si è osservato anche in Santa Maria, tanto per le Domenichine che pel 21 d’ogni mese, e nel dì festivo del Santo la Messa sollenne fu cantata all’una ed all’altra parte. E’ desiderio comune che questa divozione sia poggiata non a solo questue, elimosine, ma che abbia una rendita certa e stabile e diventi esercizio proprio della Chiesa rispettiva. NB. Entrato io al governo di questa Chiesa, in tempi abbastanza tristi della festa di S. Luigi, non trovai che il Reverendo Sacerdote D. Rosario Bucalo, il quale con molto zelo fa la colletta tra i devoti e sostiene la spesa delle Domenichine e festa per la sola Santa Maria, che celebrasi la 2a Domenica di Luglio. Per dare più 142 stabilità alla Devozione al Santo protettore della gioventù studiosa ed indirizzare gli adolescenti sin dai primi anni alla divozione, pensai stabilire una Congregazione di Luigini. Per la qual cosa, munitomi delle regole date alla luce dal nostro Eccellentissimo Cardinale Don Giuseppe Guarino, quand’era Arcivescovo di Siracusa, coll’aiuto dei Chierici raccolsi N. giovanetti71, scelti nella raccolta domenicale della Dottina Cristiana e li preparai alla formazione della Congrega con lettera poi dello stesso prelodato Cardinale. Festa maggiore della nostra Padrona principale Maria Santissima del Carmelo Benchè il giorno proprio assegnato dalla Chiesa sia il 16 di luglio, per Pozzo di Gotto, essendo la nostra maggior festa, il giorno sollenne si è l’ultima Domenica di questo mese. Le vicende del tempo e forse la poca accortezza dei nostri antichi Archivari, ci han privati delle più interessanti notizie circa alle primitive fondazioni delle nostre Chiese e Conventi, nonché delle nostre antiche Istituzioni Religiose. Piccoli cenni od appuntamenti cronologici ci lasciano appena l’epoche di fondazione e non di tutte delle nostre chiese. Di San Vito, per esempio, un incendio dell’Archivio, e dopo i tremuoti del 1783 acque impetuose sopravvenute alle ruine, ci ridussero ai soli libri di amministrazione, che naturalmente doveano essere presso il Procuratore e che non rimontano più alto del 1572 e 1617. Si scorge solo da essi che San Vito era la Chiesa Madre; ma quando fu fabbricata, quando cominciò in essa il culto, quando si erebbe con l’assegnazione di Cappellani che la servissero, ci è ignoto. Del Convento del Carmine dicesi che fu primitivamente fondato alle falde delle Collinette chiamate Serro di S. Andrea, circa a 300 passi più alto dello attuale fabbricato, che ivi preesisteva una Chiesetta dedicata a questo Apostolo, che ivi stesso esistette nella prima fondazione il Convento e che ivi stesso congregati trovavansi i primi 71 Il numero non è riportato. 143 fratelli di Gesù e Maria: ma ciò non costa da verun documento. Una semplice congettura si vuol far passare per tradizione, dacchè nel fondo dè Nipoti del fu Sacerdote Russo, Maestro Giuseppe e Maestro Antonio, nel Serro su indicato, si son trovate sotterra pedamenta di antico e grande edifizio della grossezza di più che quattro palmi. Abbiamo del nostro antico Archivio Comunale i Libri detti Rossi che dopo la riunione con Barcellona, sequita al 1835, passarono alla Cancellaria nuova e Comune. Da essi abbiam potuto trarre il documento, per cui rilevasi la elezione fatta a Patrona principale di Maria Santissima del Carmine. Ma circa alla primitiva fondazione del Convento, essendomi rivolto col Padre Maestro Frà Giuseppe Ilacqua, ben informato della parte Archeologica della Casa religiosa del suo ordine Carmelita, n’ebbi i seguenti rilievi, trascritti dai Libri di essa. Nel 1579 l’honorabile Silotta Carbone et Maestro Francisco Sacco, procuratore di detta Ecclesia nomine Sancti Andreae, consessero al Reverendo Padre Fra Matteo de Anastasio, dell’ordine del Carmine, nomine suae Religionis, detta Ecclesia ad effetto fondarsi Monasterio seu Convento di detto ordine, come appare per atto pubblico all’atti di Colastasimo Basilii Milatii die etc, al quale atto corsiro et prestarono assensu et consensu et confirmarono li giurati di detta terra. Item, alli 16 di ottobre 8° Indizione 1579, si supplicò la pia memoria dell’Illustrissimo e Reverendissimo Monsignor Retana che volesse concedere e dar benedizione di detta Chiesa di San Andrea, esistente in detto Casale di Pozzo di Gotto, la quale concessione confermò, approbò, ratificò ac de novo concesse ad effectum praedictum, come appare nell’atti Arcivescovili dati nella sua terra di Regalbuto die ut supra. Item, nell’anno 1583, il Padre Fra Matteo di Nastasi prese possesso di detta Chiesa in virtù di Bolle Apostoliche per l’atti di Notar Pietro Trapanotto del Castroreale die etc. Dai più antichi Libri della nostra Chiesa di Gesù e Maria rilevasi che questa Concessione abbia avuto luogo perché il Sacerdote Don Giambattista Zangla e suo Fratello Don Placido, allora dominanti della Confraternita esistente in detta Chiesa di S. Andrea, donarono lo 144 spazio di terreno necessario alla costruzione dell’attuale Chiesa di Gesù e Maria per due Concessioni rogate agli atti di Notar Simone Coppolino, a 3 e 16 Gennaio 1622 e 1626. Si vedono in continuazione le spese d’impianto, poi il Contratto per la volta della Chiesa con spesa straordinaria di maestrie, legname, addoratura, stucchi etc.. Diciamo straordinaria pè tempi che correvano perché il Contratto non è che per onze 100, in Notar Suriano a 15 luglio 1657. Furono i detti fratelli Zangla (il primo era Padre della Confraternita) che fecero sbilanciare l’Atto dell’honorabile Silotta Carbone et Maestro Francisco Sacco, poiché il Padre Zangla era fornito di sufficienti lumi, molto accetto in paese, benveduto dall’Ordinario. Lo troviamo né Registri Parrocchiali prima Luogotenente e poi Parroco stesso del Paese. Difatti l’apertura della nuova Madre Chiesa di Santa Maria al 1642 fu fatta sotto di lui Parroco e Vicario foraneo. Il primo sepolto in detta Chiesa Madre, Bartolo Cattafi, è registrato da lui nel libro dè Defunti dell’epoca etc ed intanto i Confrati continuarono il Culto nella detta Chiesa di S. Andrea sinocchè fu compiuta quella di Gesù e Maria. Dopo questa disgressione occasionale torniamo alla festa del Carmine, torniamo alla festa. Dichiarata patrona principale la Signora del Carmine, giusta gli atti esecutoriati in regno, che abbiamo in Copia, lo Arciprete e il Municipio intervengono di diritto ai vespri sollenni e Messa cantati dallo stesso Arciprete e dal suo Clero in piena pompa. La prassi tenuta sinoggi è di cantarsi solamente né Vespri il primo ed ultimo salmo, attesi i calori della stagione e la piccolezza della Chiesa; numerosissima la folla per la viva devozione alla Patrona, accresce il bisogno di accorciare: i Vespri sono spesso interrotti dalle candele che cadono dalle Ninfe, dagli archi delle Cappelle, dallo Altare maggiore, e da questo anche coi candelieri, ed avviene danno. L’Officio usato è il nostro, non il Carmelita, che varia nelle Antifone, quindi deve portarsi assieme alle robe del Pontificale il nostro Antifonario particolare delle Feste maggiori, il piccolo libro 145 manoscritto che usiamo alla Chiesa madre. Prima dè Vespri si espone da uno dè Padri, accompagnato da quattro torce, la Reliquia della Santissima Vergne, e poi escono tutti gli apparati pel Ponteficale solamente, perché essendo piccolo il Coro, tutto il resto del Clero va a cantare dall’Orchestra. Lo stesso avviene per la Messa sollenne l’indimani. Al dopo pranzo avvi la Processione seguita da una popolazione immensa. Scende dal Selciato nuovo la maestosa Imagine, preceduta dal Corpo Religioso, per antica usanza cresciuto per quel giorno da invitati del Convento di Milazzo, di Tripi, e di Furnari, e giunta alla Strada publica vi si aggiunge e mettesi in via tutta la riunione delle Confraternite e Clero, che prende il posto immediato alla Imagine: i Padri lo precedono immediatamente. La Processione difila commodamente perché il baldacchino che soprastà alla Imagine non può mettersi prima di scendere sulla strada, attesa la tortuosità del Vico Bartolone. Ed ora che abbiamo in esercizio la nostra bella Chiesa di Santa Maria, abbiamo regolarizzata la parte del Clero, il quale prima d’ora aspettava la Imagine e le torce, o sulla strada od in casa Cutroni, come l’anno scorso. In quest’anno 1860, abbiamo fatto così. Il Clero aspettò nella Sagrestia di Santa Maria, vennero ivi distribuite le torce e, lesta l’affissione del baldacchino, uscì in buon’ordine dalla Sagrestia, e giunto d’innanzi alla bara s’intuonò devotamente il bel Saluto Ave Maris Stella tutto. E così deve praticarsi pegli anni appresso. La Processione sale per sopra ed arriva sino al punto più lontano, cioè sino alla Casa di Siragusa dalla via Palumbini, poi scende a Castello, da dove volge per la seconda strada, e scende per Saija, Russo, Quartarare etc, siegue a scendere per sotto ed arriva sino sopra il ponte di Barcellona, ch’è il limite giurisdizionale, poi entra pel Vico S. Cosimo, Marsalini e rientra alla così detta Strada nuova sotto ai Cappuccini. Sale per sopra sino alla Casa del quondam Arciprete Alicò e volge per la Strada Paradiso sino al Selciato. Qui il Clero e le 146 Confraternite si ritirano e la Statua è ricondotta pel Selciato dai Padri Carmeliti. E’ a ricordarsi che quando il Clero è prossimo a separarsi, cioè passata la Casa Bucalo, deve risalutare la Gran Signora coll’Ave Maris Stella. 1° Nota Bene Le spese di questa Sollennità tutta quanta, per antiche obligazioni da noi ignorate, si fanno tutte dal Convento che fa sue le non piccole limosine ed oblazioni dè fedeli, come parimenti esiggeva nella esistenza Civile di Pozzo di Gotto un mandato del Municipio in onze 6 annue. La riunione dè due Comuni annegò tutto. 2° Nota Bene Varie volte negli anni passati si è inteso qualche diverbio nel Corso della Processione tra lo Arciprete, o Vicario Foraneo, ed il Priore del Convento, il quale per antica usanza non prende posto insieme al Corpo dè suoi Religiosi, ma immediato alla Bara ed innanzi ad essa; ciò non si è tolerato dal Clero, perché indicherebbe una supremazia in una festa ch’è della Comune nò del Convento, e tutte le volte che qualche Priore bisbetico ha voluto prendere quel posto si è fatto andare al lato destro della Bara a tenere la prima Asta del baldacchino, camminando così per tutta la Processione. Questo, se ci pensano bene i Padri Carmeliti è più dignitoso e grave, esprimendo la vera idea del possesso e difesa della Imagine per tutto il tempo che sta fuori della propria Chiesa. Una così sennata e giusta riflessione andate a farla comprendere a certi rifiuti di Convento che per la tristizia dei tempi e pel danno della religione son rimasti a spadroneggiare nella casa di Dio !!! Ottobre Festa del Santo Rosario La Chiesa ha dè lasciti in favore della Cappella del Rosario ed anticamente l’Amministrazione di essi, come le spese per la festa e Processione, facevansi da una Deputazione eletta appositamente. Si vede da un Libro apposito, esistente in Archivio72. 72 Il volume qui menzionato contiene anche un documento del 1751 (Archivio dell'Arcipretura di Santa Maria Assunta in Barcellona Pozzo di Gotto, Libro dell'introito ed esito della Cappella del Santissimo Rosario, cc. 1v-2v), con il quale, «in virtù d’un Atto provisionale della Gran Corte Arcivescovile di Messina sotto li 9 ottobre 1751, presentato ed esecuto e registrato nella Corte Spitituale di questa sotto li 31 ottobre 1751, ad istantia del Reverendissimo Signor 147 Vespri e Messa Sollenne I Vespri sono a 22 ore nel Sabato precedente. E’ assistenza Pontificale e debbono intervenire due Eddommode. Al mattino della Domenica lo Arciprete, ai tocchi, celebra la sua Messa e predica sul Rosario, poi assiste la Messa sollenne che si canta dallo Eddommodario, ch’è di 4°. Avvi nella Messa sollenne dopo il Vangelo il sorteggio del legato fondato da Raimondi. Al 1860 per Decreto Dittatoriale furon sospesi tutti i legati, per darsi le Rendite ad una Tesoreria fondata subito a conio, che dovea rifare i danneggiati dalle Truppe borboniche, poi il Governo accollò quest’obligo e la Tesoreria tiene conto di questi Rami attivi, molto proficui in Sicilia. Primo sintomo ….! Nel dopo pranzo avvi la Processione, nella quale interviene per obligo la Confraternita del Purgatorio. Scende per basso, volge alla Strada nuova dè Cappuccini, ritorna per la Saja e riesce a Valveri. Sale, entra la Strada Paradiso, esce da Bartolone, e va per Gesù e Maria, arriva al Castello e scende more solito per le Strade Saija, Russo, Quartarare, etc. Da molti anni questa processione non si pratica più; io non so i motivi. Però da quel tempo in poi verso le 22 ore si recitano tutti i Arciprete Abbate Dottor Don Francesco Florelli e del Sacerdote Don Domenico Zumbo, Procuratore Generale di questa Matrice Chiesa di S. Vito [….], fu ordinato che le rendite della cappella del Santissimo Rosario fussero rotate a libro distinto delle rendite di detta Matrice Chiesa» .Le disposizioni impartite vigevano su alcuni punti fondamenti. In primo luogo veniva stabilito che «la cera che resta nella Queresima, nelle festività delli sei sabati in detta cappella del Santissimo Rosario, fatta dal Popolo, debba restare per conto di detta Matrice Ecclesia, con questo però che detta Matrice Chiesa, nella festività da farsi nella prima Domenica d’ottobre in ogni anno, cominciando dall’anno prossimo 1752, abbia a sue proprie spese mettere rotola otto di cera nova, cioè rotola due di flanduni per mettersi innante il Capillo ed innante la Statua, e rotola sei di candele e tutte l’altre spese necessarie per celebrarsi detta festività farsi a conto di detta Cappella, e la cera che resterà di dette rotola otto debba restare conto di detta Matrice Chiesa». In secondo luogo fu stabilito che «il loco d’ulive in quontrata Protonotaro nel Territorio di Castro Reale, donato a detta Cappella con l’obbligo di celebrare una messa la settimana» per atto «della quondam Soro Maria Giunta», dovesse il suo profitto in olio alla chiesa, che in cambio doveva mantenere «in sue spese una lampada accesa in ogni giorno, dalla mattina sino a mezzo giorno, e nelle feste per tutto il giorno, con somministrare a detta Cappella tutti l’utensili, cera, ostie, vino e qualunque altra cosa bisognevole per celebrarsi tutte le messe legate a detta Cappella». Il terzo punto prevedeva che «lo loco donato a detta Cappella dal quondam Dottor Don Antonino Catalfamo per suo testamento», non risultando nella proprietà della chiesa ma in potere del «Maestro Giuseppe Materia, col quale si fè lunga lite», fosse lasciato dal «detto di Materia» alla chiesa con l’obbligo di tenerlo «a metà durante la sua vita e con obligo che detta Matrice Chiesa abbia da far celebrare onza 1 di messe l’anno innnante detta Cappella per l’anima della quondam Soro Rosa Bucca». La quarta disposizione prevedeva che la casa sita «in quontrata Apoteghelli, confinante con la casa di Maestro Paolo Rossello, strata pubblica e loco seu giardino dell’Eredi del quondam Don Francesco Basilicò» restasse di proprietà della Cappella, «stantechè la detta Matrice Chiesa fece molte espensioni» per migliorarla. Il quinto e sesto punto prevedevano rispettivamente che «la onza una l’anno solito somministrasi dalla Città per sussidio della festività del Santissimo Rosario» restasse «per conto di detta Cappella», e che «le ragioni di emolumenti della fossa «della cappella dovevano «restare per conto di detta Matrice Chiesa». 148 quindici posti del Rosario, vi è una predica e poi la Benedizione coll’ostensorio. Tutti i Santi e Defunti Al dopopranzo del 31 Ottobre a 22 ore si suonano i Vespri, vi debbe intervenire tutta la Communia. E’ sola assistenza Pontificale. Così alla Messa sollenne nel dì festivo. Al dopo pranzo, a 21 ora e mezza, si suona pè secondi Vespri dè Santi e per quelli dè Defunti. Sarebbevi qui ad aggiungere che dovrebbesi toccare lo Appello mortuario a Vespro, dopo che si dà il segno della Dottrina Cristiana per corrispondere sempreppiù alla prescrizione della Santa Chiesa, che apre la Indulgenza plenaria sin dal Vespro di questo giorno. La consuetudine sinora seguita ha fatto suonare detto Appello dopo i secondi Vespri, tuttocchè il tumolo trovasi già parato prima. Similmente eravi ad aggiungere un sermone eccitativo al suffragio delle Anime benedette, ed in questo anno 1860 si è aggiunto col fatto. Ecco il rito. Lesti i secondi Vespri coll’assistenza Pontificale, i Ministri rientrano coll’Incenziere e torce in Sagristia. Il funzionante da Arciprete entra in Coro. Intanto si sparano dallo Altare i paramenti bianchi, cioè rami e pallio altare, e si mettono i neri, e similmente il faldistorio e stallo Arcipretale copronsi a nero. Ritorna ivi il funzionante d’Arciprete e fa il sermone, dopo il quale, tornati i Ministri apparati a nero, si cantano i Vespri dè Defunti. 2 Novembre L’indimani, suonate le Campane un’ora prima del solito, cioè dell’ora di messa cantata, si apparano tutti i Ministri per Pontificale, si accendono sei candele ed i capezzali al tumulo, e si esce per l’officio dè Defunti, che consiste nel solo primo Notturno e le Laudi, che conchiudonsi coi soliti versicoli e responsorii, e la sola Orazione Fidelium, come di rito. Quindi il Celebrante, i ministri e il Maestro di cerimonie vanno alla credenza: piglia il primo la pianeta, i secondi il manipolo e vanno a cominciare la Messa. Questa terminata va il Celebrante, ripreso il pluviale, allo Stallo ed intanto il Suddiacono colla Croce deve andare a situarsi ai piedi del tumulo coi due Ceroferai coi candelabri. Dallo 149 stallo si compie l’Assoluzione al tumulo. Nota Bene Per vecchio uso, l’officio si cantava andando il Clero a Coro e lo Arciprete allo stallo, vestito di rocchetto e mantelletta, o mozzetta nera, e dopo le Laudi dovea tornare in Sagristia ad appararsi per la Messa; in mezzo alle Laudi doveano uscire dal coro tutti què che doveano assistere al Pontificale, e vedi che traffico! In quest’anno 1860 ho creduto provvedere a migliore decenza facendo vestire sin dal principio tutto il Ponteficale. Si noti che la spesa per la Cera del tumulo non è a conto della Chiesa, ma dell’Oratorio, che in tal giorno questua per le strade, noi in Chiesa. Ottava dè Defunti Una eccellente istituzione si è questa, fondata dai nostri Maggiori, pieni di cristiana pietà verso le Anime benedette, la quale consiste nello esporre per otto gironi a cominciare dal 2 Novembre il Santissimo, celebrarvi la Messa e recitarvi i suffragi che consistono in un Rosario di 15 poste di requiem, scritte in apposito libretto. Questa istituzione è una prova del perfetto accordo ch’esisteva tra i nostri antichi Superiori Ecclesiastici e particolarmente tra lo Arciprete e il padre dell’Oratorio, dacchè la esposizione sudetta non è per tutti gli 8 gioni nell’Oratorio, né le spese sono a peso esclusivo di esso. Ecco la narrativa materiale. Nella stessa giornata si espone la mattina ai tocchi nella Chiesa, e poi nella Domenica infra Octava. Tutti gli altri giorni si espone nell’Oratorio. Nella medesima Ottava evvi la Messa cantata per l’Opera detta Delle Centomesse. La spesa della Cera pè due giorni che si espone nella Chiesa è a di lei carico, per tutt’altri giorni dell’Oratorio. Dall’Opera delle Centomesse, per inveterata consuetudine, si pagano tarì 3 ai Sagristani per tutti gli appelli dell’Ottava. Nota Bene Se il giorno di tutti i Santi cade nel Sabato, come nel 1862, invece di secondi Vespri, si cantano le sole Laudi more solito, ed i Vespri dè 150 defunti si cantano nella Domenica dopopranzo, ma lo Arciprete si appara del pluviale, il Diacono, Suddiacono e Presbiteri assistenti con sola cotta e tunicella. Dovendo farsi il sermone pè Defunti lo Arciprete esce prima con Rocchetto e mantelletta e predica alla sedia Pontificale, quindi rientra in Sagristia ed esce coi Ministri, come sopra. Nota Bene Sin dal 18, essendosi Padre della Confraternita suddetta il Sacerdote Don Paolo De Francesco, mio zio paterno, introdusse la divozione di tutto il mese di Novembre che praticò, a spese dei devoti, sino alla sua morte avvenuta il 23 Settembre 1892. Un sacerdote celebra la Messa allo altare Maggiore col Divinissimo esposto, durante la quale egli, seduto allo stallo del Padre, leggeva una meditazione in apposito libretto col suo esempio e conchiudeva col rosario di requiem ed apposite preghiere. Anzi nell’ultimo anno di sua vita, cioè nel Novembre 1891, non potendo avere ogni giorno un sacerdote per la Messa, la celebrò egli stesso tutto l’intiero mese ed, invece di lettura, vi fece un piccolo sermone al giorno dopo il vangelo della Messa. Sia requiem all’anima bella e zelante! Feste e Quarantore nell’Oratorio della Immacolata Concezione, ossia delle Anime Purganti. Quest’Oratorio, come si vede, nacque nel recinto delle mura della nostra antica Chiesa Madre di San Vito. Al 16 Dicembre 1663, Notar Suriano, venne dalla Chiesa conceduto il terreno, previo annuo canone di tarì 20, onde costruirsi l’attuale Oratorio. Nella Concessione si statuirono varie Convenzioni e patti tra l’Autorità Ecclesiastica ed i Confrati, per tenersi di pieno accordo. Nel dopo pranzo della Vigilia della Immacolata, a 22 ore, suonasi per Vespri, che la Eddommoda canta nel detto Oratorio. L’indimani i Confrati hanno Communione generale e lo Arciprete non fa istruzione Parrocchiale, ma dice messa privata in Chiesa; la Messa sollenne però si canta nell’Oratorio. Al dopo pranzo della festa cominciano la Quarantore, si suona a 21 ora e poco dopo il Padre coi Ministri esce e va ad esporre, fa la prima 151 Benedizione ed indi il Divinissimo si mette in trono. Si cantano in continuazione le Laudi con la Litania a musica, e poi esce lo Arciprete iuxta morem, invitato dal Padre a fare la predica. Terminata, ritornano i Ministri e la Eddommoda per deporre e dare la 2da Benedizione. L’indimani, ai tocchi, si espone dal Padre e dice la solita Messa; al dopo pranzo si suona all’ora solita, e mezzora dopo si fa la predica da persone invitate dal Pad)e. Così per gli altri due giorni, secondo le Consuetudini nostre in tempo di Quarantore. 16 Dicembre Comincia la Novena del Santo Bambino. A 22 ore suonano tre Campanate staccate l’una dall’altra, ma brevi, trovasi preparato allo altare della Santissima Annunziata il locale per la Eddommoda, cioè due scanni a spalliera, appoggiati alle due colonne ed in cornu Evangelii la sedia pel Superiore, che gli Arcipreti han fatto sempre circondare dal faldistorio, genuflessorio, e tappeto; io gli ho fatto porre per me la sola sedia e m’inginocchio al gradino dello Altare coi Ministri. Il Rito è il solito delle Laudi di Sabato quali cantate, esclusa l’Antifona finale, si cantano le Litanie della Gran Signora, e quasi per ogni giorno i nostri Cantori cambiano nota, ossia cadenza. Leste el Litanie il celebrante sale l’Altare e recita le preghiere consuete, applicando ognuna more solito. Poi, alzati i Ministri e Clero, si va allo Altare del Sagramento per fare la benedizione del Santissimo. Nota Bene Al dopo pranzo della Vigilia del Santo Natale, all’ora consueta (cioè alle ore 22), si suona pè Vespri sollenni, e passato un certo spazio di tempo vanno al solito i Ministri ed un po’ di Clero allo Altare della Novena, e vi recita il Celebrante le sole Preghiere, perché immediatamente dopo escono i Vespri Pontificali. Notte del Natale A quattrore si suonano le Campanate, che durano mezzora. La funzione esce per lo più a 5 ore. Come arriva il Clero trova preparato un Caffè, che prima non si usava, e che io introdussi a Dicembre 152 1848, prima a mie spese e, rinunciata la Luogotenenza, divenne usanza e spesa della Chiesa. La funzione comincia dalla Processione del Bambino, che parte dalla Sagrestia in mano del Celebrante, gira due ali della Chiesa, e va all’Altare maggiore, dove, fatto un breve Colloquio col Bambino in braccio, si dà con esso la benedizione, e poi il Diacono lo ripone alla Grotta. Prima del 1850, per usanza, facea lo Arciprete la predica dopo lo Evangelio nella Messa cantata, cioè verso 8 ore e più, ma io avevo osservato per due anni che questa predica era fatta a pochissimi fadeli, e quasi tutti semidormienti. Per essere più utile e più grato, ho introdotto l’uso di fare un fervorino da principio, quando avvi tutta la popolazione, e poi si cominciò il Matutino. Nota Bene La Guardia Nazionale in questo anno 1860 ha decentemente assistita tutta la funzione. La mattina del Natale, ai tocchi, lo Arciprete celebra la 2da messa e poi la 3a sollenne Pontificale all’ora consueta. Mentre lo Arciprete è giovine può adempire, coll’aiuto di Dio, questi strapazzi, ma in vecchiaia sarebbe ostentazione. 31 Dicembre Al dopo pranzo del 31 Dicembre, verso le ore 22, si suona pel Ringraziamento. Si espone il Divinissimo, si canta il Te Deum, si dà la benedizione. Ciò dopo essere cantati i vespri sollenni Ponteficali per la Circoncisione […]73 XXIX 1880, Pozzo di Gotto DESCRIZIONE DELLE ARCIPRETURA DI POZZO DI GOTTO E DELLE SUE RENDITE EFFETTUATA DALL’ARCIPRETE GIUSEPPE DE LUCA (DPB, cc. 1-5 e allegati) Avvertenza importante Con atto dell’Usciere Comunale Luigi Romano in data del sette andante Gennaro 1880, il Sig. Sindaco della Comune Barcellona Pozzo di Gotto, trascrivendo una Nota Sottoprefettizia del 5 di 73 Il manoscritto continua con le «Costumanze della Chiesa Madre Santa Maria e pratiche liturgiche secondo l’usanza nostra, registrate in tutto l’anno 1863, primo anno di sua giurisdizione matriciale e seguenti» (BP, cc. 86-118). 153 N° 16 avvertiva i due Parroci Arcipreti Sac. D. Giuseppe De Luca e Sac. D. Bernardino Duci ad esibire i Documenti comprovanti e che valgano a mettere in chiaro se in effetto le Rendite delle due Chiese Parrocchiali siano o no ad essi, ed in qual misura, assegnate a titolo di congrua. In adempimento , ecco che si esibiscono gli Stati Attivi e Passivi, dai quali, esaminando le partite una per una, si rileva evidentemente che nessuna di esse è stata né lasciata dai pii testatori, né assegnata da verun Prelato Diocesano all’uno od all’altro Arciprete. Fatti e Storia pell’Arcipretura Pozzo di Gotto Le rendite, siano civiche siano rusticane, lasciate alla Parrocchiale di Pozzo di Gotto, non ebbero altro scopo che il Culto, le Messe, cioè le Esposizioni del Santissimo in giorni designati, e qualche legato a maritagio. Né la persona giuridica, chiamata né Rogiti ad amministrare, è sempre lo Arciprete, ma quasi per tutti si veggono chiamati i Procuratori, che per antichissimo uso venivano eletti e publicati dal Parroco a Capodanno. Il diocesano, venendo in Visita, ne rivedeva i Conti.E furon prescrizioni Visitatoriali dè Prelati gli assegni personali, così detti Salarii, all’Organista, ai Sagrestani, ai Procuratori, al Quaresimalista, ai Cappellani pel Canto nel Coro, ed allo Arciprete. Il salario dello Arciprete e dè Cappellani è costituito sopra un dato numero di Messe, ed una piccola gratificazione annuale per ragione del servizio. Così, fatto il calcolo di tutti i lasciti per Messe,furon sempre attribuite allo Arciprete onze 15 di messe annue e il rimanente diviso in rate uguali ai dieci Cappellani che servivano la Parrocchiale nelle funzioni, e nell’assistenza ai Moribondi. Ed in quanto alla gratificazione in denaro ogni Cappellano percepiva, come sinora, onze tre annue, lo Arciprete, ratione dignitatis, percepiva il doppio, cioè onze 6, come sinora; sicchè tutti gli averi fissi, che lo Arciprete di Pozzo di Gotto percepisce dal Patrimonio parrocchiale sono le cennate onze 6, perché le Messe non sono Salario. A prova autentica di quanto diciamo, abbiamo in Archivio l’Atto Provisionale della Gran Corte Arcivescovile del 1751, che consagra e mantiene le antiche presenzioni Visitatoriali, redatto sotto il governo di Monsignor Migliaccio. Ed ecco perché, appena pubblicato il Concordato del 1818, lo Arciprete de tempore, Canonico Don Francesco Alicò, sostenne lotta fortissima con quel Municipio e lo fece obbligare allo assegno della Congrua Comunale: meglio qui sotto. Ma null’altro reddito ha annualmente lo Arciprete di Pozzo di Gotto …? Si sanno certi lasciti fatti allo Arciprete come Arciprete da un cotal Parroco Crisafulli … Oh si si … E benchè immeritevole di attenzionare un vistosissimo lascito legato allo Arciprete pro tempore di Pozzo di Gotto dal fu Parroco Don Giuseppe Crisafulli al 1723, che dà al Titolare la forte rendita netta di Lire 18 annue; pure a togliere sofismi e diffidenza non vogliamo ometterne la Storia. 154 Sino al 1723 la Cura Parrocchiale di Pozzo di Gotto rimontando, come dai registri Parrocchiali, al 1500, tuttavia non era decorata del titolo Acipretale. Un semplice Vicario Curato amovibile ad nutum la reggeva spiritualmente. I Capi del Civilismo ne fremeano, sin da quando la Città avea ottenuta la segregazione da Milazzo ed un’autonomia propria ed indipendente (1639)74. Invano correano al prelato Domande e Rappresentanze del Municipio … il prelato rispondea non poter accordare siffatto titolo ad un Parroco, che altro appannaggio non avea che onze 15 di messe ed onze 6 annuali di Soldo. Al 1723 il parroco de tempore Don Giuseppe Crisafulli, Dottore in Teologia, e sua Sorella Donna Fortunata, fanno esibire dal Municipio al Diocesano un’aumento di Congrua all’annuale di onze 21, che il parroco percepiva dalla Chiesa, donando il fratello due fondicoli in Protonotaro, Territorio di Castroreale e la Sorella un fondicolo nella Contrada Serro dè giardini, Territorio di Pozzo di Gotto, tutti e tre, per Relazione di un Esperto, capaci di dare l’annua rendita di onze sette e tarì 21. In vista del quale assegno, stipulato a 7 Aprile 1723 in Nota Sottile e Lombardo da Castroreale, i di cui atti son conservati da questo Dottor Notaro Stefano Alicò, Monsignor Arcivescovo addivenne a concedere il titolo di Arcipretura alla Parrocchiale di Pozzo di Gotto, e rendere inamovibile la persona dello Arciprete. Or i due fondicoli di Protonotaro, gabellati sino al 1878 per Lire 28.55, e gravati di Lire 20.5 annui di fondiaria, lasciano allo Arciprete un residuo netto di Lire 8.50. 74 I privilegi acquisiti dai Pozzogottesi nella separazione da Milazzo si riassumono nei seguenti punti (AA. VV., Raccolta di memorie della città di Barcellona Pozzo di Gotto, provincia di Messina, Torino, Tipografia del Regno d'Italia, G. Faziola e Comp., 1864, pp.178-179): «Privilegi concessi alla città di Pozzo di Gotto col contratto di collettazione del 22 maggio 1639 stipulato da parte del re dal cardinale Giannettino Doria, Arcivescovo di Palermo, suo procuratore, presidente del Regno e capitan generale, e da parte dei Pozzogottesi da D. Antonio Sanginisi. 1° Il Titolo di città libera e reale col corrispondente territorio col Consiglio Civico e col corrispondente Magistrato Municipale, i di cui giurati avessero il titolo di spettabili e potessero eleggere il Maestro Notaro, il Banditore, Mazzieri, Pavonazzi e trombettieri conforme alla città di Milazzo e colle stesse potestà e giurisdizioni di Milazzo. 2° Gli uffiziali fossero cittadini e abitatori di detta città che non sia soggetta a Milizia regolare, nè di andare la milizia cittadina a Milazzo per la sola rivista, ma questa doversi fare una volta all'anno in Pozzo di Gotto. 3° Che gli uffiziali non potessero essere sostenuti da qualsiasi capitan d'arme all'infuori di delitti fuori uffizio. 4° Che non possa risiedere capitan d'arma a guerra e di campagna in Pozzo di Gotto. 5° Che i cittadini arrestati non potessero essere tradotti fuori della città, nè ad altro luogo fuori della città, distretto e costretto di Messina meno del castello di Milazzo. 6° Che gli abitatori e cittadini di Milazzo non potessero mai occupare uffizi pubblici in Pozzo di Gotto. 7° Che non possa Pozzo di Gotto essere venduto dalla Regia Corte, ne aggregato a Milazzo, ma restare sempre nel dominio del demanio regio e nel caso che la Corte volesse passare a vendere il Municipio e aggregarlo a Milazzo, allora, ipso facto ipsoque jure, s'intenda aggregato alla città di Messina. 8° Che siano conservate le preeminenze e la giurisdizione della città di Messina, come allora la godeva sopra Pozzo di Gotto. 9° Che il capitano di Giustizia dovesse esser messinese. 10° Finalmente che Pozzo di Gotto possa valersi dei privilegi della città di Messina. Questi sono i privilegi più interessanti mentre quelli di poter macellare un giovenco la settimana,giusta le pragmatica, e la cessione della gabella dell'olio, che gabellavasi per onze dieci all'anno, ed altre cose simili non sono privilegi di vero nome, ma pattuizioni che accompagnavano il contratto». 155 Quello di Serrogiardini, dato a colonia perpetua dal fu Arciprete Consiglia a Maestro Antonino Porcino, dà per convenzione Lire 17 annue, sulle quali paga l’Arciprete Lire 5.50 per sua mettà di fondiaria: ed ecco il grosso reddito che abbiamo voluto mettere a piena conoscenza. A meglio giustificare la ragionevolezza delle insistenze Arcipretali ad ottenere la Congrua Comunale, per quanto riguarda Pozzo di Gotto, conchiudiamo col seguente riassunto di fatti che son Storia. Il Municipio di Pozzo di Gotto, composto sempre di uomini sensati, diede sempre dal 1783 sino al 1819, in supplimento degli aboliti diritti funerarii, onze 14 annue al proprio Arciprete. Vedete né Libri Rossi in Archivio, 12 Aprile 1783. Al 1819, inizio delle novità politiche, lo Arciprete Alicò, che sostenne con fiera lotta lo aumento di Congruaa mente del Concordato, riportò Sentenza di liquido da quel Consiglio d’Intendenza e,come composizione amichevole, la somma annua di onze 32 13 in supplimento di congrua fu accettata pro bono pacis, perché l’Arciprete poggiava rigidamente al Concordato. Alla riunione dè due Comuni Pozzo di Gotto e Barcellona (1835), fu con poca giustizia, ma conservato, lo Assegno delle onze 32 13.Diciamo con poca giustizia perché il censimento di Pozzo di Gotto superava la cifra voluta dal Concordato per assegnarsi Ducati 150 annuali all’Arciprete. Al 1860 fu, con poco decoro, aumentata tale cifra ad onze 33 15, diciamo, con poco decoro,perchè tale aumento non fu che di tarì 32 siciliani … dono singolare del Municipio Barcellonese! […] Barcellona Pozzo di Gotto li 16 Gennaro 1880. Arciprete Giuseppe De Luca Riepilogo dello Introito75 Chiesa Madre di Santa Maria dell’Assunta 1 2 3 75 Fondi Rustici Censi di Dominio Diretto Legati di Messe £ £ £ 612 19.80 70.97 £792.43 Nella prima parte del volume sono descritti nel dettaglio tutti i «Fondi Rustici, Canoni, Soggiogazioni e Rendite» delle tre chiese pozzogottesi di Santa Maria Assunta, San Vito e Santa Maria dell’Idria. Qui è stata riportata solo la tabella di riepilogo. Nella seconda parte del manoscritto si trova riportato lo «Stato Attivo e Passivo dell’Arcipretura del Comune di Barcellona pel possesso temporale da tramandarsi al Reverendo Sacerdote Don Bernardino Duci, eletto Arciprete di detto Comune con Bolla di Monsignor Arcivescovo della Diocesi di Messina del dì 3 Maggio 1869, munita di Regio Placito in data 6 Maggio detto anno dal Procuratore Generale del Re presso la Corte di Appello in Messina, avendone preso il possesso Spirituale il giorno dieci maggio sudetto anno». Esso consiste nell’elenco delle rendite, delle gabelle, dei canoni e dei pesi delle seguenti chiese (facenti un tempo parte dell’«Arcipretura Barcellona»): «Chiesa Madre di San Sebastiano, Chiesa Sagramentale di SS. Cosmo e Damiano, Chiesa Sagramentale di Maria SS. delle Grazie, Chiesa Sagramentale di S. Paolino, Chiesa di S. Giovanni, Chiesa esterna di S. Paolo, Chiesa di S. Venera, Chiesa di Gala sotto titolo di Santa Maria Maggiore, Chiesa di Acqua Ficara sotto titolo di Santa Maria del Piliere, Chiesa di Porto Salvo, Chiesa di S. Antonio, Chiesa di Centineo, Chiesa di Nasari sotto titolo di Santo Rocco, Chiesa di S. Biagio la Fiumara, Chiesa di San Cataldo rurale, Chiesa di Cannistrà sotto titolo di S. Giobbe». Il bilancio redatto (recante la data 1869), importava dalle rendite £ 15001 e 37 centesimi, mentre l’ammontare dei pesi era di £ 14005 e 49 centesimi. L’avanzo totale di netto era di £ 995.88, da cui, defalcando £ 750 per cera, olio e vino, si generava un introito di £ 245 e 88 centesimi. Nel consuntivo, per vari motivi, non furono inseriti altri pesi e tasse. 156 4 Utensili £ 89.66 Chiesa di Santa Maria dell’Idria 1 2 3 Fondi Rustici Censi di Diretto Dominio Soggiocazioni £ £ £ 270.08 37.47 19.37 £ 326.92 Chiesa di Santo Vito 1 2 3 4 Fondi Rustici Censi di DominioDiretto Soggiocazioni Rendite sul Gran Libro e Cassa di depositi o prestiti di Messina £ £ £ £ 3400.82 728.65 699.54 168.59 £ 4997.60 Totale Introito di tutte e tre Chiese £ 6116.95 Esito annuo delle tre Chiese di Pozzo di Gotto. Madre Chiesa Santa Maria dell’Assunta, S. Vito ed Idria. Lire 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 Al Rettore e Prefetto di S. Vito, Soldo e gratificazione Allo stesso per Messe del fu Mariano Visalli Ai Sagristani di S. Vito, Soldo e gratificazioni Al Prefetto della madre Chiesa, Idem Allo stesso per messe Ai Sagristani della Matrice, Soldo e gratificazioni Al Prefetto dell’Idria e Sagristano Ai due Organisti delle tre Chiese Alle Sarte Ai due Procuratori di Campagna e Chiesa Alle Lavandaje 157 Centesimi 67 157 153 130 131 38 170 170 166 30 306 33 47 11 25 42 84 17 60 15 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31 32 Alle stiratrici Al Difensore locale Al Perito Agrimensore Al Ceraro per Cera Per Vino Per Oleo Per Ostie Alla Comunia per Coro e Messe Ai Beneficiali Sacerdoti Valveri Al Beneficiale Sacerdote Cutroni Bucalo Per Palme ed intreccio delle stesse Per canto dei Passj e complimento all’Organista Per Mortaretti alla Matrice e S. Vito Per la festa del Padrono Per Sovvenzioni Per competenze del Reverendissimo Arciprete Per fondiaria Per Censi Per tassa di Mano-morta Per Ricchezza Mobile Per tande al Seminario 38 61 25 714 102 153 30 1147 467 70 17 32 69 102 61 321 990 117 319 93 39 Totale Esito di tutte e tre Chiese 25 20 50 60 50 50 97 86 72 91 20 68 82 19 68 84 77 £ 6464.87 N(ota) B(ene). Si fa osservare che nel presente Esito generale non vi sono comprese le Spese di Liti, Onorari ai Patrocinatori ed Avvocati di Messina, come pure non vi è fondo per le Spese Imprevedute. Bilancio Esito come sopra £ Introito come a manca £ Eccedenza £ 6464 6116 347 87 95 92 158 XXX 1889-1890 CONTENZIOSO RIGUARDANTE LO SPAZIO ANTISTANTE LA CHIESA DI SAN VITO (GSV, c. 16v). Al 1889 Francesco Carrozzo e moglie Marianna Micale, cugini e favoriti del Sacerdote Antonino Carrozzo, innalzarono sul muro del cimitero, dirimpetto la porta della chiesa, un pilastro per così dopo l'anno convertirlo, avendo coperto l'interno spazio fra il muro e la detta casa dei detti coniugi Carrozzo e Micale. Il solerte procuratore del tempo, Sacerdote Carmelo Rossito, capì bene l'inganno e il tentativo che si cercava fare a danno della chiesa e, conoscendo che il motore di tale tentativo era il Sacerdote Antonino Carrozzo, s'impegnò presso costui a farlo desistere dalla furtiva impresa. Furono inutili le preghiere e le ragioni del procuratore della chiesa e di molti amici e sacerdoti a far recedere il Sacerdote Carrozzo dal suo mal operato, sicchè, avvisato l'Arciprete Sacerdote Giuseppe De Luca che molto si era impegnato ed aveva speso per conservare la proprietà del cimitero con farne le mura con i debiti segni di padronanza, l'Arciprete, dietro replicate ammonizioni fatte al detto Sacerdote Carrozzo, ordinò dar notizia all'Arcivescovo di Messina Monsignore Giuseppe Guarino, il quale, non volendo troncare la quistione, si pensò far decidere dai Tribunali la vertenza. La chiesa, con citazione 7 luglio 1889, chiamava avanti la pretura di Barcellona i coniugi Carrozzo e Micale per turbativa di possesso. Fu ordinata la prova. La chiesa provava con titoli la proprietà del cimitero e con prova testimoniale il possesso fin oggi, sia pei cadaveri esistenti in detto cimitero, sia per la continuata manutenzione con il rifacimento dei muri, fino all'anno precedente fatti rinovare dal procuratore della chiesa Sacerdote Rossitto. La controprova che il Sacerdote Carrozzo faceva ammunire consisteva in due falsi testimoni, cioè un usciere di conciliazione che deponeva che il precedente procuratore della chiesa, dopo di aver fatto ristorare i muri del cimitero, aveva mandato lui dai coniugi Carrozzo per avvisarli con citazione che non si produceva per il pagamento della metà delle spese fatte; falsità perchè non vero il fatto, nè i Carrozzo furono mai nella possibilità di poter pagare. L'altro testimone deponeva aver inteso dall'Arciperte De Luca di voler obbligare il Carrozzo ad aprire una porta in detto Cimitero; falsità più enorme della prima perchè in evidente contraddizione con il costante operato dell'Arciprete. Il Pretore, non si sà con qual criterio e in qual base, rigettò la domanda della Chiesa. Il Procuratore della chiesa, dietro seria consulta, appellava la stolta sentenza del Pretore e con l'appello 1° Novembre 1890 chiamava i convenuti avanti il Tribunale accingendosi ad una documentata e valorosa difesa. Intanto l'Arciprete De Luca, perchè vecchio, aveva in certo modo perduto la sua influenza nella Curia Arcivescovile ed il Sacerdote Carrozzo aveva amici che seppero illudere l'Arcivescovo, e dal 159 suo Vicario Generale, Monsignor Basile Don Giuseppe, fecero obbligare il procuratore Rossitto a desistere la continuazione del giudizio presso il tribunale. Il Procuratore si mordette le mani, dovette cedere alla forza maggiore dietro una promessa di accomodo che Monsignor Basile non volle mai adempire, finchè, passati i tre anni dall'appello, il Sacerdote Carrozzo fece aprire porta e balcone nel cimitero della chiesa facendole perdere i diritti che da quasi 200 anni la chiesa aveva tenacemente conservato ed ora barbaramente perduti per opera di un Sacerdote del paese e da un Monsignor Vicario Generale di Messina. LA CHIESA DI SAN VITO E LO SPAZIO AD ESSA ANTISTANTE IN UNA FOTO DEI PRIMI DEL 1900 160 APPENDICE III CHIESA DI SAN VITO - CRONOLOGIA ANNI 1571-1863 ANNO 19 gennaio 1571 DOCUMENTO L’arcivescovo Giovanni Retana, revocando le lettere ottenute dall’arcivescovo di Milazzo, consentì ai procuratori della chiesa di nominare il cappellano. Giovanni de Paladinis, Agostino Barrello e Girolamo de Arca, giurati dell'Università delle terre di Milazzo, concessero alla chiesa di San Vito un appezzamento di venti tumuli di terre sito nel territorio di Pozzo di Gotto. Francesco Romano, Giovanni Giacomo de Amico, Antonio Giacomo Flaccumio e Giovanni de Rao, giurati dell'Università delle terre di Milazzo, concessero alla chiesa un appezzamento di terre della lunghezza di 45 palmi (site nel territorio di Pozzo di Gotto). Il vicario generale Giuseppe Cirino ordinò al cappellano del casale di Pozzo di Gotto di fare un elenco dei fedeli confessati e di rispettare le feste comandate. L’arcivescovo di Messina concesse al cappellano Giuseppe Mamuni la facoltà di amministrare i sacramenti nella chiesa di San Vito. Il vicario generale di Messina ordinò all’arciprete di Milazzo di non intromettersi nella giurisdizione ecclesiastica della chiesa di San Vito. A seguito di una visita dell’arciprete di Milazzo che aveva eseguito inventari nella chiesa, il giudice del tribunale della Regia Monarchia, su richiesta dei procuratori del casale di Pozzo di Gotto, ordinò che la chiesa di San Vito fosse mantenuta sotto la giurisdizione dell’arcivescovo di Messina. Il vicario generale Federico Portio, a seguito di una disposizione del tribunale della Regia Monarchia, dispose che la chiesa di San Vito fosse visitata e inventariata solo dalla mensa arcivescovile di Messina. L’arcivescovo di Messina ordinò di mantenere la chiesa indipendente dall’amministrazione dell’arciprete di Milazzo, come da sentenze e ordini emanati in precedenza. L’arcivescovo di Messina ordinò di non arrecare danno a Giuseppe Coppolino (commissario delegato nel casale di Pozzo di Gotto), perseguitato dai giurati di Milazzo. Il vicario generale di Messina ordinò di non procurare molestie agli ufficiali della Corte Spirituale di Pozzo di Gotto, vessati dai giurati di Milazzo Il vicario generale di Messina nominò cappellano il sacerdote Serafino Majo. I procuratori della chiesa elessero cappellano il sacerdote Matteo Valveri. Fu eletto cappellano Placido Siragusa. I procuratori della chiesa, essendo Placido Siragusa infermo, nominarono cappellano il sacerdote Giuseppe Carrozza. I procuratori della chiesa elessero cappellano il sacerdote Lorenzo Sottile. La curia arcivescovile di Messina confermò l’elezione a cappellano di Lorenzo Sottile. 161 FONTE DOC. I 7 aprile 1572 DOC. II 20 dicembre 1573 DOC. III 11 dicembre 1584 DOC. IV 20 agosto 1585 DOC. V 22 aprile 1596 DOC. VI 19 dicembre 1596 DOC. VII 4 febbraio 1597 DOC. VIII 25 giugno 1613 DOC. X 5 luglio 1613 DOC. XI 27 giugno 1617 DOC. XIII 30 ottobre 1617 30 novembre 1617 3 febbraio 1623 22 novembre 1628 17 febbraio 1633 26 febbraio 1633 LM, cc. 3-4 LM, c.1 LM, cc. 2-3 Lm, c. 4 LM, cc. 2-3 LM, c. 2 14 aprile 1646 13 luglio 1678 12 febbraio 1679 14 settembre 1679 2 giugno 1687 Il sacerdote Mario Catalfamo fu eletto cappellano e parroco della chiesa. A causa dell’incurabile malattia del sacerdote Mario Catalfamo, l’arcivescovo di Messina concesse a don Blasio Sacco gli uffici di luogotenente di parroco e di vicario foraneo della città di Pozzo di Gotto. I procuratori della chiesa di San Vito, a seguito delle disposizioni emanate dall’arcivescovo di Messina, elessero Biagio Sacco loro parroco e cappellano. L’arcivescovo di Messina confermò a Biagio Sacco gli incarichi di vice parroco e di cappellano. L’arcivescovo di Messina, per mezzo del vicario generale Pietro Miranda, dispose l’autentica delle reliquie di San Vito e San Biagio, custodite nella chiesa. Secondo i registri parrocchiali consultati dall’arciprete ottocentesco Giuseppe De Luca, in questi anni furono parroci i sacerdoti Michelangelo Greco e Francesco Valenti. L’arciprete Giuseppe De Luca riportava che in quest’anno fu parroco della chiesa il sacerdote Antonino Catalfamo (morto nel 1708). Secondo la tradizione locale, riferita dagli arcipreti ottocenteschi Domenico Principato e Giuseppe de Luca, la chiesa di San Vito fu danneggiata da un incendio. Secondo le ricerche dell’arciprete Giuseppe De Luca, in quest’anno fu parroco il sacerdote Giuseppe Russo Secondo i registri parrocchiali consultati dall’arciprete ottocentesco Giuseppe De Luca, in quest’anno fu parroco il sacerdote Bartolomeo Perroni. Giuseppe Crisafulli fu eletto parroco della chiesa di San Vito L’arcivescovo di Messina concesse il titolo di arcipretura alla chiesa di San Vito, che divenne così la chiesa madre della città regia di Pozzo di Gotto. Il parroco Giuseppe Crisafulli fu insignito del titolo di arciprete. La chiesa di San Vito fu oggetto di un intervento di ampliamento e rifacimento della struttura (decorata con pregevoli decorazioni barocche). Francesco Florelli fu eletto arciprete di Pozzo di Gotto a seguito della morte di Giuseppe Crisafulli (11 ottobre 1738). A seguito della morte di Francesco Florelli (9 novembre 1765), Melchiorre Rossitto fu eletto arciprete di Pozzo di Gotto. Gli arcipreti ottocenteschi Domenico Principato e Giuseppe de Luca riferivano che la chiesa fu gravemente danneggiata da eventi sismici. Domenico Principato fu eletto arciprete di Pozzo di Gotto a seguito della morte di Francesco Florelli (9 novembre 1765). Furono totalmente rifatte le cappelle del Santissimo e di San Vito, mediante la costruzione degli altari in marmo e l’addoratura degli stucchi e delle volte. Furono eseguiti lavori di rifacimento. Tra le opere realizzate fu anche costruita la cripta, oggi esistente nella navata centrale. Francesco Alicò, a seguito della morte di Domenico Principato (19 gennaio 1815), fu eletto arciprete di Pozzo di Gotto. La salma di Domenico Principato fu sepolta nella chiesa. Dopo la morte di Francesco Alicò (14 ottobre 1847), fu eletto arciprete Melchiorre Consiglia. Il corpo di Francesco Alicò fu 162 LM, cc. 5-6 DOC. XV DOC. XVI DOC. XVII DOC. XIX dal 1689 al 1698 DOC. XXVII 1698 DOC. XXVII XVII secolo DOC. XXI e XXVII DOC. XXVII DOC. XXVII 1708 1711 1 marzo 1721 7 aprile 1723 DOC. XXIX DOC. XXIX 1732-1735 note n.° 30 e 33 DOC. XXVII DOC. XXVII DOC. XXI e XXVII DOC. XXVII BP, c. 61 20 gennaio 1739 10 gennaio 1776 5 febbraio 1783 16 gennaio 1787 1789 giugno-dicembre 1802 1 maggio 1815 DOC. XXII DOC. XXII; note 15 e 19 DOC. XXII; note 16 e 20 25 gennaio 1850 gennaio 1863 sepolto nella chiesa. La chiesa di Santa Maria Assunta fu eretta chiesa madre del casale di Pozzo di Gotto. Da allora in poi la chiesa di San Vito subì una lenta parabola discendente culminata con l'abbattimento della torre campanaria (seconda metà del secolo scorso) e con il rifacimento della copertura lignea (1993-1994), dopo l'acquisto dell'intera struttura da parte del comune di Barcellona Pozzo di Gotto. A seguito della morte di Melchiorre Consiglia (10 agosto 1862), fu eletto arciprete Giuseppe de Luca. Il corpo di Melchiorre Consiglia fu sepolto nella chiesa di San Vito. DOC. XXI, XXVIII 28 giugno 1863 DOC. XXII; note 17 e 19 163 INDICE Cenni storici 7 Stato di conservazione prima dell'intervento di restauro 10 Analisi e studi preliminari 12 Progetto 17 Lavori eseguiti 20 Planimetria con gli elementi storico-architettonici rinvenuti nei lavori di recupero 35 Appendice I - Repertorio fotografico 36 Appendice II - Documenti 48 Appendice III - Cronologia anni 1571-1863 161 168
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